Il Talebano fa il funerale alla cultura. Linee guida per la resurrezione

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Molto frastuono ha creato l’azione di ieri mattina a firma del Talebano, che ha fatto irruzione con un gruppo di attivisti al Centro Congressi della Fondazione Cariplo a Milano – dove si teneva un convegno sul famigerato decreto cultura con il Ministro Bray – inscenando il funerale della cultura con tanto di bara, lumini e manifesti funerari, consegnati allo stesso ministro. L’azione, ripresa dai principali quotidiani nazionali (Corriere, Repubblica, Libero, Secolo d’Italia, ecc.), ha colto di sorpresa i rappresentanti delle istituzioni presenti, suscitando polemiche tra gli operatori del settore, divisi tra le piccole realtà – che l’hanno accolta favorevolmente – e i potentati, in primis quello del Teatro Parenti di Andrée Ruth Shammah, che invece l’hanno contestata.

Oggetto primo della protesta è stata la Legge “Valore Cultura” ideata da Massimo Bray e da poco approvata dal Governo, al quale già un mesetto fa dedicammo un apposito articolo (leggi Lo strano scambio di denaro tra Dr. Letta e Mr. Renzi) in cui sottolineavamo gli strani trasferimenti di risorse finanziarie via decreto nelle tasche del sindaco di Firenze Matteo Renzi, che più in generale colpisce duramente le realtà culturali con tagli che ne mettono a rischio la sopravvivenza; ei quali si associano ai tagli altrettanto drastici e preoccupanti messi in campo dal Comune di Milano, già impattanti sulla vita culturale della città (vedasi i teatri e musei in chiusura).

Strana allora la reazione di quei direttori, presidenti e nominati vari – vedi appunto la Shammah, che dovrebbe associarsi alla protesta mentre al contrario la ostacola, difendendo il potere che taglia e fonti di sopravvivenza a quel mondo che teoricamente difende. La risposta a tale ambiguità sta nella separazione tra piccoli e grandi, poveri e ricchi. Questi ultimi, servi del potere politico che ne ha consentito l’affermazione e che li mantiene a colpi di stipendi d’oro, ingenti finanziamenti pubblici e lobbying; quegli altri, costretti a virtuosismi e boccheggiamenti per sopravvivere. Basti pensare che la Legge Bray colpisce due teatri famosissimi come la Scala e il Piccolo… la cui voce di protesta tuttavia non si è alzata imponente… forse perchè pare già essere in arrivo un provvedimento ad hoc per toglier loro le castagne dal fuoco, lasciando però allo sbando tutti gli altri. Si noti che il Piccolo è forse l’unico teatro lombardo che può permettersi il lusso di un bilancio coperto al 60% da contributi pubblici; la Scala spende gran parte delle risorse pubbliche per pagare lo stipendio milionario (!!!) del suo Sovrintendente.

Il vero problema, oltre alla riduzione delle risorse, è la redistribuzione delle stesse. Deve finire il tempo della concentrazione di finanziamenti per mantenere quei potentati espressione di una nomenclatura culturale pietrificata che occupa da decenni quelle poltrone con ossessiva avarizia, utilizzandole per ingessare il Paese. Se viviamo una fase di drammatico declino culturale è proprio causa dell’operato di queste persone, che si autoproclamano élite fagocitando tutto il possibile, impedendo il fiorire di nuovi impeti e avanguardie giovanili, unica speranza di rilancio della cultura della nostra terra.

Le istituzioni devono puntare su formazione e cultura, ma devono farlo sbarazzandosi del vecchio e mummificato establishment (risultato palesemente fallimentare), favorendo invece la crescita quelle tantissime realtà piccole e medie che con passione e vitalismo propongono sul territorio nuove idee e nuovi punti di vista.

Vincenzo Sofo

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