LE INTERVISTE TALEBANE: MASSIMO VIGLIONE

Quest’anno ricorrono 160 anni dalla nascita dell’Italia come stato nazione, che solitamente è celebrato con vuota retorica. Noi del Talebano cogliamo invece l’occasione per fare i conti con il nostro passato in modo rigoroso. Per fare questa operazione incontriamo il professor Massimo Viglione, già diverse volte ospite del nostro sito.

Grazie professor Viglione della sua disponibilità. Lei è uno dei più importanti esponenti del revisionismo sul risorgimento e nei suoi numerosi libri ed articoli ha parlato di Rivoluzione Italiana. Cosa intende con questo termine?

Grazie a Voi per l’invito. Il concetto “Rivoluzione Italiana” non è mio, ma è degli stessi autori e protagonisti di quello che noi chiamiamo “Risorgimento”. In tutti i loro scritti, nei loro discorsi, essi definiscono tutto il movimento unitarista, che stavano attuando, come Rivoluzione Italiana. E avevano ragione, in quanto si trattava, nei piani dei più sovversivi (mazziniani, massoni, socialisti, radicali, ecc.) del ribaltamento sociale dell’Italia di allora, non solo nel senso dell’unificazione centralista, della repubblicanizzazione, ma anche in quello della guerra alla Chiesa, del socialismo e della creazione dal nulla di una nuova identità religiosa e civile per gli italiani. E anche per quanto riguarda il mondo dei moderati, comunque anch’essi sostenevano, seppur sotto l’egida di Casa Savoia che si era venduta all’unitarismo, l’abbattimento dei plurisecolari e legittimi Stati preunitari e la sovversione religiosa (Cavour e Destra Storica in primis).

Detto in altri termini, il Risorgimento fu la Rivoluzione che dalla Francia, tramite Napoleone, approdò in Italia, con lo scopo precipuo della creazione di un nuovo Stato unitario laicista e massonico, ma soprattutto con quello della de-cristianizzazione degli italiani, come la spietata guerra alla Chiesa e alla religione stessa dimostra incontrovertibilmente.

“Fatta l’Italia, restano a fare gli italiani”: la celeberrima e geniale sentenza di Massimo d’Azeglio esprime al meglio il vulnus del Risorgimento che ancora ci portiamo appresso. Una rivoluzione borghese ed elitaria (come lo stesso Gramsci ammise), fatta contro la vera e plurisecolare identità religiosa, politica, civile e culturale degli italiani, al fine di creare una “Nuova Italia” che mai prima era esistita.

Questo “peccato originale” dell’unitarismo è la chiave di volta per capire e spiegare tutto il disastro della nostra storia, fino alla odierna dissoluzione dello Stato e della sovranità politica, militare ed economica degli italiani.

A distanza di 160 anni il bilancio del progetto risorgimentale è pesante: questione settentrionale, questione meridionale, questione cattolica e in più una nuova questione nazionale visto ormai l’assenza di sovranità italiana. Quale è la proposta costruttiva identitaria della Confederazione dei Triarii, che lei dirige?

Se io fossi stato vivo in quei giorni, avrei combattuto contro la Rivoluzione unitarista, in difesa dei legittimi Stati preunitari e delle loro amate case regnanti, proprio allo scopo di evitare la trasformazione religiosa, politica e civile, identitaria, degli italiani, secondo i piani massonici e laicisti del tempo.

Oggi, però, gli eredi di quelle stesse forze sovversive, che governano il mondo e l’Italia, stanno attuando, anzi, completando, il processo di globalizzazione dell’umanità attuale. In questa chiave, lo Stato nazionale, seppur in sé forza rivoluzionaria rispetto al mondo precedente, appare oggi, ai loro occhi, come un ostacolo da eliminare quanto prima, perché ha esaurito la sua carica sovversiva ed anzi costituisce un freno alla mondializzazione politica, economica e umana in corso. Ciò è più evidente che mai negli ultimissimi tempi, e specialmente proprio in Italia, che costituisce senza dubbio il cuore stesso dell’esperimento mondialista attuale, già da prima del Covid, a maggior ragione oggi. Sono dieci anni che la democrazia è sospesa e i governi vengono decisi dalle forze della finanza internazionale tramite i loro meccanismi di influenza politica negli Stati. L’unico governo nato democraticamente, quello del 2018, è stato superato con una manovra di palazzo come abbiamo visto e ora un’altra manovra di palazzo ci ha portato Draghi, ovvero la finanza stessa, al governo.

L’Italia è una colonia. Lo è in realtà dal 1945, ma prima almeno con una sua dignità e soprattutto con una forza economica e medio-industriale notevole. Oggi, questa dignità e questa forza sono scomparse, e siamo solo colonia. In più, il processo di globalizzazione mirante alla realizzazione piena del Nuovo Ordine Mondiale prevede il commissariamento definitivo della politica e dell’economia nazionali, con la partecipazione supina di tutte le forze politiche.

A questo punto, noi crediamo necessario difendere proprio quello Stato nazionale (quel che ne rimane, almeno) che allora avremmo combattuto, proprio perché ostacolo alla dissoluzione globalista. Al contempo, però, nella piena rivendicazione delle autonomie locali in chiave confederalista e, soprattutto, della identità tradizionale religiosa, morale, culturale, civile dell’Italia di sempre nelle sue tante sfumature regionali e perfino comunali.

In tal senso, crediamo essere di necessità immediata:

– la fuoriuscita dall’Unione Europea e dall’euro e la rivendicazione della piena sovranità politica (da attuarsi tramite una riforma istituzionale in senso presidenziale e confederale al contempo) e monetaria, così come il blocco dell’immigrazione e l’espulsione dei clandestini, con il rimpatrio – sebbene in maniera caritatevole – degli immigrati;

– la difesa degli interessi economici nazionali e del made in Italy e del nostro genio produttivo, culturale e imprenditoriale;

– e, non ultimo,la difesa della vita naturale e della famiglia naturale e della retta e ordinata sessualità;

– insieme a un piano di rinascita culturale che prevede la liberazione della scuola e dell’università dall’oppressione (il termine non è affatto esagerato) dal crocio-gramscismo imperante (come lo definiva Augusto Del Noce) e dal relativismo valoriale.

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