L’Europa sfrutta i negri… e dà la colpa alla mafia

di Vincenzo Sofo

Tempo fa esplodeva la rivolta degli immigrati di Rosarno, clandestini sfruttati dai calabresi della zona per il lavoro nero. Indignazione dell’opinione pubblica, sgomento dei politici, tutti puntano il dito contro la mafia. Eh si, solo dei delinquenti come i mafiosi possono sfruttare in quel modo quei poveretti, pagando qualche decina di euro per una giornata di lavoro, di raccolta di arance.

Ma poi passa il tempo, strumentalizzazioni e demagogia cessano, si inizia a capire come stanno veramente le cose. E si ascopre come funziona il processo produttivo: vi sono i coltivatori, che vendono le loro arance ad aziende che le trattano, le sistemano e le destinano  a produttori di succhi e bevande oppure a supermercati. Sembra semplice, ma c’è qualcosa che non va.

Le arance vengono acquistate dagli operatori della fase intermedia a circa 5 centesimi di euro l’una. Si tratta di un prezzo di mercato che in realtà è imposto dagli acquirenti che subentrano nella fase successiva (supermercati, grandi produttori). Dunque gli operatori intermedi acquistando a 5 cent ottengono un guadagno minimo sulla successiva rivendita. E i coltivatori?

5 centesimi e il prezzo che viene loro offerto. Non possono chiedere niente di più, perchè sennò gli operatori intermedi rivendendo non coprirebbero i costi. Ma in realtà a questo prezzo neppure i coltivatori riescono a coprire le spese di produzione, perchè un lavoratore regolare per raccogliere le arance viene a costare mediamente € 43 netti al giorno. A questo punto per ottenere un profitto minimo che dia un senso alla loro attività, devono ricorrere al lavoro nero.

Ma c’è un’altra via d’uscita (che poi è quella più praticata): non raccogliere le arance e non venderle… ma teoricamente se non raccogli non vendi e se non vendi non guadagni… come mai dunque è una scelta tanto diffusa? Perchè la Comunità Europea elargisce dei contributi ai coltivatori commisurati non al volume della produzione, bensì all’estensione del terreno coltivato. Così il coltivatore decide di non lavorare più e campare con i contributi europei.

A questo punto resta da capire che cosa costringe coltivatori e intermedi ad accettare il prezzo irrisorio di 5 cent ad arancia, inducendoli a preferire i sussidi comunitari. Da una parte il contenuto minimo di frutta nei succhi stabilito dalla Comunità Europea, fissato al 12% (un pò poco per un prodotto che si chiama succo di frutta). D’altro lato la globalizzazione e il potere di alcune multinazionali influenzano il mercato: i supermercati preferiscono acquistare arance dal Brasile o da altri paesi a basso costo di manodopera (e talvolta a bassa qualità)… alla faccia del cibo a chilometro zero.

Risultato: i supermercati nostrani comprano i prodotti “extracomunitari”, le arance nostrane o restano a terra (spreco incredibile) o richiedono lo sfruttamento dei clandestini. I coltivatori non lavorano e campano con i soldi dell’Europa, prelevati da tutti noi.

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