IL COVID STA UCCIDENDO LA POLITICA. E IL VACCINO NON LA SALVERA’

Healthcare cure concept with a hand in blue medical gloves holding Coronavirus, Covid 19 virus, vaccine vial

Negli ultimi mesi il tema che maggiormente ha focalizzato su di sé il dibattito pubblico è la questione del vaccino: dalle elezioni Usa alla geopolitica internazionale, non c’è settore che sia rimasto estraneo alla questione.

Il vaccino è stato atteso come unica possibilità per un ritorno alla normalità, come fine dell’epidemia e inizio della nuova rinascita mondiale. Non sta a noi definire quanto queste visioni ottimistiche siano fondate: è evidente che ogni scoperta scientifica finalizzata a debellare una malattia sia assolutamente positiva e che un ritorno alla normalità il prima possibile sia il desiderio di tutti, quello che tuttavia stride in questo contesto non è tanto a livello scientifico, ma quanto più a livello politico ed etico.

Intendiamoci: è giusto e necessario coinvolgere medici e scienziati, ma la politica deve coinvolgere positivamente i tecnici per affrontare un problema come questo, ma poi deve avere una visione più ampia e deve saper applicare in modo armonico queste soluzioni.

Il problema è che ormai la politica è screditata, i suoi interpreti sono visti come una semplice spesa improduttiva da tagliare appena possibile e incapaci di affrontare i problemi reali, tanto più una pandemia, per cui viene invocato periodicamente (anche dai politici stessi, cosa assurda) l’intervento di “un uomo estraneo ai partiti”, “una figura del mondo del lavoro”, “un tecnico”, qualcuno che, detto tra le righe, sappia risolvere i problemi che i politici non sono in grado di fronteggiare.

Di sicuro, anche a livello di popolarità, è più sicuro scaricare decisioni e responsabilità su non eletti comitati tecnico-scientifici guidati da figure fino a quel momento sconosciute, su cui far gravare pesi, difficoltà e possibili scelte impopolari. Pure la stessa figura di Conte, a ben vedere, era stata scelta proprio perché ritenuta “tecnica”.

Il rischio di tutto ciò è che i politici divengano sempre più dei semplici attuatori di decisioni prese da altri, in sintesi, che si crei una super tecnocrazia, in questo caso sanitaria ma facilmente esportabile in altri settori, come l’economia (vero Monti? Vero Draghi?).

Il punto è: cos’è la politica? Senza aprire ampie divagazioni etiche e morali, è fin dagli antichi la dimensione propria dell’uomo e della comunità, l’arte che più coinvolge l’essere umano nella sua essenza. Ne segue che se l’uomo è solo un mezzo per produrre ricchezza, allora non serve la politica, basta un economista per governarlo, se l’uomo è solo un ammasso di cellule e il suo unico fine è la sopravvivenza fisica, allora può andare benissimo dare tutto il potere a virologi e medici.

La politica, per ritrovare senso, deve per forza ripartire dall’uomo nella sua interezza e nella sua dimensione comunitaria, come essere razionale e spirituale. Viceversa, se ci si rassegna a questa visione scientista, i politici rimarranno dei semplici passacarte dei comitati tecnici.

Parafrasando Goya, il sonno della politica genera tecnici.

Andrea Campiglio

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