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LA FILOSOFIA E L’ ESISTENZA DI DIO. UN’ INTRODUZIONE

I nemici di ogni metafisica e visione religiosa del mondo insistono in maniera solo apparentemente contraddittoria sulla necessità di prove dell’esistenza di Dio (e non tanto, come di primo acchito si potrebbe pensare, della Sua inesistenza). Al di là della discussione sul fatto che esse esistano o meno (il sottoscritto ritiene di sì, anche se si “limitano” a spiegare il deismo e, solo in parte, il teismo), costoro non crederebbero in Dio nemmeno trovandosi davanti a evidenti prove materiali o “aver infilato il dito nella ferita” come San Tommaso.

 

Il punto è che l’osservazione, come dimostrato dalla filosofia della scienza del secolo scorso, non è “pura”, “oggettiva”; inoltre, queste persone non vogliono credere per principio. Nel complesso, ciò che colpisce è appunto la loro insistenza sulle prove. Naturalmente, il bisogno di una risposta indiscutibile, semplice e facilmente accessibile è segno di una degradazione culturale, derivante dalla vittoria di uno spirito basso e grezzo e dall’instaurazione di un sistema di valori capovolto: tale ostinazione è fanatica, cieca. Oggi l’entusiasmo che segue alla “negazione per la negazione” caratterizza tragicamente tutto il mondo europeo. Sebbene parlino continuamente della necessità di nuove prove, gli antireligiosi non accettano mai alcuna dimostrazione. Come i loro avversari, anche loro credono in qualcosa, guardando sempre al futuro, non accontentandosi mai delle certezze disponibili nel presente: detto altrimenti, essi hanno semplicemente un’altra fede.

 

Uno dei controargomenti più adoperato è quello secondo cui dall’esistenza del male, del dolore e della sofferenza seguirebbe l’inesistenza di Dio (o di qualsiasi Principio). Oltre alla concezione infantilisticamente ebete e lassista di qualsiasi “senso superiore”, l’esistenza del male dimostra la libertà dell’uomo, che può cadere fino in fondo. È interessante notare che tali antireligiosi ideologici preferiscono quasi il disordine all’ordine, l’imprevedibile al prevedibile etc., meravigliandosi però maggiormente nel constatare l’esistenza del male o, più in generale, del non-essere in un modo regolato da una logica e non dalla cieca casistica del caso. In altre parole, se esiste il bene o l’essere, il male e il non-essere per costoro sono inaccettabili e la loro esistenza confuta quella dei primi, ma se il bene e l’essere non esistono, allora il male e il non-essere non sono intesi come tali, ma come “caso” o “necessità”. Esclusa la posizione dell’amor fati, di solito questi ragionamenti giungono alla conclusione secondo cui “allora Dio (o un Principio Razionale) forse esiste, ma non è buono: Egli o è malvagio o indifferente”. La questione dirimente è la seguente: se Dio, indistintamente, vietasse, significherebbe che l’uomo non è libero. Ciò significa che: o Dio è cattivo e tratta l’uomo come uno schiavo oppure è buono e, proprio per questo, non limita la libertà dell’uomo, che è responsabile delle proprie azioni; nel caso della Sua indifferenza, entrambi gli scenari risultano validi. O siamo liberi e accettiamo l’“esistenza” del male (anche se inteso come “mero” non-essere), oppure accettiamo un determinismo totale e la schiavitù. Abbiamo già osservato che nelle nostre scuole si studia attivamente il Candido di Voltaire nel quale, tuttavia, in realtà non sono espressi veri argomenti contro la teodicea di Leibniz. Gli argomenti degli antireligiosi somigliano ai capricci del “figliol prodigo” che, invece di tornare da (Dio)-Padre lo ha ucciso rinnegandolo, per poi pentirsene.

Sacha Cepparulo

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