LA FINE DELL’ EPOCA DI NETANYAHU: DAI SETTE GIORNI DI ENTEBBE ALLE ACCUSE DI CORRUZIONE

Benjamin Netanyahu, forse molti non lo ricordano, finì sotto le luci della ribalta in seguito alla tragica morte del fratello in un’operazione avvenuta nel luglio del 1976 in Uganda. I fatti sono ormai consegnati alla memoria della storia e fu quella l’occasione in cui un giovane Bibi ebbe modo di farsi notare. È curioso pensare come eventi legati al terrorismo, ed in parte all’antisemitismo, siano la cornice dell’inizio e della fine di una carriera politica.

Negli anni tante sono state le votazioni che lo hanno sempre confermato leader dello stato ebraico anche se, innegabilmente, nell’ultimo periodo le percentuali a suo favore sono state via via più risicate e mutevoli. Ad oggi ci ritroviamo spettatori di un cambio storico che, indubbiamente, segnerà il futuro di Israele.

Netanyahu, accusato di corruzione, si può sostenere che sia stato “pugnalato” dal suo più stretto e fidato collaboratore, Naftali Bennet, in quanto ha accettato di allearsi con la coalizione Yesh Atid, capeggiata da Yair Lapid. Tante sono le descrizioni delle caratteristiche politiche proposte dai media in questi giorni, ma gli aspetti che meritano particolare attenzione sono legati al reale cambio degli equilibri.

È innegabile che nel nuovo governo sarà presente un’ala pronta a difendere e proteggere gli interessi degli arabi naturalizzati israeliani e questo può essere definito come il più concreto cambio di passo. Sono trascorsi pochi giorni dalla fine degli scontri con l’ala palestinese più aggressiva e con evidenza ci è stato mostrato come fossero proprio gli arabo-israeliani ad aver subito i maggiori contraccolpi dal conflitto.

Inoltre, come ben sappiamo in Italia, per processare un leader è prima importante tarpargli le ali sul piano politico, affinché le accuse (reali o meno che siano) possano essere gestite senza il perenne eco di una conferenza stampa imminente.

Quanto risulta davvero inedito è la composizione della coalizione di governo presentatisi come un “governo del cambiamento; al suo interno infatti troviamo i nazionalisti di Yamina, la sinistra di Yesh Atid e il partito della Lista Araba Unita, che potrebbe diventare il primo partito di minoranza araba a far parte di un governo israeliano. In questa intricata vicenda politica si inserisce, inoltre, il cambio del capo di stato: Isaac Herzog, colui che ha saputo scalzare quella che sarebbe potuta essere la prima presidentessa (Miriam Peretz).

Il neo presidente è conosciuto per essere diretto discendente di uno dei padri fondatori dello stato e risulta perciò ancora più difficoltoso immaginarlo a collaborare con forze politiche che fino ad oggi sono sempre state relegate ad un ruolo marginale. Queste profonde differenze fanno legittimamente supporre che si possa verificare un immobilismo per ciò che riguarda l’ “agenda politica”, ivi comprese molte riforme sociali ampiamente discusse come matrimonio civile, unioni omosessuali, riforma del Rabbinato.

Per quanto concerne le posizioni che saranno poste in essere riguardo alla politica internazionale, molto sarà deciso dalla reazione che assumerà la diaspora presente in Europa ed Usa. Proprio gli Stati Uniti, come purtroppo ultimamente accade, hanno assunto un atteggiamento poco chiaro: la vera incognita è Biden che accusa la pressione dell’ala sinistra dei Democratici.

Arianne Ghersi

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