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Low living, high thinking. Ossia come pensare in grande possa tradursi in un basso profilo

Riceviamo e ripubblichiamo intervista ad Andrea Strozzi, ideatore e realizzatore del think-net LLHT.

Innanzitutto, spiegaci la scelta di questi termini, di questa “formula”.
Credo che Low Living High Thinking sia un’espressione che ha la fortuna di parlare da sola. Al di là delle sue origini (viene ricondotta alla filosofia trascendentalista di Thoreau), sono convinto che in queste quattro parole siano magicamente custoditi i due più importanti precetti che questa difficile congiuntura storica, economica e sociale ci suggerisce di applicare: vivere basso e pensare alto. Vivere cioè più vicino al suolo e lasciare la testa libera di esprimersi ai massimi livelli, decolonizzando l’immaginario dominante e – perché no – architettandone uno nuovo.

Cosa significa, secondo te, “vivere low”?

Innanzitutto, vuol dire emanciparsi volontariamente e consapevolmente dalla perversa logica dell’accumulo incondizionato, di cui è impregnato da quasi tre secoli il tessuto socioeconomico occidentale. Significa cioè fare i conti con i propri bisogni primari, escludendo dalla propria agenda tutto ciò che si rivela accessorio. Chi volesse farsi un’idea più approfondita di questi concetti, non dissimili dai postulati della decrescita, può fare riferimento a un mio precedente intervento, o al mio articolo “Ma quanto low”, in cui spiego meglio cosa io intenda con vivere basso. Ma non vorrei qui insistere su un aspetto che altri, prima e meglio di me, hanno già raccontato e testimoniato: penso, soprattutto ma non solo, a Simone Perotti, simbolico e grandioso apripista, qui in Italia, del nuovo approccio. Ciò su cui mi preme invece focalizzare l’attenzione è il legame tra il distacco da un preciso assetto valoriale e la scelta di dedicarsi ad uno diverso: perché, quando appunto si tratta di scelta, tale distacco è inevitabilmente il frutto di un processo cognitivo: decidere oggi di rinunciare a un discreto stipendio fisso e a una serie di garanzie, per scommettere sulle proprie capacità e sulle proprie passioni, credo sia l’esempio più facilmente comprensibile.

È il principio del downshifting.
Sì, ma non solo. Le mie finalità, che si esauriscono proprio nell’altra metà del nome (high thinking), sono anche e soprattutto divulgative: vorrei cioè far convergere su un unico terreno di confronto le troppe certezze di cui è impregnato il mondo che ho abbandonato, quello competitivo e alienante che ha nel profitto il suo unico dogma, e le troppe titubanze che purtroppo registro nel mondo che nel 2004 ho cominciato ad abbracciare, quello cooperativo e rigenerante che ha nelle dinamiche vernacolari il suo principale valore aggiunto.

Puoi spiegarci meglio questo concetto?
Certo. Anche perché esso costituisce la peculiarità di LLHT, che è un think-net nato a fine 2012 con lo scopo di mettere due discipline che conosco assai bene (l’economia per dovere, la sociologia per passione) e la mia testimonianza diretta a disposizione del dibattito sul cambiamento degli stili di vita. Questo, anche raccogliendo e divulgando i qualificatissimi punti di vista e le provocazioni di persone ed esperienze diversissime fra loro: artigiani, insegnanti, agricoltori, medici, filosofi, ingegneri e studenti. L’obiettivo è infatti quello di mettere fecondamente in contatto due concezioni della realtà destinate e incontrarsi, ma oggi ancora distanti. I due mondi di cui parlavo prima, e che potremmo simbolicamente rappresentare con i nostri due emisferi cerebrali, appaiono infatti animati da obiettivi diversi, ma – a uno sguardo più attento – hanno invece più di un elemento in comune. C’è un mondo razionale e calcolatore che, come tutti sanno, fa dell’accumulo di denaro la sua unica stella polare: un mondo, cioè, che potremmo definire individualmente utilitarista. E, specularmente a questo, c’è un mondo meno spregiudicato e più attrattivo che, invece, considera i beni relazionali e la salvaguardia del proprio habitat come le principali risorse per il benessere collettivo. Un mondo, diciamo, socialmente utilitarista. Ma sempre di utilità si tratta! Credo che chi ha sperimentato dall’interno entrambe queste dimensioni, magari potendo esibire sulla carne qualche cicatrice, possa raccontare più autorevolmente di altri quanto sia spettacolare e formativo sintetizzarle in qualcosa di nuovo e, per molti aspetti, nobilitante. Ma, per farlo, occorre inventarsi nuovi codici espressivi, un po’ ricchi di contenuti qualificati (per qualcuno, assai noiosi) e un po’ evocativi e onirici (per qualcuno, assai idealistici): in una parola, occorre creare un nuovo linguaggio.

