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Corona, il fu Silvio Pellico

di Barbara Leva

Le mie prigioni, libro che fu di Silvio Pellico ora appartiene (anche) a Fabrizio Corona, con grande scandalo. Dico anche perché che il padre della patria non è al giorno d’oggi conosciuto quanto il ribelle tatuato.
Ecco il punto. Ribelle. Parola da definire e approfondire, presa qui nel suo significato più immediato. Ribelle è il bel Fabrizio, per il suo scagliarsi contro la società che egli stesso ha contribuito a creare, ribelle è il prigioniero dello Spielberg (non Steven, ma quello austriaco) che ha lottato contro una società per crearne una nuova alla quale egli stesso avrebbe voluto appartenere poiché si sentiva di appartenerle, pur appartenendo alla vecchia.
Ecco, dunque, che ci si scandalizza per il libro del fotografo ricattatore, ritratto spaghetti western che sullo schermo amiamo e nella vita anche, e si elogia il libro del massone, senza pensare che anche il secondo fu a sua volta, al suo tempo, un testo scandaloso. E il sostegno popolare, ossia, i lettori. Quando ancora si cercava di fare quell’unità di Italia che ora viene esaltata solo in vista di tornei calcistici, quel libro era accessibile a pochi, ai pochi che credevano in un futuro politico diverso e ai pochi che poi erano i più che auspicavano il mantenimento dello status quo. Ognuno auspica il mantenimento dello status quo, a suo modo; ma è una questione diversa. Il libro del siciliano tatuato invece è accessibile ai più, in un’epoca in cui non esiste l’indice dei libri proibiti e gli editori sono come prostitute vogliose di comprarsi una nuova pelliccia.

Ecco allora, che mi chiedo, pubblico a parte, quale sia la differenza tra i due testi; quale in fondo la differenza tra opere se di differenza tra opere si può parlare in un contesto così ampio e non essendo io grandemente ferrata in storia letteraria. Ma amerei allargare la presa, amo divagare, amo leggere e amo l’intelletto umano, così elogiato dagli intellettuali e malvisto dalla bassa plebe, essendo poi in fin dei conti l’intelletto una faccenda umana universale, ed essendo quest’ultima plebe la vera protagonista del progresso in ordine di scritto e letto e prodotto sulla scena teatrale o cinematografica o televisiva – performato, diciamo con un neologismo inglesizzante. Amo fare confronti, pur non potendosi fare certi confronti perché il contingente cambia ma dovendosi fare confronti perché è tutto un derivato e un prodotto del passato e del presente – l’uomo, animale dall’animo universale. E dunque penso, e leggo, e vedo. E mi chiedo.

Aristofane, padre osannato della commedia. Autore di piéces, diremmo noi intellettuaoidi maledetti, piéces che attiravano le folle perché le folle erano costrette a farsi attirare. Aristofane che viene studiato nei licei e nelle università, osannato ed acclamato – non come si fa con le starlettes, ma come si fa per mezzo di quel “io so che vale e lo stimo perché io lo studio e dunque lo so”. Starlettes appunto acclamate, e poi respinte nella fossa del male comune, dell’amato da non amare perché sconveniente, perché ci abbassa moralmente facendoci tornare ad essere pulsione e immedesimazione e quindi noi, tra la realtà sognata e il sogno che ci appare reale.
Shakespeare che tutti amano, che da commediografo è diventato slogan e film, il poeta tra i poeti; e perché Blake no, Blake il visionario è un genialmente geniale nel suo essere genio, Blake è conosciuto dai pochi e sconosciuto dai più, anche da quelli che credono di conoscerlo? E dunque, viene da sé, Blake è niente rispetto a Shakespeare o Baudelarie ma è un idolo per i pochissimi pochi che lo conoscono.

Ed ecco ancora, Baudelaire, il Fabrizio Corona del tempo che fu. Osannato contro a osannato ma denigrato. Come successe al primo, come il primo lamenta gli successe godendone, godendo profondamente di questo esserci ma volere non esserci e volere che nessuno volesse che ci fosse, che semplicemente fosse; e quindi, fu.
Ecco quindi, il classico che poi non è che il popolare o il reietto poi riscoperto in virtù del suo essere feccia. Feccia perché va conto lo status quo, in vesti apparenti, perché quello status quo non è altro che suo padre e figlio, essendo lui essere del suo tempo e creatore del tempo in cui vive, essere maledetto perché da maledire, perché lo status quo di cui sopra rifiuta la sua messa in dubbio ma non può che amare visceralmente quel sommovimento che lo pervade e lo porta a ricrearsi diverso da prima ma come prima. Esattamente come prima, saecula saeculorum.

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