RINCORRERE I CONTAGIATI E’ UNA STRATEGIA INUTILE

Fin dall’esordio della pandemia da covid-19 la politica sanitaria è stata caratterizzata da una visione, diciamo così, contagio-centrica. In altre parole tutte le opzioni di contrasto messe in opera sono state dettate dall’ossessione di limitare il contagio senza tener conto realmente di cosa esso comportasse in termini di “malattia” alle persone colpite, anzi sovrapponendo  più o meno volutamente i 2 concetti: malattia e contagio . Più logico ma soprattutto più scientifico sarebbe stato un approccio che avesse messo al centro la persona con i rischi che avrebbe potuto correre. L’indice che meglio può interpretare tutto ciò non è quindi la contagiosità bensì la letalità cioè la percentuale di decessi tra i contagiati. L’analisi della letalità ci offre molti spunti di ricerca per meglio comprendere  e trattare  il covid-19.

 Innanzi tutto già l’esperienza cinese nell’inverno 2020 aveva mostrato che la letalità non era ugualmente diffusa nelle varie fasce di età ma era concentrata quasi esclusivamente in quelle over 60. Ciò è stato ampiamente confermato dai dati successivi in ogni paese:  il 99% dei decessi  è avvenuto in persone di più di 60 anni e il rischio di morte nei contagiati raggiunge anche il 25% negli over 80 contro 0,3% a 50 anni e 0,03% a 30 anni. Un attento esame di ciò, fatto agli esordi della pandemia, avrebbe sicuramente evitato la diffusione nosocomiale (ospedali e RSA) del virus con conseguente strage di pazienti anziani.

 Un altro interessante aspetto della letalità è la sua non uniforme diffusione geografica.  A livello mondiale la letalità globale è il 2% con ampie variazioni (anche di 10 volte) tra i vari paesi: si va dal 9,3% del Messico, dal 6,2% della Bolivia, dal 5,7% dell’Egitto, al 1,2% dell’Asia sud orientale, allo 0,8% di Israele, allo 0,9% della Serbia, allo 0,6% di Cipro, allo 0,5% dell’Islanda. Di importante rilievo può essere il dato comparato di 2 etnie profondamente diverse eppure vicine geograficamente come Israele ed Egitto tra le quali esiste una letalità 7 volte maggiore per lo stato egiziano. Ma le differenze esistono e sono rilevanti anche all’interno di uno stesso Stato. In Italia ( letalità totale 2,6%), per esempio, si va da una letalità del 4-4,5% in Liguria, Lombardia e Valle d’Aosta ad una di 1,7-1,6% in Campania, Calabria e Provincia di Bolzano. Da segnalare proprio la situazione di diversa letalità tra la provincia di Trento (3,2%) e quella di Bolzano (1,6%), contigue ma differenti per etnia prevalente.

Se poi passiamo ad approfondimenti intra regionali, di grandissimo interesse per noi è ovviamente quello che è successo all’Isola d’Elba. Dai dati pubblicati dalla Commissione Sanità della Fondazione Isola d’Elba emerge che su una popolazione di circa 32000 residenti solo il 3,2% ha contratto il contagio (1017 casi) e di essi i ricoveri in centri covid del continente sono stati 50 e i deceduti  7 (0,022% della popolazione) con  una letalità dello 0,7%(7 casi su 1017 contagi), tra le più basse al mondo. Nella Toscana continentale su una popolazione di circa 3.730.000 persone  i contagi sono stati il doppio in percentuale (6%) ed i decessi  8 volte tanto rispetto all’Elba (0,16%) con una letalità 4 volte maggiore (2,8%). Questa marcata differenza avviene nel confronto tra aree socioeconomiche simili, con afflussi turistici importanti ( per l’Elba si parla di circa 500.000 visitatori la scorsa stagione post lockdown), indipendentemente da dati anagrafici (popolazione con fasce di età sovrapponibili) e da approcci terapeutici particolari ( all’Elba non vi è neppure una terapia intensiva).

E’ ovvio che qui il distanziamento, le chiusure,  le mascherine, e gli elbani che rispettano le regole non c’entrano nulla. Tutt’al più possono in buona  parte spiegare i più ridotti contagi rispetto al continente. Ma non possono rendere ragione del fatto che all’Elba i contagiati abbiano 4 volte meno rischio di morire. Per cercare di capire meglio il fenomeno bisogna mutare prospettiva di visione, bisogna passare dallo studio dell’apparenza degli eventi (epidemiologia) e quello della natura delle cose (genetica). E’ conoscenza ormai consolidata che il coronavirus protagonista di questa epidemia non è pericoloso di per sé ma in quanto capace di indurre una risposta infiammatoria dell’organismo, di tipo autoimmune, così violenta da produrre lesioni multiorgano spesso irreversibili. Balza all’occhio anche al profano che il suo comportamento differisce profondamente da quello dei virus in genere: infatti coloro che hanno meno difese immunitarie come i bambini e gli immunodepressi, normalmente oggetto di strage nelle epidemie virali,  non sono praticamente colpiti. E quindi l’attenzione si deve spostare dal virus alla persona contagiata, alla sua predisposizione genetica e al modo con cui questa interagisce con l’età, con l’etnia o semplicemente con raggruppamenti geografici di popolazione, omogenei da lunga data negli ascendenti, come si potrebbe ipotizzare per l’Elba. L’essere semplicemente un’isola, con un certo clima, con una certa struttura territoriale non sembra essere rilevante visto che Capri o Ischia, ad esempio, non differiscono, in quanto a letalità, dalla posizione urbana di Napoli (2,6%), mentre l’Elba ha una situazione simile all’Islanda.

E’ evidente che questi dati sono preliminari a studi più approfonditi , ma sono tanti ormai gli indizi che ci mostrano quanto sia importante un mutamento di rotta della ricerca scientifica verso lidi molto più promettenti di risultati nel controllo della pandemia, avendo capito che il contagio, come il vento, può essere rincorso ma non sottoposto alla nostra volontà. 

Aldo Appiani

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