Interessante la prospettiva di un nuovo linguaggio che avvicini mondi e persone.
Mi riferisco a un nuovo modo di creare connessioni – concettuali e progettuali – fra questi due mondi. Un linguaggio che sia capace di suscitare interesse e di essere ascoltato dai rispettivi abitanti, i quali oggi, non conoscendosi fra loro, nella migliore delle ipotesi si ignorano. Più spesso, si detestano.
Perché farlo e perché adesso? Semplice: perché il mondo della trickle-down economy è miseramente franato! Con questo termine inglese, ci si riferisce alla dottrina, poi evolutasi nel neoliberismo di matrice capitalista, che, fin dal verbo del suo profeta Adam Smith, sostiene che la ricerca dell’interesse individuale si rifletta necessariamente nell’interesse collettivo, tramite le proprietà equilibratrici del libero mercato. Oggi questo postulato è una barzelletta sotto gli occhi di tutti. Si pensi alla spaventosa iniquità distributiva della ricchezza nelle economie sviluppate, ma si pensi anche all’imminente esaurimento dei combustibili fossili, allo sfruttamento quasi pornografico del territorio e – aggiungo – all’impoverimento culturale del genere umano, frutto di un preciso disegno a tavolino che ipnotizza i cittadini per trasformarli in consumatori. Tuttavia, il paradosso di questo mondo è che, nonostante le condizioni in cui versa, quasi tutti i suoi esponenti neghino questa evidenza. Ovvio: due secoli e mezzo di progressi, perlopiù illusori e incastonati fin nelle eliche del nostro DNA, non si cancellano in un paio d’anni.

Un obiettivo ambizioso.
Sì, ma a portata di mano. Dall’altra parte, infatti, già esiste un mondo – in espansione – fondato su presupposti antitetici. Costruito sull’architrave di concetti come decrescita e della (abusatissima) espressione “cambio di paradigma”, è il mondo che fa della convivialità il suo obiettivo prioritario. Non a caso, poco fa ho usato l’aggettivo “vernacolare”: il recupero della dimensione vernacolare dell’esistenza è il principale punto fermo dell’intera e vastissima trattazione di Ivan Illich, a mio parere il più grande pensatore del Novecento. Vernacolare è ciò che si ispira ai criteri di mutualità, di scambio e di condivisione su base domestica e comunitaria, con il denominatore comune del piacere della reciprocità. Appuntatevelo questo termine: ho l’impressione che tornerà presto di moda.

Perché proprio tu?
Casomai, perché “anche” io. Nella mia precedente esperienza, durata 14 anni, mi sono nutrito fino alla nausea di studi macroeconomici, diagnosi di scenario, benchmark di mercato, strategie di business, performance management: tutti paroloni altisonanti ma, in fondo, ridicoli esoscheletri di attività essenzialmente prive di senso. Del senso che intendo io, almeno. Contestualmente, oltre ad aver rimesso in sesto (tre anni prima di Lehman Brothers…) una vecchia stalla ai margini di un ettaro di campi e uno di boschi, ho dato vita a questo progetto, testimoniando – anche in termini divulgativi – cosa io intenda con resilienza. Credo che nessuno meglio di chi ha conosciuto entrambi quei mondi sia agevolato nel denunciarne le falle, trattenendone e valorizzandone gli aspetti migliori. Da un anno e mezzo, su LLHT parliamo esattamente di queste cose. Per quel che mi riguarda, lo faccio col preciso intento di provare a realizzare – rappresentandolo io stesso – un “ponte” fra quei due mondi: coniugando cioè uno stile comunicativo dai contenuti assai rigorosi e qualificati (retaggio della realtà da cui provengo), ad una cifra espressiva invece molto calda, evocativa e fortemente ispirata alla mia esperienza personale. Un’esperienza, cioè, che si è progressivamente ispirata ai bisogni primari, smantellando quelli che, appunto, Illich definiva fab-bisogni, e che sono cioè quasi sempre associati a portatori d’interesse e sovrastrutture che, col soggetto, non hanno nulla a che fare. Si pensi, per esempio, a come il bisogno primario di curarsi sia ignobilmente degenerato nell’industria del farmaco.

