L’ INVISIBILE


Devi andare e recuperare una pecorella dal gregge di una festa che si sta concludendo all’ora tarda del pomeriggio, in quel declinare della luce che fa lupo anche il più timido cane. E mentre armeggi per chiudere il mezzo, dai placidi platani planano foglie ramate, si stacca un’ombra tra i fusti. E te lo trovi davanti che avrà poco meno degli anni tuoi. Se ne sta lì. Pallido di una vergogna che all’impronta intuisci e che gli mozza il fiato. Agita le braccia e pendola stando in ferma, ora su un piede ora sull’altro. Apre la bocca e non esce che il fischio di un vento che gli sta attraversando il cuore. Gli fai il cenno se vuole una sigaretta e lui prendendola ti dimostra che ha preso a fumare da poco, fuma per stare lì ancora con te un momento. Se ne sta lì. L’edificio mareggia di voci nel crescendo di quella felicità monetata che smarrirà nel breve tragitto del rientro alla casa. Lui tossisce e tu gli dici di buttarla la sigaretta. Ma lui la tiene con tre dita chiuse a coppa, la trattiene per appoggio. Poi la lascia cadere e mostra il pugno e ti dice che i suoi muscoli sono ancora buoni, che è forte, che è ancora capace di sollevare con un solo braccio venticinque e anche trenta chili, e che ha lavorato per venticinque anni in quella ditta che tre mesi fa ha chiuso. Chiuso per sempre. E lui è ancora forte e ti ripete di toccargli il muscolo del bicipite che gli gonfia il giubbino da due soldi e tu lo fai. Lo fai. E mentre gli premi il muscolo, lui vuole solo un contatto umano, scoppia in un singhiozzo che riconosci. Il pianto di un orfano. Dice che quest’anno, che sono appena dieci mesi da quando è partito quest’anno maledetto, ha perso il padre e poi la madre. E che sua mamma è rimasta a letto sei mesi prima di morire, sei mesi nei quali lui l’ha accudita perché era giusto così, era giusto così, mentre suo padre se l’è portato via un infarto quando era in bagno a radersi. Ora che parla il sangue riprende sul pallore. E non gli è rimasto niente. Niente. E dice che è ancora forte. Ma non sa cosa farci di quella forza. Nessuno lo vuole. E l’azienda chiusa non gli ha pagato neanche la liquidazione. E che ha dato fondo a tutto il suo risparmio pur di assistere la sua mamma. Che prima, e fa il gesto di buttare il braccio all’indietro verso la vita lontana e irraggiungibile quale è l’ieri, non gli mancava niente. Ma era prima. E adesso non ha più niente, e se ne sta lì. Con il braccio destro chiuso a novanta gradi per mostrare il muscolo. E ti viene in mente una pagina di Steinbeck o di Caldwell, della grande depressione, quando gli operai salivano sul palco come animali alla fiera e mostravano i muscoli della braccia e contraevano il ventre per mostrare come erano ancora buoni e forti per il lavoro che non c’era più. E nessuno li voleva più. Invisibili erano, loro e le loro famiglie e i loro bambini e i loro vecchi. E lui scuote il capo a dire che non vuole niente. Voleva soltanto parlare un poco, che si sapesse che ci sono uomini che meglio morire che chiedere la carità. E se ne va rientrando nell’ombra degli alberi che adesso è buia e tu lo scorgi che camminando si puntella ora ad un tronco ora all’altro. Se ne va con i suoi morti: il suo papà, la sua mamma, il suo lavoro. La sua forza che nessun mercato richiede. E allora mentre tu suoni il campanello sai che non c’è nessuna scrittura, nessuna fotografia, nessun regista che sa aprire l’occhio sulla realtà come Dio quando te la mostra con un incontro.

Emanuele Torreggiani

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