Il mistero dell’Ultima Thule e l’origine sotterranea degli Ariani iperborei

di Daniel Zarpellon

Nel nocciolo del mondo. La scienza ha ragione, la Bibbia anche.

(questo articolo è un estratto quasi letterale del mio libro)

L’attuale zona polare e circumpolare artica, pur essendo inospitale e apparentemente irraggiungibile dai popoli antichi dell’area mediterranea, non è mai stata completamente sconosciuta. Negli ambienti intellettuali della Grecia classica, in particolare, circolavano diverse voci su quanto si poteva trovare in questo luogo desolato, e, sovente, lo si considerava come l’enigmatico “Confine del Mondo”.
I Greci chiamavano “Arktos” le costellazioni dell’Orsa maggiore e minore, e collegavano a questo stesso termine tutte quelle terre che si estendevano nella zona dell’odierno Circolo Polare Artico, ossia al di sotto di quelle stesse stelle. “Ante-Arktos”, o Antartide, non era che la zona che si trovava in opposizione all’Artico nell’altra parte del pianeta. Tra i due poli, quello che riscuoteva maggiore interesse in epoca antica era sicuramente il Polo Nord, e questa certezza è testimoniata dai diversi riferimenti ai popoli mitici che si pensava abitassero proprio in prossimità di queste zone impervie. Tra tutti, i più famosi, e gli unici con cui i Greci potevano vantare un rapporto diretto all’epoca di Pitagora, erano certamente i cosiddetti “Iperborei”. Questi ultimi erano spesso collegati alla mitica “Ultima Thule”, ossia il luogo originario della saggezza della razza ariana, popolato da giganti con i capelli biondi, gli occhi azzurri e la pelle chiara. Trovare gli Iperborei significa quindi fare chiarezza anche sulla mitica Thule.
Al giorno d’oggi gli studiosi tendono ad escludere la possibile esistenza degli Iperborei per il semplice motivo che nessuno ha mai avuto il piacere di incontrare qualche suo rappresentante, ma essi attirarono sin da subito la mia attenzione, perché potevano portare in loro difesa diverse testimonianze storiche, capaci di difenderne in qualche modo l’esistenza. In particolare, ciò che più destava la mia curiosità era una circostanza un po’ strana, ossia l’antica convinzione che questo popolo vivesse “in disparte” dal resto degli uomini. Gli Iperborei, infatti, venivano posti ai “Confini del Mondo”, in una sorta di zona neutra che ha bisogno di essere definita molto bene nell’ambito della nostra teoria.
La fonte ufficiale da cui ricavare le maggiori notizie su questo popolo è rappresentata sicuramente dallo storico Erodoto, il quale offre molti spunti interessanti che sembrano difendere in modo inequivocabile la loro esistenza, nonché un rapporto diretto con i Greci almeno fino all’epoca di Pitagora. Erodoto racconta nelle sue “Storie” che, secondo fonti sicure, gli Iperborei dimoravano in prossimità dell’estremo nord del pianeta, ed erano conosciuti anche nell’area mediterranea perché avevano l’abitudine di inviare ad intervalli regolari di tempo due fanciulle, dal loro paese sino a Delo in Grecia, per onorare con offerte rituali il santuario di Apollo. Con le giovani fanciulle, vista la lunghezza del viaggio, e per evidenti ragioni di sicurezza, mandavano al seguito anche alcuni accompagnatori. Questo strano viaggio rituale sembra si sia protratto per moltissimo tempo, ma ad un certo punto capitò un piccolo inconveniente che costrinse i sacerdoti Iperborei a rivedere tutto il loro sistema di trasporto dei doni votivi. A quanto c’è dato sapere, sembra che gli uomini incaricati al trasporto delle offerte, forse ammaliati dalla bellezza della terra greca, cominciarono un po’ alla volta a disertare il loro viaggio di ritorno in patria: (Erodoto, Storie).
Quest’usanza è una testimonianza molto importante a favore della realtà di questo strano popolo e, anche se a qualcuno potrebbe venire il sospetto che il tutto sia stato inventato, bisogna ricordare, a difesa di Erodoto, che diversi altri storici la pensavano esattamente nello stesso modo. Mi riferisco a Diodoro Siculo, Giamblico, Pindaro e Plinio, senza contare che anche i sommi poeti Omero ed Esiodo avrebbero citato gli Iperborei nelle loro opere epiche. Afferma, ad esempio, lo storico Diodoro Siculo: (Diodoro Siculo, Biblioteca Storica).
