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IL QUINTO COMANDAMENTO: NON UCCIDERE

Esiste una gerarchia invisibile che definisce l’essere umano, una struttura che la modernità ha dimenticato e che spesso la teologia dei “distinguo” rischia di offuscare. L’uomo non è un monolite di materia, ma un’unità tripartita di carne, anima e spirito. Se la carne è l’argilla che ci lega alla terra e l’anima è il soffio della nostra individualità, lo Spirito è il frammento di divino che Dio ha deposto in noi come una bussola orientata verso l’assoluto.

​Proprio qui, in questa architettura dell’essere, si gioca la partita decisiva del comando «Non uccidere». ​La domanda che scuote le fondamenta del nostro agire è radicale: la vita terrena è più importante dello Spirito? Per un mondo orizzontale, che vede nel corpo l’unico confine dell’esistenza, la risposta è un sì scontato. Da qui nasce la necessità di giustificare la violenza: la difesa, la guerra “giusta”, il tirannicidio. Sono tutte declinazioni di un unico istinto: salvare la carne a ogni costo.

​Ma per il cristiano, la prospettiva si ribalta. Se crediamo che lo Spirito sia il “soffio di vita” donato da Dio, allora la vita biologica non può essere il valore supremo se per conservarla dobbiamo corrompere la nostra natura divina. Se ho fede, non uccido. Non perché io non provi paura o istinto di conservazione, ma perché riconosco che salvare il corpo al prezzo dello Spirito è, in ultima analisi, un fallimento ontologico.

​Spesso, nel corso di duemila anni, abbiamo assistito al tentativo umano di aggiungere note a piè di pagina ai comandi di Dio. Abbiamo scritto pagine fitte di eccezioni per rendere il Vangelo “praticabile” nelle corti, negli eserciti e nelle strutture di potere. Abbiamo usato la ragione, il Logos, per spiegare che in certi casi la spada è necessaria per proteggere l’inerme. Quando l’uomo si fa arbitro di chi meriti di vivere e chi di morire, anche per una “causa giusta”, sta compiendo un atto di orgoglio metafisico. Sta dicendo a Dio: “La tua legge è troppo semplice, permettimi di adattarla alla complessità del mio male”. Ma la legge di Dio è semplice proprio perché deve restare invalicabile.

​Scegliere di non uccidere, anche quando la logica umana griderebbe vendetta o difesa, non è debolezza. È l’affermazione di una sovranità superiore. È comprendere che ogni volta che un uomo affonda la lama nel petto di un altro, non distrugge solo un corpo nemico, ma lacera lo SPIRITO in se stesso. In questo senso, l’omicidio è sempre un suicidio dell’anima.

​Gesù nel Getsemani non ha lodato Pietro per aver difeso l’innocente con la forza; gli ha ordinato di riporre la spada. In quel gesto c’è tutto il senso della nostra fede: la protezione dello Spirito proiettato verso Dio vale più della sopravvivenza del corpo proiettato verso la terra. ​In un’epoca che cerca costantemente di relativizzare l’etica in nome dell’emergenza, il “No” assoluto di Dio resta l’ultimo baluardo della nostra libertà. La carne è il veicolo, lo Spirito è il passeggero. Se per salvare il veicolo buttiamo fuori il passeggero, restiamo con un involucro vuoto destinato alla polvere. Restituire la spada al fodero è l’unico atto veramente umano rimasto: un atto di fede pura che ci permette di presentarci nudi davanti al Creatore, con le mani pulite e lo Spirito intatto, pronti per la Vita che non conosce tramonto.

Fabrizio Fratus

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