LE VIE DELLA TRADIZIONE. RIFLESSIONI CON ANDREA SCARABELLI
…Si lascino pure gli uomini del tempo nostro parlare, con maggiore o minore sufficienza e improntitudine, di anacronismo e di antistoria. […] Li si lascino alle loro “verità” e ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine. […] Rendere ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il “questo” e cerca confusamente “l’altro” significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra essere ormai più forte dello spirito…
Mai aforisma fu più appropriato alla narrazione di questa fase storica. Quest’anno ricorrono il primo cinquantennale dalla morte di Julius Evola. Giulio Cesare Evola, questo il suo nome di battesimo, è stato filosofo, poeta, scrittore, pittore ed esoterista italiano: di pregio il lavoro prodotto nell’arco di una vita dove si distinse in quella giusta sintesi che rappresenta una mescolanza singolare (anche se non necessariamente originale) di diverse scuole e tradizioni di Pensiero. Evola riuscì a trovare il giusto equilibrio tra Idealismo tedesco, dottrine orientali, tradizionalismo integrale e, in ruolo preminente, la Weltanschauung della Konservative Revolution con cui questi ebbe una profonda identificazione anche personale.
Davanti all’invadenza dell’imposizione di un certo mainstream della omologazione del Pensiero, noi de Il Talebano favoriamo la riflessione e il Pensiero libero seppur vicine alle regole della Tradizione. Riteniamo fondamentale, a tal proposito, onorare questa importante ricorrenza ripercorrendola nel solco del miglior insegnamento evoliano: vogliamo partire da un confronto serrato con la postmodernità individuando linee di azione in ambito metapolitico. La premessa è lo studio rigoroso, critico e ponderato della complessa e multiforme opera evoliana alla luce del rapporto tra Tradizione e Modernità.
Come spiega bene Luisa Bonesio nel “Barone della Tradizione” non troviamo solo opere dottrinarie e di spiegazioni sugli aspetti dell’Età Oscura ma, con una sintonia “rivoluzionario conservatrice”, Julius Evola ci incita a non rimanere passivi o perdere tempo in inutili ribellismi.
Riteniamo giusto, richiamando Gianfranco Lami, utilizzare gli strumenti di una “filosofia pratica” dove l’azione parte dall’aristotelico Motore Immobile.
Riteniamo avviare un confronto con Andrea Scarabelli, Vice-Segretario della “Fondazione Evola” e responsabile della sezione filosofia presso Grece Italia: con lui ragioneremo, con riconoscenza per la sua disponibilità, su Julius Evola.
Andrea, sei protagonista della bellissima rivista “Antares” vuoi parlarci di questa esperienza?
È una rivista nata ormai un quindicennio fa, nei chiostri dell’Università degli Studi di Milano, tra un corso e l’altro, letture liberissime e metabolismi intellettuali molto elevati. Quindici anni non sono pochi, e hanno registrato vari cambiamenti, di tipo sia umano sia contenutistico. Nata con il sottotitolo “Prospettive Antimoderne”, sulla scorta della scoperta da parte di molti tra noi – non tutti – del pensiero “tradizionalista” e “perennialista”, la rivista, tutt’ora attiva e pubblicata da Edizioni Bietti, ha adottato col passare del tempo una posa meno “frontale” nei confronti della modernità, interessandosi anche a fenomeni relativi alla cultura pop o a movimenti di costume. Analizzati, va da sé, da punto di vista piuttosto alternativi.
Ci siamo occupati di Walt Disney, di Dino Buzzati, di Charles Bukowski, di animazione giapponese e addirittura di calcio (argomento che provoca di solito una certa allergia nello scrivente). Con il passare degli anni, ci siamo resi conto che è più interessante – e divertente – offrire letture controcorrente di fenomeni mainstream piuttosto che trattare sempre lo stesso rosario di autori, tematiche e così via, arroccandosi in cittadelle che mascherano spesso l’incapacità di leggere iul presente. Abbiamo realizzato numeri di alto livello, costituendo al contempo un laboratorio di idee che ha aggregato intelletti singolari e curiosi, facendo nascere a sua volta – come spesso accade – altre iniziative, convegni, centri studi e così via. Da un certo momento in poi, abbiamo preso a modello i mitici Cahiers de l’Herne realizzati da Dominique De Roux – con questa impostazione è stato realizzato quello che secondo me è il miglior numero di «Antarès», vale a dire il monografico su Ioan Petru Culianu, geniale allievo di Mircea Eliade freddato da una mano tutt’ora ignota il 21 maggio 1991 nei bagni della Divinity School di Chicago. A livello mondiale, è uno dei volumi più completi su di lui.
Per sintetizzare, diciamo che più che interessarci alla modernità, benché in chiave oppositiva, oggi siamo più incuriositi dal mondo postmoderno, con tutte le sfide – e, perché no, le occasioni – che esso comporta. Sempre se analizzato in un certo modo.
Riguardo agli studi evoliani, tu sei protagonista di un libro unico nel suo genere: una biografia su Julius Evola. Vuoi parlarci di questo testo?
