GLI STATI “GUSCIO” E LE GUERRE PER PROCURA

DAMASCUS, SYRIA - AUGUST 17: The Palestine Liberation Organization (PLO) chairman Yasser Arafat attends a ceremony marking the end of a military training in Damascus 17 August 1970. Yasser Arafat found the Palestine Liberation Movement or Fatah in Kuwait in 1959 and gained control over the PLO in 1969. (Photo credit should read STF/AFP/Getty Images)

Il primo tentativo di costituzione di uno stato guscio è stato intrapreso decenni orsono attraverso il concetto di privatizzazione del terrorismo da parte dell’OLP. Arafat è stato capace di riunire una confederazione di gruppi armati, sostenuti da numerosi sponsor internazionali, al fine di dar vita ad un’unica organizzazione capace di autofinanziarsi. Così facendo il leader palestinese è riuscito ad ottenere la gestione di un territorio senza però essere vincolato dagli attori internazionali coinvolti perché il sistema “matrioska” di finanziamento li delegittimava dal porre condizioni. Si è venuto così a creare il primo esempio di stato guscio: una sorta di entità statale che possiede le tipiche infrastrutture nazionali ma che manca del suo corpo centrale: il diritto all’autodeterminazione.

Furono numerosi gli stati guscio che si crearono nel periodo della Guerra Fredda: gli sponsor finanziavano attori non statalmente riconosciuti (le bande di guerriglieri armati erano in cima alla classifica di gradimento in tale coinvolgimento) affinché destabilizzassero il paese oggetto dell’interesse che, successivamente, si sarebbe ritrovato pronto ad accettare le condizioni poste. Questo fenomeno, diffusosi negli anni ’70 e ’80 è giusto definirlo “guerra per procura in chiave moderna”.

Il paradosso di quanto descritto è la fluidità delle fazioni coinvolte; l’Isis, nell’osservazione politica, è il caso studio da privilegiare. Partendo dall’assunto per cui il Califfato, almeno ideologicamente, poteva giocare un ruolo “comodo” per l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Qatar in chiave anti-iraniana, trova conferma nell’impegno del paese degli ayatollah a sostegno del governo siriano di Assad. È altrettanto lapalissiano il coinvolgimento della Russia a sostegno del potere alauita e degli sforzi americani nel contrasto all’Isis. Ciò fa sì che, tra accuse e recriminazioni reciproche, i due grandi protagonisti delle Guerra Fredda si ritrovassero di fatto a perseguire il medesimo risultato.

Il gioco degli assurdi riguardanti alleanze storicamente innaturali si completa quando la Turchia – che per lungo tempo aveva finto di non conoscere le reali intenzioni dei tanti che giungevano sul territorio anatolico per avvicinarsi al confine siriano ed unirsi ai combattenti jihadisti – , a seguito delle forti pressioni internazionali, si è unita a quella che è ricordata come la battaglia di Kobane, ritrovandosi di fatto nello stesso schieramento dei propri nemici giurati: i curdi.

Nell’agosto del 2014 il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) è sceso in campo a sostegno dei peshmerga (le milizie curde irachene) che hanno trovato sostegno logistico da parte degli Usa, creando questa impensabile triangolazione in quanto l’alleanza di fatto non era sostenuta da sforzi diplomatici. Conferma di ciò si trova nella dichiarazione statunitense secondo cui il PKK sarebbe identificato come un movimento terroristico.

Il dialogo internazionale trova difficoltà nelle fattispecie createsi dalle guerre per procura. Riprova è la Conferenza di Parigi del 2014 in cui l’Arabia Saudita e il Qatar avrebbero posto il veto sulla presenza ai tavoli di confronto con Iran e Siria. In tale occasione nessun paese presente ha ufficialmente consentito all’invio di truppe per combattere il Califfato, continuando di fatto a sostenere ufficiosamente una guerra per procura, così da poter perseguire i singoli interessi degli attori coinvolti.

Il rischio che emerge lampante da quanto descritto è che in futuro sempre più stati si ritroveranno a sostenere, a volte anche inconsapevolmente, degli stati guscio finanziariamente ricchi in grado di condurre guerre per procura che portino vantaggi ai grandi sponsor internazionali. Gli stati nazionali rischiano così di essere politicamente delegittimati e di consegnare il vero potere a singole lobby che, con la globalizzazione, risultano difficilmente individuabili.

L’assenza di chiari schieramenti dovrebbe condurci alla consapevolezza che il caos può essere artificiosamente creato a fini politici. La Libia ne è un esempio lampante: due regioni contese, il Fezzan capziosamente dimenticato e il gemellaggio di paesi che, una volta allontanatisi dall’eredità statuale di Gheddafi, hanno solo interesse a danneggiarsi reciprocamente.

Arianne Ghersi

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