La cittadinanza è conquista, non diritto

Lo 'ius soli' darebbe la cittadinanza a un milione di minori stranieri

L’appartenenza non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un’apparente aggregazione
l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

       (Canzone dell’appartenenza, Giorgio Gaber)

La cittadinanza è lo status giuridico riconosciuto dal diritto positivo a chi è considerato “appartenente allo Stato”. Da tale status discendono specifici diritti e doveri, riconosciuti e imposti dall’autorità, la quale provvede, attraverso la propria legislazione, alla definizione dei “modi di acquisto” della cittadinanza, vale a dire delle condizioni giuridiche (nascita, filiazione, adozione, matrimonio, residenza) in base a cui un soggetto può essere definito cittadino, ossia legato allo stato cui appartiene da un particolare vincolo di tipo verticale.

Riflettiamo, dunque, sul concetto di cittadinanza e sulla sua importanza in relazione alla tutela del territorio, fattore indispensabile alla nostra esistenza. L’ “essere cittadini” ci è sempre parso come un concetto immutabile, fisso e costante, variabile solo per quanto riguarda la sua area di estensione e, in ogni caso, connesso all’organizzazione politica dei Paesi (cittadini d’Italia, d’Europa). Normalmente siamo soliti considerare la cittadinanza solo come un diritto da pretendere, non, invece, come una consapevolezza basata sul concetto di rappresentanza storica che ogni abitante di una specifica patria ha con la sua terra e con i suoi antenati. Noi apparteniamo ad una certa terra in quanto i nostri padri ci abitavano e prima ancora i nostri nonni, sino alle origini. Questo processo temporale e culturale porta a comprendere il senso di appartenenza forte e radicato della popolazione con la sua terra. Ciascuno di noi, dunque, dovrebbe sentirsi come un albero che ha radici molto profonde e radicate nella storia, eppure non è così.

La società moderna/post moderna, che ha inizio con la rivoluzione industriale e si consolida ideologicamente con la rivoluzione francese, ha cercato di negare ogni senso di appartenenza e di identità. Inoltre, a causa dell’idea illuminista, si è diffuso il cosmopolitismo, secondo il quale essere cittadini significa “essere cittadini del mondo”. In merito a questa visione di pensiero, che vuole tutti gli esseri umani come “figli dell’universo”, noi non vogliamo negare la comune appartenenza al mondo, ma neghiamo che ogni uomo, abitante della terra, abbia la stessa visione sui diritti e doveri: concepiamo l’appartenenza ad una patria come un’appartenenza ad una famiglia, ad una comunità e ,come ogni famiglia e ogni comunità ha usi e costumi, ogni patria si differenzia per storia, tradizioni e cultura. Difendiamo, pertanto, il legame con la terra come fondamento del senso di identità tanto individuale, quanto collettiva, come espresso da quel movimento ottocentesco, nato in Germania, che porta il nome di Romanticismo.

Che cosa significa allora realmente essere cittadini? La cittadinanza altro non è se non un legame di sangue con la propria terra. Il legame col territorio, infatti, è qualcosa di vivo e complesso, che comunica con noi, ci fa apprendere comportamenti ed informazioni, ci educa e crea confini e relazioni. Questo legame di sangue, dunque, è l’unico in grado di fornirci una cultura, un’identità, una storia, un carattere.

Oggi, quando ci osserviamo in giro, spesso capita di scorgere nella città quartieri abitati da intere famiglie di stranieri che costituiscono una sorta di comunità nella comunità, ora per una forte nostalgia per la madrepatria, ora per il desiderio di mantenere vive le tradizioni natie. Sicché, laddove tanti volti colorano il nostro paese, si vede la cittadinanza come un’ opportunità di integrazione. Tuttavia, alla luce di quanto esposto fino ad ora, sarebbe più corretto parlare di cittadinanza come diritto di sangue, legato alla propria discendenza e alla propria tradizione. Cosa differente, invece, è la partecipazione alla vita politico amministrativa.

Sul questo punto, il dibattito, è aperto e spesso si infiammano gli animi quando i politici intervengono a gamba tesa sulla necessità di dare cittadinanza immediata e diritti agli immigrati. Ci si chiede, allora, se coloro che non sono cittadini possano partecipare alla vita pubblica tramite il voto di tipo amministrativo. Codesta forma di partecipazione, probabilmente, potrebbe evitare che si crei per gli immigrati che risiedono regolarmente nel nostro Paese una condizione di estraneità, che potrebbe portare non solo alla separazione, ma anche e soprattutto all’antagonismo.

Differente e assolutamente non ipotizzabile, invece, è la concessione del voto politico. Esso, infatti, si lega al senso di vera appartenenza, facendosi portavoce di logiche più’ complesse, riguardanti la difesa dei confini, la scelta sulle risorse e sullo sviluppo di un popolo. In poche parole il voto politico è la forma di espressione del cittadino, la voce del popolo. Pensate, anche solo per un istante, a cosa potrebbe succedere se venisse dato il voto politico agli extracomunitari. Un’ipotesi facile ed immediata potrebbe essere il cambiamento della legge sui clandestini e via di seguito, secondo la vostra immaginazione.

Vi è, quindi, necessità di una condivisione culturale totale che tuteli il nostro paese e permetta la perpetuazione delle tradizioni e della cultura ai nostri discendenti come unica e vera ricchezza x l’uomo di domani. Ciò che comunemente perdiamo di vista (o forse siamo abituati a non vedere) è il fatto che non curandoci di questo problema, in realtà, non ci curiamo di noi stessi, rischiando così di dimenticare la nostra storia, la nostra tradizione e con esse la nostra identità. Come diceva Montesquieu, la tirannia di un principe in un’oligarchia non è pericolosa per il bene pubblico quanto l’apatia del cittadino in una democrazia.

Occorre, dunque, riaffermare dal basso la sensibilità alla cittadinanza, in mancanza della quale le identità individuali appaiono condannate alla marginalità. La nostra storia e le nostre radici hanno bisogno di essere tutelate, il nostro passato deve essere salvaguardato e il rispetto per la nostra terra è necessario per tener viva la memoria di una pagina della storia della città di antiche tradizioni, le nostre. Salvaguardare il legame di sangue con la propria terra, conservarlo per quello che è stato, per ciò che è e per tutte le potenzialità che ha in sé: questo è il nostro compito, ciò che dobbiamo realizzare. Come possiamo continuare la nostra storia cancellandone alcune tracce e compromettendo così irrimediabilmente il legame con il passato? La cittadinanza, dunque, deve essere un valore storico, non un foglio di carta tipo coupon del supermercato da dare indistintamente al primo che arriva.

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