È un libro nato da quindici anni di letture e cinque di stesura/redazione. È stato scritto non per velleità autoriali, che decisamente non mi appartengono, ma solo e soltanto perché era una delle cose che restavano da fare nel contesto degli “studi evoliani” – un’autentica lacuna, ora in parte colmata. Dico “in parte” perché il lavoro non è di certo concluso: molti sono gli enigmi della vita del filosofo romano che ancora attendono di essere sciolti.
La sua stesura ha comportato ricerche in archivi, sparsi in giro per l’Italia e non solo, e la raccolta di testimonianze dirette, ma anche la consultazione di rapporti di polizia, epistolari, inediti, eccetera.
Vari ambienti sollecitano da anni una biografia su quello che è e rimane uno dei filosofi più “eccentrici” (nel senso assegnato a questo termine da Geminello Alvi) del Novecento, uno studio capace di superare due approcci opposti ma complementari che di solito emergono non appena si parla di Evola: da un lato, una venerazione ai limiti del feticismo; dall’altro, il sistematico anatema scagliato contro il “fascista” e il “razzista” (qualunque cosa vogliano dire questi termini). È quel che ho cercato di realizzare con Vita avventurosa di Julius Evola, resoconto anzitutto di una vita non comune.
Indubbiamente, caro Andrea, con il tuo contributo intellettuale ti inserisci in un solco di studi evoliani che sviluppano una filosofia di vita prima ancora che una proposta comunitaria che parte dal presupposto che è errata la lettura di Evola come “mito incapacitante” volto a giustificare la propria incapacità di vivere, ma sulla scia della riflessione iniziata con Borghi e Lami una filosofia volta prima di tutto ad un mutamento interiore per agire in modo efficace. Come vedi il panorama degli studi evoliani in tal senso e che testi consiglieresti ai nostri lettori in tal senso?
Hai detto bene. Il portato evoliano è anzitutto di tipo interiore, nel senso che non è diretto tanto alla formazione politica, ma al problema della visione del mondo – che d’altronde della politica è, o dovrebbe essere, la base, e in assenza della quale la politica stessa tende ad avere il fiato piuttosto corto. Senza dilungarsi troppo, diciamo che la visione del mondo ha a che fare con la messa in prospettiva del reale – che significa, in buona sostanza, che lo stesso fenomeno assume un significato del tutto diverso in base al sistema entro cui lo si inserisce. Non ha un valore in sé (nulla, su questa terra, ne ha), e quindi è inutile agire su di esso ma anzitutto sulla mentalità che lo analizza, sull’osservatore più che sull’osservato, dimodoché il mutamento esterno auspicato possa esserne una diretta conseguenza. È una manipolazione ermeneutica, per così dire, opposta e contraria a quella che subiamo senza soluzione di continuità ad opera del tanto citato – il più delle volte, a sproposito – Pensiero Unico.
Da un punto di vista politico, anzi metapolitico, non si può negare l’importanza dell’interpretazione, magari facendo appello ai “fatti in sé”, a “necessità pratiche” o altre sciocchezze del genere – si può solo essere succubi di questo gioco ermeneutico, oppure conoscerne le regole e agire in senso contrario. Una cosa è certa: non è possibile rovesciare la scacchiera.
Ebbene, nello sviluppo di una visione del mondo pochi autori sono preziosi quanto Evola, di cui amo sempre ricordare l’esordio delle Note critiche sulla dottrina democratica, uscite su «Lo Stato Democratico» il 15 agosto 1925: «La politica non costituisce precisamente il centro dei miei interessi, né (si perdoni lo scandalo!) credo possa costituire mai un centro per nessuno che voglia vivere profondamente la propria vita; per me un problema politico in tanto ha valore, in quanto si risolve in problema filosofico e spirituale; epperò a questo livello e non a quello di un qualsiasi partito, va inteso quel che per avventura posso dire su tali argomenti». Per quanto lui stesso, nel corso degli anni, non manterrà sempre fede a questo precetto, le sue parole sono inequivocabili e dovrebbero essere prese a modello da quanti si occupano di metapolitica e non di politica.
Inoltre, servono a scongiurare qualsiasi deriva “incapacitante”, chiamando a una politica paradossalmente ancora più politica, non appiattita sulle agende dell’attualità ma sulle grandi narrazioni che costituiscono l’ossatura delle società.
Quanto all’ultima domanda, a mio giudizio i testi meglio invecchiati di Evola sono Cavalcare la tigre, L’uomo come potenza e i suoi articoli su «Ur» e «Krur» (gli originali, non Introduzione alla magia, facilmente rintracciabili in pdf online). Per quanto riguarda la critica, consiglio sempre Il volto di Dioniso di Roberto Melchionda, edito da Basaia nel 1984, Arte e filosofia in Julius Evola di Gian Franco Lami (Fondazione J. Evola, 2017), Julius Evola e l’utopia della tradizione di Giovanni Sessa(Oaks, 2019) e Lo stato interiore di Alessio De Giglio (Solfanelli, 2021).
Paolo Guidone

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