Maledetti camerati, ma come avete fatto a diventare così?

danielasantanch

C’è chi si stupisce ancora o, come crediamo noi, fa finta di stupirsi in modo da poter scrivere una verità assoluta: come avete fatto a diventare così? È Annalisa Terranova a porsi la domanda. Un intero mondo di idee è stato spazzato via, non ci erano riusciti i bombardamenti americani, la violenza comunista, le menzogne della magistratura, i servizi segreti, i tradimenti… ma in pochissimo tempo c’è riuscito il poter annusare il potere. La fine dei camerati, però, è terminata con l’abbandono di una storia frastagliata come quella del MSI, già allora il passaggio fu tale per cui il mondo di AN fu altro. Non era più di camerati, non esisteva più un progetto politico in antitesi a quello del sistema partitocratico, con la fine del MSI, cara Annalisa, si è chiuso un ciclo storico politico. Oggi i tuoi ex camerati, cercano solo una “casa” dove potere continuare a farsi eleggere e a mantenere i privilegi, non un’idea, non uno slancio vitale, ma solo normale amministrazione del potere, questa è stata l’attività dei nostri rappresentanti o come ha scritto qualche “simpatico” giornalista del Corriere che ha definito gli uomini di AN dei semplici camerieri del potere… ecco che fine hanno fatto i camerati.

Fabrizio Fratus

Maledetti camerati, ma come avete fatto a diventare così?

Parlo con un parlamentare pidiellino, già nel Msi. Intelligente e colto, mi dice che Berlusconi è l’uomo che ha lottato contro i poteri forti, che la condanna contro di lui per concussione è pura barbarie, che con lui sono stati arrestati i capimafia più temibili, che lo spread è stato un imbroglio di certa finanza contro il governo di centrodestra. Non ci sono macchie, in questa vulgata berlusconiana, che ho ascoltato con raccapriccio ma anche affascinata dalla pervasività del luogo comune propagandistico che tiene insieme il Pdl. Allo stesso tempo, ovvio, io venivo accusata di infantilismo, di travaglismo, di amore per la furia inconcludente di chi distrugge ciò che altri, faticosamente, hanno costruito. Ma soprattutto ciò che dico io non fa prendere voti, questa è l’accusa, ciò che dico io disorienta, confonde. E in questo io sarei la perfetta incarnazione del finismo fallimentare e fallito. Lo racconto per far capire quante chance abbia un certo mondo travolto dalle divisioni di ritrovare compattezza e unità. Ma gli elementi veramente interessanti della conversazione sono altri: il punto è che se i topoi del berlusconismo hanno fatto breccia anche in questa persona allora c’è poco da fare, pochissimo da ricostruire.

Altro episodio: un amico mi ha scritto di recente per commentare uno di questi convegni sulla ricostruzione della destra. Aveva percepito molta fuffa in tutti questi discorsi. Manca l’autocritica, annotava. Manca la considerazione del fatto che chi è stato complice della distruzione non è credibile come ricostruttore. Ma questo è un fattore se vogliamo morale e non certo politico.

Questi episodi servono da premessa per far comprendere quanto siamo precipitati in un caos di linguaggi incomprensibili dove l’unico lessico che si capisce davvero è proprio quello berlusconiano. Che non è un linguaggio né di destra né di sinistra: è immediato, semplificatorio, a volte falsificante ma nel suo essere del tutto privo di sovrastruttura ideologica va dritto all’obiettivo. Votami e ti tolgo l’Imu; votami e avrai la libertà contro la sinistra che ti vuole opprimere; votami e avrai la crescita, le grandi opere, le Olimpiadi sotto casa, il benessere, le fiction, le pensioni più alte, posti di lavoro. Non sto a dilungarmi perché sono cose note e arcinote. Sottolineo l’assenza desolante in questo discorso di elementi tratti da quella che un tempo chiamavamo “cultura di destra”. Ma questo è il minimo: se la destra non è stata capace di farli valere, certi suoi principi di riferimento, non si può certo addossarne la colpa a Berlusconi. Il guaio è che tutto questo mirabolante repertorio propagandistico è diventato “la destra” per l’opinione pubblica. A questa obiezione il parlamentare mio interlocutore ha obiettato che nel Msi c’erano armamentari propagandistici ben peggiori (ripensandoci ce n’erano: la pena di morte, l’assegno alle casalinghe, l’apologia del “carabiniere” missino) e in An c’era il vuoto. Tutto vero. E proprio nell’inseguire questa involuzione del mio ex mondo di appartenenza, questa sua propensione a sopravvivere purchessia anche in assenza di un progetto proprio, anche in assenza di un obiettivo esaltante che non sia “battere la sinistra”, anche a costo di agitare vuoti slogan, mi imbatto in una bella pagina de La Lettura (inserto culturale del Corriere) in cui si racconta come Edi Rama, vincitore delle elezioni in Albania, voglia fare un investimento politico sulla bellezza rivoluzionando i colori della periferia di Tirana. Edi Rama. In Albania. Cito. “Ha cancellato il colore grigio comunista dalle facciate dei palazzi di Tirana sostituendolo con un onirico piano dei colori: un balcone rosso, quello accanto blu, la facciata arancione, i cornicioni azzurri e verdi…”.