Possibile, mi sono chiesto, che un popolo che aveva “grandissima familiarità” con i Greci sia diventato praticamente inesistente nei secoli a seguire? Difficile crederlo, sempre che i diretti interessati, con cui gli Iperborei entrarono in contatto, non siano stati i primi a voler tenere nascosta la loro reale provenienza! Nella precedente citazione, tra l’altro, si accenna ad un sacerdote iperboreo di nome Abari. Ebbene, su Abari circolavano delle strane storie che possiamo collocare a metà strada tra la realtà e la fantasia, ma che non mancano di esercitare un certo fascino. A detta del pitagorico Giamblico, sembra che Abari abbia incontrato il nostro amico Pitagora durante uno dei suoi lunghi viaggi verso Delo:
(Giamblico, La vita pitagorica).
Il grande Pitagora era noto nell’antichità come un essere semidivino e, vera o falsa che sia, la coscia d’oro del filosofo riuscì a raggiungere l’obiettivo di impressionare in positivo Abari, il quale tralasciò tutti i suoi impegni rituali, cadendo vittima di una forma di timore reverenziale nei confronti di Pitagora, una sorta di ammirazione che lo portò anche a donare al filosofo un’enigmatica “freccia d’oro” che, suo malgrado, gli era necessaria se voleva far ritorno a casa. A quanto pare, infatti, questa “freccia” dava a chi la possedeva dei poteri prodigiosi, ed era necessaria al fine di (Giamblico, La vita pitagorica).
Non è ben chiaro che tipo di oggetto sia stata questa “freccia”, ma è certo che senza di essa Abari non poteva più ritrovare i giusti “percorsi” per ritornare a casa. Infatti: (Giamblico, La vita pitagorica).
Lo stesso soprannome di Abari era “colui che cammina nell’aria”, ed è chiaro che egli aveva assoluta necessità di possedere questa “freccia” per essere certo di potere ritornare facilmente e, soprattutto, indenne al suo paese. Il tutto ci porta a pensare che il paese degli Iperborei fosse stato un po’ difficile da raggiungere per gli esseri umani, anche se è abbastanza sicuro che Abari e colleghi siano giunti in Grecia partendo da un non meglio precisato “nord”.
Il termine “Iper-Borei” indica che il popolo di Abari abitava “oltre”, o “al di là”, di “Borea”, ed in epoca antica Borea era il nome che veniva dato al vento gelido che si originava nell’estremo nord. Ciò significa che nell’immaginario greco gli Iperborei dovevano vivere in una porzione di terra veramente proibitiva! Il freddo intenso ed il gelo che caratterizzano questi luoghi, infatti, non rappresentano certo un invito per la sedentarietà di un popolo. Tuttavia, se si vuole trovare l’esatta ubicazione di questo popolo, esistono numerose prove che sembrano portare in tutt’altra direzione.
Già dalla semplice analisi del termine “Iperborei” ci s’imbatte in una contraddizione di non poco conto, dovuta alla consapevolezza che, da un punto di vista logico, “oltre” Borea non poteva esserci assolutamente nulla, perché questo mitico vento personificava già di per sé l’estremo nord. Se gli Iperborei fossero giunti da un qualsiasi paese nordico, i Greci, che erano molto meticolosi sull’uso dei termini, ci avrebbero detto che un tal popolo arrivava dalle zone di Borea, o dal luogo dove si originava il vento del nord. Invece, sin dall’antichità, si è sempre affermata la convinzione che gli Iperborei fossero sì un popolo reale, ma da ricercare in una località mitica, che si trovava addirittura “al di là” dell’estremo nord. Cosa significhi un’affermazione del genere costituisce un vero e proprio rompicapo, e l’ovvio riferimento alla zona artica che quasi tutti gli studiosi propongono non è del tutto esatto, visto che si scontra con le condizioni climatiche tipiche della terra d’origine di questo popolo, condizioni tutt’altro che gelide. Ad esempio, secondo Diodoro Siculo:
(Diodoro Siculo, Biblioteca Storica).