A chi ti rivolgi?
Principalmente cerco di parlare a chi, ancora riconoscendosi appieno nel proprio mondo di appartenenza, non si è mai posto il problema di cosa ci sia di… interessante, nell’altro mondo. Ma mi rivolgo anche a chi – pur non afferrandone in pieno le ragioni – si è già fatto sedurre dalla prospettiva di un cambiamento nella propria vita e, infine, anche a tutti quei “blocchi monolitici” in cui è comunque presente una fessura, una piccolissima crepa in cui insinuare il dubbio.

Sei soddisfatto, fin qui?
Molto. LLHT si è rapidamente circondato di tantissimi amici e simpatizzanti. E lo dimostra la quantità di persone che mi mandano i loro contributi: dalle foto e dai racconti delle loro realizzazioni (orti sinergici, lavori di bricolage, riparazioni, restauri…) a interessantissime e fondamentali sollecitazioni intellettuali (ricordo, solo qualche giorno fa, la clip di una sensazionale intervista a Erich Fromm): ancora una volta, low living e high thinking insieme: stupendo! Credo che ci sia giustamente in giro un gran bisogno di comunicare e condividere i propri tratti di strada: questo è il più classico dei beni relazionali, oggi reso possibile dal web.
Chi si intende di web mi assicura il valore di una tale quantità di visite e interazioni. Ma io rispondo: «Valore, nell’ottica di quale di quei due mondi? Valore commerciale o valore umano?» Utilizzando una metafora, dico sempre che mi piace correre bendato, senza cioè sapere cosa fanno gli altri. Perché, di solito, se vedi che vanno più veloci di te, allunghi il passo; se invece li vedi rallentare, rallenti anche tu. Credo che ognuno debba procedere alla propria velocità: non ci sono regole e non deve soprattutto esserci competizione. Siamo ormai in tanti a dire queste cose, lo so bene. Ma, come ricordo sempre, tanti strumenti formano un’orchestra: e io, prima o poi, quella sinfonia vorrei sentirla».

Domanda classica: i prossimi passi?
Innanzitutto, correndo bendato, vorrei evitare di prendere un palo in fronte! Scherzi a parte, considerando che lo stesso LLHT non è diventato quello che è oggi, grazie a un vero e proprio progetto, quanto, piuttosto, a una serie di fortunate intuizioni – non ultima, la reciproca collaborazione con l’Ufficio di Scollocamento e, più recentemente, con PAEA – credo che la cosa migliore da fare sia… seguire l’istinto. Mantenendo l’occhio sempre ben puntato sulla… bussola. Quello che intendo fare, magari tramite qualche soluzione editoriale, è puntellare il ponte che nel prossimo futuro dovrà necessariamente collegare quei due mondi. Già oggi, per esempio, sono in contatto con organismi e associazioni che vogliono applicare questa nuova “grammatica” ai rispettivi orizzonti progettuali. Stanno inoltre sorgendo fondazioni dedite alla filantropia strategica: due vocaboli che, se autentici, fino a pochi anni fa sarebbero sembrati quasi un ossimoro. Oggi c’è un humus ideale a creare sinergie tra chi si spende per gli altri e chi, quasi come un insider, ha conosciuto e assorbito le logiche, basate sull’efficienza e sull’utilitarismo, del mondo che sta definitivamente disgregandosi. Occorre distillare l’essenza di queste due esperienze e usarla come malta per costruire quei ponti, sia concettuali che empirici. Ponti di cui LLHT ha l’ambizione, oggi, di rappresentare una solida arcata.

Tratto da www.ilcambiamento.it

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