La bellezza. Anche questa battaglia non è più ascrivibile all’immaginario di destra. Anche questa suggestione, dopo il pregevole film del regista liberal Paolo Sorrentino, riposa nel cimitero delle occasioni perdute per il mio ex mondo di provenienza. E non potrebbe essere altrimenti perché la destra si è involgarita, si è imbruttita, è irriconoscibile. Tuonava un tempo contro quell’edonismo straccione che è oggi uno dei connotati di cui va più fiera. E’ irriconoscibile anche rispetto all’estetica bohemien e disperata dei primi cortei missini cui ho preso parte (e qui il mio interlocutore ha obiettato che, poiché sto invecchiando, rimpiango gli anni Settanta che in realtà facevano schifo perché la gente nostra moriva per strada). Ma l’estetica non ha un’età di riferimento. L’aspirazione al bello crea genuine disuguaglianze e nulla è più di destra, se vogliamo, di questa inclinazione che oggi viene abbandonata per inseguire, con i voti, l’estetica “cafonal”. Si difende Briatore. Si difendono le feste con le maschere da maiali. Si fa diventare icona lo stile da “pitonessa” di Santanchè. Piace il dito medio alzato. Piace la bava alla bocca. Si ostenta disprezzo per la cultura che non si mangia. E poi c’è il repertorio di battute tipo “lei quante volte viene?”… E se questo non ti garba, per ragioni estetiche prima ancora che etiche, sei radical, sei moralista, sei troppo poco organica al comune sentire della gente. Dietro l’etichetta giustificatoria del nazionalpopolare passa di tutto, passa il politicamente scorretto e anche il civilmente scorretto, e le ambizioni di un tempo (infantili, certo, ma almeno c’erano) evaporano nel nulla, come il rutto di un camionista.

La battaglia per la bellezza avrebbe dovuto essere amore per l’ambiente, per il paesaggio, per i beni culturali, per la salvaguardia dell’italiano, per la cura delle radici, per il decoro urbano, per la riqualificazione delle periferie. Tutte cose perdute, tutte cose lasciate nelle mani di una sinistra che ha edificato mostri come Corviale mentre la destra, dopo avere governato portando nel centro storico di Roma bancarelle e camion bar, ora fa l’opposizione al sindaco Marino perché non vuole far circolare le auto private attorno al Colosseo. Io sogno che le parti si invertano un giorno. La destra che difende il Colosseo e la sinistra che tutela gli automobilisti. La destra per l’ordine, la sinistra per il caos. Come dovrebbe essere, in fondo. E sogno i ragazzi di destra, anziché intenti a postare su FB fasci littori e slogan sulla libertà dei marò, che si attivano per un po’ di guerrilla gardening in città e forse, chissà, potrebbero aggregare diciottenni volenterosi. Forse, forse, forse… Eppure c’è stato un tempo in cui le idee sgorgavano efficaci da quella fonte emarginata che era il mio ex mondo di appartenenza. In cui c’era voglia di rimettersi in gioco, di svecchiare canoni di rappresentanza consolidati, in cui si era rigidi dinanzi ai compromessi, anche verbali, anche e soprattutto estetici. Ho un album in cui conservo le foto dei ragazzi dell’Aurelio che ristrutturano un asilo nido. non per soldi ma per rappresentare la politica che costruisce o, come si sarebbe detto nella lingua missina doc, per passare dalle parole ai fatti.

Appaiono sorridenti e fieri. Oggi siamo tutti più vecchi. Alcuni sono invecchiati male, altri non ci sono neanche più. Ma, come dice una bellissima canzone, “ci vuole del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”. La destra adulta, la destra che parla in arcorese, la destra che esalta imprenditorialità e managerialità (che poi vuol dire esaltare chi si sa fare meglio i cazzi propri) non ha più i colori di un tempo (non ha in ogni caso i miei colori), è grigia come le case di Tirana che Edi Rama vuole ridipingere. Chissà, forse abbiamo bisogno di pittori e non di intellettuali e di politici. Chissà…

(di Annalisa Terranova, tratto da segnavi.blogspot.it)

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