Vi sembra, forse, che simili condizioni climatiche si possano trovare in una qualche zona dell’estremo nord? Credo sia molto difficile abbinare il luogo d’origine degli Iperborei con le gelide lande artiche. Per trovare una zona mite che consente due raccolti l’anno, è necessario scendere di latitudine almeno fino all’area mediterranea. Eppure, numerosi storici sono incorsi nel paradossale accostamento Iperborei-Artico. Uno di loro è certamente Plinio, quando, nella sua “Storia Naturale”, afferma:
.
Zona isolata, clima temperato, aria non nociva, assenza di malattie e grande longevità degli esseri umani, sono caratteristiche che indicano una zona geografica molto particolare, se non unica, nel suo genere, e che si può trovare solamente in una qualche zona “dentro” il nostro pianeta, dove è realmente possibile creare delle condizioni fisiche e “biologiche” di questo tipo. Gli antichi Greci, d’altra parte, sapevano molto bene che gli Iperborei vivevano “fuori” del mondo conosciuto, ma non hanno mai preso seriamente in considerazione la possibilità che il loro ambiente fosse di natura sotterranea. Al pari del mitico paradiso iranico (Airyana Vaejo), anche la fertile terra iperborea godeva di condizioni luminose molto simili a quelle presenti in prossimità del polo nord. Forse, è stata questa considerazione a trarre in inganno gli studiosi, i quali, per ovviare alla mancanza di dati più precisi, hanno tentato di spiegare il clima “felicemente temperato” di questo popolo ricordando che molti millenni fa la situazione climatica del nostro pianeta era diversa da quella attuale, ed avrebbe permesso ad una civiltà avanzata di svilupparsi in un ambiente non certo ostile come lo è al giorno d’oggi.
Anche se la tesi è affascinante, e di per sé valida, bisogna pur sempre tenere presente che Plinio, nel presentare i popoli del nord, non si astiene dal nominare una regione ghiacciata proprio ai confini degli Iperborei. Lo storico, infatti, parlando delle zone dell’estremo nord del pianeta, accenna all’esistenza di una regione dal clima decisamente artico, che chiamava “Pterophoros”, regione nella quale era frequente la caduta di neve, e dove la terra veniva letteralmente attanagliata dal gelo. Gli Iperborei venivano inseriti poco più a nord di questa zona. Ciò significa che, contrariamente a qualsiasi logica, Plinio poneva una regione mite e fertile più a nord di una in cui cadeva perennemente la neve! Ora, se dobbiamo credere a quello che ci dice lo storico romano, non è possibile accettare gli argomenti di quegli studiosi che vedono nella mitica Iperborea l’Artico mite e senza ghiacci di un’imprecisata epoca antica. Plinio, infatti, ci lascia intendere chiaramente che, per raggiungere gli Iperborei, era necessario passare oltre la regione dei ghiacci, e ciò può significare solamente una cosa: il gelo, allora come oggi, era una caratteristica costante del Circolo Polare Artico.
Oltre a ciò, bisogna ricordare che gli scrittori citati in precedenza ci hanno parlato di un contatto diretto tra Pitagora ed Abari non oltre il V-VI secolo a.C., e, quindi, in un’epoca storica dove l’Artico non poteva apparire molto diverso da quello che è al giorno d’oggi. Non per ultimo si può aggiungere un “piccolo” problema tecnico, cui andrebbero incontro gli Iperborei nel caso in cui si togliessero tutti i ghiacci della calotta polare artica. Essi, purtroppo, affogherebbero, perché l’Artico altro non è che un’enorme depressione oceanica dove il ghiaccio si posa direttamente sul mare. La situazione che ne deriva è abbastanza inverosimile, ed è per questo motivo che molti studiosi hanno gettato anzi tempo la spugna, bollando gli Iperborei come una delle tante assurdità concepite dai Greci di epoca classica. Come al solito, però, non è questo il modo giusto per risolvere gli enigmi del nostro passato.

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2 Commenti su Il mistero dell’Ultima Thule e l’origine sotterranea degli Ariani iperborei

  1. di recente è stato rilevato che l’interno della terra è costituito da un oceano grande come la somma di tutti gli oceani esterni, lasciando cadere l’insegnamento che un fulcro incandescente costituisse il centro del pianeta.

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