N€uro: 12 anni di folle unione

A dodici anni esatti dall’introduzione della moneta unica, uno sguardo critico sulla situazione dell’Unione Europea e dei suoi paesi membri.
Ripercorrendo la breve storia comunitaria del continente, che per secoli è stato il centro politico-economico del mondo, sono messi in luce tutti i fattori di debolezza che hanno contribuito a relegare l’Europa intera nell’attuale condizione di svantaggio nei confronti di un mondo sempre più multipolare e iper-competitivo. Fattori demografici, indicatori economici, instabilità politica, immigrazione clandestina sono solo i principali segnali di una profonda crisi che – più velocemente di quanto si potesse supporre – sta fiaccando le diverse nazioni che compongono l’Unione e si ripercuotono anche sui paesi limitrofi.

L’Unione Europea, di fatto unione solo sulla carta(moneta), non è altro che un’entità mal riuscita calata dall’alto, frutto d’interessi bancari e di lobbies. L’evidente scollamento esistente tra gli elettori e le èlite europeiste si aggrava con il prolungarsi della crisi economica e con la sensazione che vi sia in atto il tentativo di cancellare ciò che di buono è rimasto in ogni singola nazione (in primis le peculiarità nazionali/regionali e lo stato sociale), sostituendolo con soluzioni peggiorative (dalla privatizzazione forzata del bene pubblico, delle risorse e dei servizi, alla trasformazione del cittadino in mero consumatore).

Quest’unione inoltre, unica entità politica del mondo intero con una propria valuta ma senza un governo centrale, né un esercito, è essa stessa un paradosso: una sorta di stato che possiede una banca centrale di proprietà privata (la BCE) che, per suo stesso statuto, non può essere prestatore di ultima istanza. Una banca  centrale che è l’insieme di diversi istituti di credito privati, i cui rappresentanti vengono nominati dagli azionisti dei singoli cda. Ogni istituto ha anche il compito di stampare fisicamente solo la carta moneta che viene poi “prestata” alle singole nazioni con un piccolo sovraprezzo; mentre le monete, gli spiccioli vengono gentilmente fatti produrre alle vecchie zecche nazionali.

Un’unione fatta a immagine e somiglianza delle grosse banche, costruita sulle loro esigenze basiche: espandere il mercato, minimizzare le tasse sulle transazioni, ridurre i rischi per massimizzare i profitti. Un sistema machiavellico i cui si utilizzano soldi virtuali – leggi “altrui” – per speculare sui mercati e ottenere incredibili dividendi e, nel caso esploda una bolla e le cose vadano male, limitarsi ad aspettare di essere salvate tramite un intervento pubblico. Un meccanismo perfetto dove i rischi diventano pubblici mentre i profitti rimangono saldamente privati.

Le grandi organizzazioni della finanza mondiale (l’FMI, la Banca Mondiale, la stessa BCE, le grandi banche d’affari statunitensi e le agenzie di rating) dirigono e controllano il destino d’intere nazioni, decretando arbitrariamente chi proteggere e chi punire. La politica purtroppo quando non è connivente, è spesso impotente, incapace di opporsi a pressioni economiche e ricatti di varia natura che snaturano il senso stesso della democrazia. Lo stesso forzato paradigma della Crescita non è altro che, in forma diversa, lo stesso mito utilizzato dal dopoguerra in poi per assoggettare alcune nazioni attraverso la trappola del debito. Prestiti erogati secondo previsioni di rientro irrealizzabili, ma certificate da quelle stesse agenzie che dovrebbero essere imparziali. D’altronde in un mondo finito con risorse finite è ontologicamente impossibile una crescita “infinita”, a meno di non abbassare costantemente i salari a parità di lavoro (ciò che rientra nella cosiddetta produttività) o di robotizzare i processi ancora umani (ingrossando ancor più le fila della disoccupazione).

Il fatto stesso che, tra tutte le nazioni più ricche del mondo, non ve ne sia neanche una sola esente da un grosso debito pubblico dovrebbe essere illuminante. Affinché uno stato, un’impresa o un privato possa crescere (ossia vendere di più beni o servizi) deve ottimizzare i costi, migliorare il prodotto e conquistare il suo mercato di riferimento prima di invaderne altri, ma esiste un limite fisiologico che non può essere superato: la disponibilità di denaro. Questo  ostacolo può essere aggirato se dall’altra parte esiste qualcuno disposto a indebitarsi per acquistare di più e se esiste qualcun altro disponibile a concedergli un prestito. Non è un caso se il mercato finanziario negli ultimi quindici anni è diventato dieci volte più grande dell’intero PIL mondiale.

La Germania ne è un esempio palese: la Grande Malata d’Europa degli anni Novanta è ritornata il gigante economico d’un tempo non tanto grazie alla cura riformistica di Schröder e al rigore dei conti ma grazie alla riacquistata competitività dei suoi prodotti (grazie alla “svalutazione” dell’Euro nei confronti del super-Marco tedesco) e alla generosa immissione di capitali stranieri attirati dai buoni fondamentali economici e dalla stabilità politica; allo stesso tempo i paesi limitrofi in zona euro hanno da una parte avuto accesso a un credito agevolato da parte delle banche e degli investitori (rispetto al periodo pre-euro) che gli ha permesso di indebitarsi scelleratamente per comprare proprio quei beni made in Germany che prima non potevano permettersi. In tal modo, in soli dodici anni, la Germania non solo è riuscita a diventare il quarto esportatore mondiale in termini assoluti, ma anche a svincolarsi dal mercato europeo e da quelli che prima erano i suoi principali partner europei.

Finché non si avrà il coraggio di affrontare l’ipocrisia insita nel concetto stesso di crescita illimitata e del puro e semplice dato di fatto che una crescita improvvisa avviene solamente perché qualcun altro si sta indebitando, rimarremo alla mercé di strampalati economisti e specialisti del rigore e dell’austerità. Non che l’austerità di per sé sia sbagliata o che sia lecito sperperare denaro senza restituirlo, ma lo diventa quanto è il mezzo privilegiato dalle banche e dai “mercati” per ottenere senza se e senza ma la restituzione di interessi su un debito – per sua stessa costruzione – inestinguibile.

Il mondo globalizzato sta rapidamente virando verso una sorta di tecnologico medioevo di ritorno, dove i cittadini saranno sempre più simili a schiavi o – nella migliore delle ipotesi – vassalli di un potere senza volto che possiede ogni cosa e ne esercita il diritto, senza neppure doversi esporre in prima persona. I loro esecutori materiali sono i governanti stessi la con loro politica fiscale e la privatizzazione di ogni bene pubblico, i giudici sotto forma di espropri e sfratti, le agenzie di riscossione che tartassano impunemente la gente, sempre più simili ai bruti di manzoniana memoria.

Un mondo dove la ricchezza sta sempre più rapidamente concentrandosi nelle mani di poche multinazionali, gruppi bancari e lobbies di potere letteralmente sulla pelle delle persone e con gravi ripercussioni anche sull’ambiente. L’Europa però è ancora la macroarea con il reddito pro capite più alto al mondo, la seconda per export mondiale, ha il miglior welfare, è tra le nazioni con i più alti indici di sviluppo umano e con il minore in diseguaglianza sociale, è leader nel commercio mondiale, possiede la maggior  concentrazione di riserve auree mondiali, viene ogni anno visitata da milioni di turisti, ha più premi nobel di qualsiasi altro continente.

Sarebbe una follia continuare così e arrenderci ora.

(Per il documento integrale, clicca qui)

Alvise Pozzi

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