I limiti dell’autoerotismo economico

(riproponiamo un’articolo scritto su Sintesi qualche tempo fa)

C’è crisi. Lo dicono tutti. Il capitalismo da pozione miracolosa diventa fallimento. Il mercato e i privati che predicavano l’autodeterminazione si sono infine inginocchiati al pubblico, alla politica. Confindustria pretende così 70 mld di euro al governo.
Il liberismo sta all’economia così come l’autoerotismo sta al sesso. Ecco spiegato forse perché non può durare all’infinito. Leggete questa storiella e capirete.
In un tempo non tanto lontano vi erano uomini un po’ egoisti, permalosi, forse un po’ misogini. Odiavano le donne, che davano loro problemi e limitavano la loro libertà.
Avevano un pensiero fisso per la testa, il raggiungimento del benessere fisico – nello specifico attraverso l’atto sessuale – ma erano decisamente restii a condividere questo piacere con gli altri, con le donne: lo volevano tutto per loro, nessuno doveva limitarli e non volevano render conto a nessuno per quel che facevano.
Sentimenti concretizzatisi in una soluzione che avrebbe risolto tutti i loro problemi, senza più dipendenza dal gentil sesso (cosa fa la disperazione…!): l’autoerotismo.
Meccanismo di organizzazione della vita sessuale che permetteva finalmente di raggiungere il piacere con le proprie mani, senza aiuto di nessuno, senza vincoli imposti, senza dover fare attenzione alle esigenze altrui, senza doverne condividere i risultati. Qualcuno obiettava timidamente che in tal modo si dava benessere ad una persona sola, mentre facendolo in coppia erano due le persone a star bene (e via dicendo perché, come si suol dire, più si è meglio è). A sentir i protagonisti però non vi era differenza se due persone lo avessero fatto insieme oppure ognuno per i fatti propri, perché in ogni caso si sarebbe usciti di casa con il sorriso sulle labbra. Mi spiego meglio: al termine dell’atto sessuale entrambi i partner sono soddisfatti essendosi procurati piacere l’un l’altro; conclusa la pratica autoerotica il singolo è ugualmente soddisfatto perché si è procurato piacere…quindi se tutti praticano l’autoerotismo tutti sono felici e tutto va bene…se qualcuno non lo pratica, problema suo. In più ciò permette di concentrare tutta l’attenzione sul proprio benessere, senza considerare gli altri.
L’economia lo insegna chiaramente con il discorso della “mano invisibile” (termine azzeccatissimo in questo contesto): gli individui, perseguendo il loro interesse privato, perseguono inconsapevolmente il benessere collettivo. Citando Ludwig Von Mises, “ognuno agisce per proprio conto; ma le azioni di ognuno tendono tanto alla soddisfazione dei bisogni degli altri che dei propri […] Ognuno è in sé stesso mezzo e fine; fine ultimo per sé stesso e mezzo per gli altri nei loro tentativi di raggiungere i propri fini”.
Il ragionamento filava, con un problema: la logica alla base del fare da soli non era “a mali estremi…” ma piuttosto “chi fa da sé fa per tre”. Non un rimedio per sopravvivere a condizioni avverse, bensì una scelta di vita sociale.
Si contrappose la figura del “parroco moralizzatore”, che sperava di correggere l’impostazione di questi liberisti (ops! volevo dire libertini) ammonendoli riguardo agli enormi danni che tale approccio avrebbe potuto arrecare all’individuo (“se ti masturbi diventi cieco!”) e alla collettività. Il povero parroco voleva evitare che si calpestasse l’etica e di venisse meno ai doveri sociali, che alla lunga avrebbero causato problemi anche a coloro che nel breve ne avrebbero tratto vantaggio a discapito degli altri. L’autoerotismo avrebbe portato i suoi seguaci a non esser più capaci di guardare oltre se stessi e pensare agli altri, oltre a svuotare il sesso del suo contenuto sociale, non essendo più manifestazione della cooperazione tra persone, bensì atto meccanico di raggiungimento del piacere. Proprio come il capitalismo, che aveva l’evidente e riconosciuto limite della non equità sociale. Ma questi non ne volevano sapere.
Si sa però che l’uomo è bramoso e che tutto ciò che dà da soddisfazione materiale immediata gli crea dipendenza; più si ha più si vuole. Finendo per accanirsi su di esso e vivere solo ed esclusivamente per esso. Pecunia docet. E la dipendenza accosta al piacere immediato una costante insoddisfazione latente, perché se ne vuole ancora e, soprattutto, perché ci si inizia a render conto che tutto ciò non ha molto senso se fine a se stesso, ma acquista significato se associato a qualcos’altro. Il benessere fisico a quello spirituale, il sesso al rapporto con il partner.
Così i nostri birbantelli iniziarono a rendersi conto che non era cessato il bisogno della donna per dar senso a tutto ciò. La mano da sola non bastava. Non erano però ancora disposti a fare sacrifici per essa. Le imprese vogliono essere libere ma ricorrono spesso all’indebitamento, perché conveniente. Le banche vogliono essere libere ma quando s’incasinano bussano alla porta delle Istituzioni.
Intanto l’accanimento messo in questa nuova pratica causò i primi segni di cedimento. Se tiri troppo la corda, si spezza. Così i polsi iniziarono a slogarsi, e senza di essi non si poteva andare avanti.
Insomma, alla fine i nostri eroi abbandonarono le loro convinzioni e si rivolsero disperati a coloro che avevano sempre rinnegato. Lui ha bisogno di Lei perché, alla fine della fiera, si rende conto che solo Lei ce l’ha; Lei dovrebbe rendersi conto di ciò e potrebbe finalmente domare Lui.
Ecco infine la domanda: continuare a finanziare incondizionatamente (come se la donna la desse all’uomo a prescindere dal suo comportamento) o imporre dei vincoli se non addirittura nazionalizzare (“se non mi tratti bene non te la do!”)???
L’autoerotismo in economia è alle strette. Occasione di rivincita per lo Stato.

Vincenzo Sofo

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