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LIBIA E YEMEN: LEGATI DA UN INSOLITO DESTINO

A Houthi rebel fighter holds his a weapon during a gathering aimed at mobilizing more fighters for the Iranian-backed Houthi movement, in Sanaa, Yemen, Thursday, Feb. 20, 2020. The Houthi rebels control the capital, Sanaa, and much of the country’s north, where most of the population lives. They are at war with a U.S.-backed, Saudi-led coalition fighting on behalf of the internationally recognized government. (AP Photo/Hani Mohammed)

Libia e Yemen sono due paesi distanti geograficamente, antropologicamente, hanno priorità diverse, eppure sono stati equiparati in un dossier del 24 novembre dal titolo “From Warlords to Statelords: Armed Groups and Power Trajectories in Libya and Yemen[1] (“Dai signori della guerra ai signori dello Stato: gruppi armati e traiettorie di potere in Libia e Yemen”) da ricercatori (Eleonora Ardemagni e Federica Saini Fasanotti) dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).

Il minimo comune denominatore per i due stati sembra essere quello di essere in balia di gruppi armati che malversano le loro nazioni al fine di controllarle dal punto di vista economico, sociale e politico.

Alcune caratteristiche sono tragicamente simili dato che entrambi hanno istituzioni fragili e messe in discussione. L’aspetto più preoccupante risiede nel fatto che i leader di questi gruppi criminali, etichettabili come “Signori della guerra”, ricoprono spesso ruoli di spicco nel campo militare, altri sono uomini d’affari oppure capi tribù. I Signori della guerra diventano così, de facto, anche Signori dello stato, riuscendo ad accaparrarsi la gestione dei proventi derivanti dalla vendita di energia, ma anche gestendo traffici illeciti (contrabbando e trasporto di sostanze stupefacenti).

Il lavoro congiunto delle due ricercatrici ha messo in luce come i nuovi gruppi armati abbiano un forte spirito economico che si fonda su dinamiche clientelari su scala locale, definito nello studio come “neo-patrimonialismo armato”. I signori della guerra moderni hanno un doppio ruolo: padroni delle popolazioni locali, che vengono remunerate in maniera arbitraria e a cui vengono gestite la possibilità di ricoprire una carica lavorativa ed eventuali licenze, e clienti di stati esterni. Quest’ultimo aspetto è dovuto al fatto che, per quanto concerne i sostegni economici, militari e di addestramento, sono dipendenti da autorità statali esterne all’organizzazione. Il riconoscimento è dato dal fatto che sono in grado di ottenere una legittimità “pratica” da parte di legittime istituzioni o stakeholder[2] internazionali e dall’ausilio offerto da attività educative o religiose.

Alla luce di quanto sommariamente descritto sembra impossibile immaginare una transizione dallo stato di conflitto attuale. In Libia, per quanto concerne l’energia, incontrano grandi difficoltà anche le istituzioni formali perché si trovano vittime dell’estorsione e del ricatto perpetrati dai gruppi armati che sfruttano tale situazione per garantirsi una chiave d’accesso alla vita politica statuale.

Una delle conseguenze di questa caotica situazione è stata l’“erosione” della provincia del Fezzan che, di fatto, ha perso i propri confini con la realtà del Sahel, generando una zona franca per attività che in Italia definiremmo “mafia”.

L’assenza di uno stato forte, capace di incentivare una proficua attività politica e non solo concentrata sul mantenimento della “sicurezza”, porta alla creazione di apparati dediti alla mercificazione della vita umana tramite l’immigrazione clandestina.

Anche in Yemen il benessere economico è strettamente legato alla vendita di petrolio e ciò ha fatto sì che già dal 2015, anno in cui l’avanzata del gruppo Houthi ha segnato la fuga del governo, si creasse una commistione inedita tra realtà statali legittime e attori informali legati attualmente da un intreccio saldato da comuni interessi economici. Questa inusuale forma di potere fa sì che i gruppi armati siano concentrati sul sostegno alle strutture confacenti alle loro esigenze, escludendo quindi l’emergere di altre realtà/alternative.

Un ulteriore tassello problematico si riscontra nel controllo dei confini marittimi perché appare “multi-governata” da gruppi armati (spesso “nemici” tra loro) in connessione con il governo riconosciuto; ciò fa sì che i Signori della guerra traggano ingenti guadagni dalla “gestione” dei porti e possano autonomamente stabilire l’ammontare dei dazi doganali e delle tariffe pilotando efficacemente le reti di contrabbando.

Arianne Ghersi


[1]https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/warlords-statelords-armed-groups-and-power-trajectories-libya-and-yemen-36706

  1. [2] Ciascuno dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti in un progetto o nell’attività di un’azienda.

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