PUZZI DI UOMO BIANCO

“Puzzi di uomo bianco”, appagata mi respinse ansimante slacciando l’avviluppo delle sue lunghe gambe di quel nero che vira al bluastro. Intagli d’ebano. Mi levai a sedere sulla sponda del letto per una sigaretta dal comodino e Annie mi prese con la bocca spalancata alla collottola. “Fanno così le leonesse, lei disse. tu non hai mai visto i leoni dopo l’amore”. L’elastica grazia naturale con la quale si muoveva contrastava con i miei gesti pesanti e goffi. Glielo dissi. “Io sono una negra e tu sei un bianco, i bianchi sono tutti così. Già morti”.

Nata in Rhodesia, oggi Zinbabwe, passaporto britannico, risaltava, in quell’ebano animato, il crocefisso danzante tra i capezzoli di un seno lieve, “chi non ha mai visto i leoni non ha mai visto la vita”, continuò. Le dissi che a me bastava vederle la fica. Ma Annie stava guardando fuori, in quelle fuggevoli ombre del sole dell’inverno milanese che trascorreva basso pallido e morente, era più o meno l’anno in cui lessi Il sole dei morenti di Jean Claude Izzo. No. Lei non lo lesse. Mi aveva detto che non le piaceva leggere romanzi, lo considerava tempo sprecato. Lavorava per una banca d’affari. L’avevo incrociata ad un coffee break di una qualche conferenza stampa cui ero stato invitato. Nella calca al buffet riusciva a scansare ogni soggetto animato. Me ne stavo in disparte appoggiato ad un tavolino alto: Gauloises accesa e Negroni pagato sottobanco ad un barman cocainomane, la cartellina del comunicato stampa ancora sigillata con cadeu una plebea Parker sfera. Avevo il mio posacenere da tasca in argento con le iniziali, che poi mi rubarono da qualche parte. Lei l’adocchiò e raggiunse la mia postazione. Fumava Senior Service. Le dissi che erano sigarette da uomo. Adesso, mentre scrivo, mi pare di camminare in una nebulosa di stelle. Le dissi che le avevo fumate anche io in Inghilterra. Lei aspirò una boccata. Labbra piene, denti candidi. Le guardai la lingua rosso bruna e lei mi osservò, senza vergogna. Disse che no. Lei le fumava per onorare suo nonno. Aveva lavorato in una miniera per vent’anni e quando la giornata era considerata buona il capo gli allungava una Senior Service. Altrimenti una scudisciata. Mi disse che il capo era un negro. Di un’altra tribù. Non sono mica tutti uguali i negri.

