NAGORNO KARABAKH: FACCIAMO CHIAREZZA

Di recente nel consiglio comunale di Corbetta, cittadina di 18 mila abitanti in provincia di Milano, sono sorte delle polemiche in seguito a una mozione presentata dalla consigliera Elisa Baghin in cui si esprime forte sostegno all’Azerbaigian nell’ambito del conflitto con l’Armenia.

Proveremo ora a dare qualche informazione in più, per meglio contestualizzare la questione, senza la pretesa di esaurire l’argomento.

I conflitti tra popoli sono sempre un tema molto complesso, ed è difficile dividere nettamente i buoni dai cattivi, la ragione dal torto. Le questioni sono sempre un po’ più complicate, e difficilmente un articolo o una mozione possono esserne uno specchio fedele.

Il Nagorno Karabakh è un nome russo derivato dal turco e usato a partire dal XIX per indicare una regione che per gli Armeni è sempre stata indicata con un altro termine: Artsakh. È in Artsakh che il re armeno Tigrane il Grande affronta le legioni romane guidate da Pompeo, è in Artsakh che si trova il monastero di Amaras, centro spirituale e culturale del cristianesimo armeno ed è sempre in Artsakh che nasce e si sviluppa l’alfabeto armeno.

Ma veniamo all’epoca moderna, quando cominciano a delinearsi le cause del conflitto che in questi ultimi tempi ha avuto una nuova fase: terra di confine tra due imperi, quello Zarista e quello Ottomano, dal 1813 entra definitivamente nell’area di pertinenza russa, diventando anche un luogo dove trovano rifugio gli Armeni che si allontanano dai domini del Sultano. Tuttavia, già nel 1823, una ricerca commissionata da Mosca testimonia che l’area montuosa corrispondente all’attuale Nagorno Karabakh fosse nettamente abitata da Armeni, a differenza dell’area inferiore, oggi parte dell’Azerbaigian. I conflitti etnici interni alla neonata Turchia e la conseguente fuga degli Armeni non fanno che rafforzare numericamente la locale comunità.

Proprio sotto l’Unione Sovietica avviene un’evoluzione decisiva di questa vicenda, destinata a segnare profondamente il successivo evolversi degli eventi. L’URSS è una realtà che comprende numerose repubbliche di varie dimensioni, tra queste le Repubbliche di Armenia e Azerbaigian. Nella definizione dei confini gli Azeri richiedono una continuità territoriale con la Turchia, con cui mantengono forti relazioni, e per averla reclamano proprio il Nagorno Karabakh, nonostante la popolazione locale si esprima nettamente a favore dell’Armenia. Questa situazione, che già negli anni precedenti aveva portato a scontri armati e alla demolizione della parte armena della città di Shushi da parte degli Azeri, vede una svolta nel 1921 quando la regione, riconosciuta inizialmente come parte dell’Armenia, viene staccata e assegnata all’Azerbaigian per decisione diretta di Stalin, che in questo modo spera di rafforzare le relazioni con la vicina Turchia.

Inizia così un tentativo di assimilazione della regione attraverso migrazioni di Azeri, che salgono così dal 5% del 1921 al 21,5% del 1989. Una minoranza, certo, ma sempre più corposa.

Questa tendenza si interrompe bruscamente con la caduta del Comunismo. L’Armenia si dichiara indipendente il 23 agosto del 1990, l’Azerbaigian un anno dopo. L’Artsakh, con l’appoggio armeno, a sua volta proclama l’indipendenza dall’Azerbaigian e si proclama repubblica autonoma nel gennaio 1992, dando il via a un esodo della componente azera, che nel giro di 15 anni arriva quasi a sparire (nel 2005 solo 6 cittadini della Repubblica di Artsakh si sono dichiarati Azeri).

Da qui si aprirà un conflitto tra l’Azerbaigian e l’Armenia, che difende la provincia proclamatasi indipendente, attraverso diverse fasi di scontri (gennaio 1992- maggio 1994; aprile 2016 e infine settembre-novembre 2020) a cui subentrano fragili tregue, come quella che sembra essere entrata in vigore pochi giorni fa.

Questo excursus, speriamo non troppo lungo e dispersivo, voleva puntualizzare il fatto che storicamente ed etnicamente l’Artsakh è una terra profondamente legata al popolo armeno.

Sarebbe troppo lungo qui approfondire e contestualizzare tutte le affermazioni contenute nella mozione, e sicuramente il rischio di semplificare vicende molto complesse rappresenta un rischio troppo grande, ci soffermeremo perciò solo su due punti:

-ci si riferisce a “più di 1 milione” di Azeri residenti in quei territori, vittime di una “pulizia etnica”. L’Artsakh ha ad oggi solo 150 mila abitanti e non ne ha mai avuti molti di più. Il numero di Azeri in quell’area ha toccato l’apice nel 1989, arrivando a 40’688, stando ai censimenti fatti dalla stessa Repubblica Socialista dell’Azerbaigian in età sovietica. Cifre molto distanti dal milione riportato nella mozione.

Certo, c’è stato un esodo di Azeri dal Nagorno, ma così come allo stesso tempo c’è stata una migrazione di Armeni dall’Azerbaigian, e sono solo due tra i numerosi spostamenti di popoli avvenuti in quella fase storica in quella parte del mondo, con la caduta di vecchie istituzioni e la nascita di nuovi stati.

-si fa riferimento al Massacro di Khojaly del 25 e 26 febbraio 1992 come atto di “genocidio” commesso dai soldati armeni contro civili azeri.

Si tratta di un episodio avvenuto durante la prima fase degli scontri. Khojaly è una cittadina dell’Artsakh di 6000 abitanti che in quei giorni si trova al centro degli scontri tra i due eserciti e viene occupata dall’esercito azero, che vi si trova assediato. Numerosi civili tentano la fuga, venendo però uccisi -secondo quanto sostengono gli Azeri- dalle milizie armene, forse come vendetta per un analogo fatto avvenuto 4 anni prima, quando in Azerbaigian a Sumqayit circa 200 civili armeni erano stati trucidati dagli Azeri a causa delle tensioni che già stavano montando tra i due gruppi etnici.

 Il numero di vittime di Khojaly non è mai stato chiarito. Il parlamento azero ne denuncia 485, che poi diverranno 613. L’Osservatorio per i diritti umani invece si limita a 200 vittime, a cui si aggiungono 4’500 dispersi.

Questo evento è al centro delle denunce del governo di Baku, che in merito non esita a parlare di genocidio.

Esiste però un’altra versione dei fatti, che bisogna tenere in considerazione: la zona si trovava al centro delle operazioni di guerra, ma proprio per questa ragione era stato aperto dagli Armeni un corridoio umanitario per far defluire i civili, eppure il governo azero non fece nulla per metterli in salvo, anzi nonostante lo stesso sindaco di Khojaly avesse più volte chiesto aiuto per gestire l’evacuazione nessuna risposta arrivò dalle autorità.

Addirittura, secondo quanto riportato anche dal giornalista azero Eynulla Fatullayev, furono gli stessi azeri ad aprire il fuoco contro il corridoio umanitario, poiché si erano accorti che oltre ai civili stavano allontanandosi anche militari disertori.

L’impressione, cercando di vedere le cose un po’ più a fondo, è che il governo dell’Azerbaigian stesse cercando il massacro, perché ne aveva bisogno per rafforzare il proprio consenso interno e per “usarlo” davanti alla comunità internazionale per gettare discredito sull’Armenia.

L’impressione è che cinicamente a Baku, in quel momento, un massacro di civili potesse tornare utile.

Andrea Campiglio

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