Cantiere, un belvedere

di Barbara Leva

E’ il progresso, miei cari.
E’ la voglia di dominare una città storica con il mezzo del progresso.
Automobili ovunque, che riempiono i polmoni di sostanze inquinanti, l’aria di rumore e le strade di confusione.
La soluzione una, dalla struttura concettuale semplice: nascondiamo tutto sotto terra, come sotto i tappeti la polvere.
Se non si possono allargare le strade, eliminare le aree pedonali, rendere parcheggiabili le aiuole, almeno laddove non batte il sole, dove esistono chilometri di umide sostanze utili solo a essere violate dalle scavatrici, possono trovare riposo gli scheletri del benessere occidentale.
Finché la terra non inizia a rigurgitare scheletri che furono i primi martiri cristiani, i nostri padri fondatori, i nostri nonni spirituali. Quegli stessi che ispirarono il patrono cittadino nella costruzione del martyrium, che così si chiama proprio per la vicinanza alla necropoli.
Si parla dei primi secoli del millennio, degli anni che videro la contrapposizione tra ortodossi – oggi diremmo cattolici – ed ariani, e il conseguente irrobustirsi della fazione romana, vittoriosa. Si parla del vescovo che convertì Sant’Agostino, di quell’uomo che, egli stesso, si convertì per un mero obbligo burocratico ma che, come ogni milanese della tradizione, prese l’impegno con tanta serietà da diventare simbolo di una Chiesa in grado di avere un Carnevale tutto per sé.
E proprio quando la terra inizia a svelare scheletri tutto attorno al corpo incerato del Nostro Santo, le ruspe si fermano attonite, rivolgono i loro interrogativi all’Assessore ai Lavori Pubblici il quale distolto un momento lo sguardo dalle sue carte decreta che il progresso è più importante della memoria storica.
Quella stessa memoria che fece costruire La Basilica, si è ora piegata come una scavatrice all’idolo meccanico.

« La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? […] Tu [ricco] non dai del tuo al povero [quando fai la carità], ma gli rendi il suo; infatti la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi. »
(Naboth, 1,2; 12, 53)

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