“Divide et impera, Annie disse, è una vecchia storia”. Disse che un giorno era morto, morto così come si muore, giù in miniera. Gli si era fermato il cuore. L’avevano portato su alla fine del turno. Con il carico del materiale. Ma lei non era ancora nata e tutto questo gliel’aveva raccontato sua madre, compreso la vicenda delle Senior Service, a Londra. Sheila non stava più parlando con me che la guardavo. Bevvi un sorso del mio beberone. Lei mi chiese cosa fosse. Gli allungai il bicchiere. Roba buona, le dissi, all’incirca un medicinale. Indossava un tailleur nero: giacca gonna al ginocchio. Camicia ecru plissettata e chiusa al sottogola, tacco alto, nessun anello e al polso un Girard Perregaux da uomo con il cinturino di pelle lisa. Lei disse che il medicinale era buono. Intanto il coffee break andava chiudendo. Le dissi che se ne poteva bere ancora. Lei non rispose. La vidi rientrare in sala. Camminando sembrava il lupo nella boscaglia che avevo visto, sui monti della Tolfa, molti anni prima. Caracollava su un manto di foglie secche senza fare alcun rumore. Guardandola pensai che mi sarebbe piaciuto scopare con quella lì. Non le avevo chiesto il nome. Né lei il mio. Riguadagnai il posto in sala e mi rituffai nel romanzo di Izzo. Se n’erano andati quasi tutti. Ero rimasto lì, ubriaco di lettura. Mi guardai intorno. Lei stava salutando guardando verso di me. Incrociammo lo sguardo. I suoi occhi erano neri, profondi, immobili. Osservava un luogo che solo lei vedeva. Ci presentammo, io mi chiamo così e io così, sulla soglia. Lei disse che le sarebbe piaciuto bere un medicinale come quello di prima. Le dissi che sì, però, per quanto fossi in allenamento mi sarei ubriacato di brutto, così a stomaco vuoto. I cellulari di allora erano ancora simili a ferri da stiro da viaggio. Rispose ad una chiamata dicendo che aveva un impegno per quasi tutto il pomeriggio. La guardai che la stavo spogliando ma poi fu il contrario. Mi sfilò lei la maglietta della salute ridendone. La nebbia del mattino stava appena andando via scacciata dall’algido sole di metà gennaio. Mangiammo qualcosa al plateatico di un caffè del Duomo. Per un po’ non parlammo. Allora un bianco ed una negra facevano un certo colore, dai tavolini ci sbirciavano. Il collo di volpe nera del cappotto nero sapeva di Nine Hundred di Aramis. Intenso profondo respiro dentro quel profumo.  Una colonia per uomo dal retrogusto metallico. Accordava con il Girard. Mentre si beveva il Negroni disse che quella chiesa, il duomo, le faceva tanto uomo bianco. Un masso di ghiaccio. Lunghe penombre. Disse che forse che era stato pensato da chi guardava al rigore dell’inverno. Azzardai qualcosa sul gotico. Lei mi mise la sua mano morbida e dura sulla mia e disse che conosceva il periodo gotico. Che si era laureata a Oxford. Che era figlia di medici. E che esprimeva uno stato d’animo, il suo. Disse che lei era una negra ed io un bianco. Per evitare un silenzio conseguente le dissi che era bella. Lei scosse il capo e disse che io volevo fare l’amore con lei. Annuii. E lei disse che lo sapeva. L’aveva saputo subito. Le dissi che all’angolo di piazza c’era un albergo dove non ci avrebbero chiesto neppure i documenti. Avremmo preso una camera per quasi tutto il pomeriggio rimanente. Avremmo potuto scostare la finestre e ascoltare il traffico della città. Al terzo piano lo scampanellio dei tram, il motore imballato di qualche Alfa della volante, il fischietto di un vigile, lo scalpiccio dei passanti. Guardai l’ora dal quadrante del suo Girard d’oro giallo. Lei lo prese e lo chiuse nel palmo. Le domandai se fosse stato di suo padre. Lei annuì. Dai suoi occhi compresi la cifra etica del dolore. Mi disse che in Africa, dove lei non era ancora mai stata, ne aveva sentito parlare solo dai suoi, le chiese erano di legno. Luminose e aperte. E disse che quelle chiese andavano bene per i negri non per i bianchi. Accesi una Senior Service. Sheila la chiamò per una boccata. Poggiai una mano sul suo petto. La stessa luce a me fa negra ed a te fa bianco, lei disse. Forse Dio è quella luce lì, dissi. Lei rispose che non lo sapeva. Credo che non lo sappia nessuno. Comunque sia la fica è sempre rosa, aggiunsi. Lei rise. Quando ci salutammo, lei sarebbe partita l’indomani, mi disse ciao uomo bianco. Ed era già il pomeriggio che virava nella notte nera.

Emanuele Torreggiani

1 Commento su PUZZI DI UOMO BIANCO

  1. Pierino Porcospino // 26 gennaio 2021 alle 06:27 // Rispondi

    Primo appunto: la fica delle negre è rossa, non rosa. L’autore ne ha viste poche.
    Secondo appunto: tutte le donne sono aggraziate, e tutti gli uomini goffi.
    L’autore dovrebbe, in generale, scopare di più.

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