PORTA PIA: 150 ANNI DI PROPAGANDA

Come abbiamo più volte detto il concetto di Patria va ben distinto dal concetto di nazionalismo e questo è più che mai importante nell’attuale sovranismo. Infatti il processo di nation bulding del così detto Risorgimento presenta non poche criticità che potremo riassumere in tre aspetti. Questione meridionale, Questione Settentrionale, Questione Cattolica. Riguardo a quest’ultimo aspetto abbiamo il piacere di confrontarci con Elena Bianchini Braglia una delle più importanti studiose del revisionismo risorgimentale coautrice del libro “Le due Rome” dedicato alla presa di porta Pia del 1870 di cui quest’anno ricorrono i 150 anni.

Buongiorno Elena Bianchini Braglia grazie per concederci questa intervista. Lei è coautrice di un bel libro utile per far luce sulla nostra storia. Cosa rappresentò questo evento e quali conseguenze ha oggi?

Porta Pia è senz’altro un avvenimento che non può essere catalogato come “storico”. Porta Pia non è un fatto accaduto, è un fatto che ancora accade, che resta, che non smette mai di produrre conseguenze. È un vero e proprio spartiacque. Argomento purtroppo trascurato dalle masse, snobbato dagli accademici, manomesso dalla cultura ufficiale. Che forse crea imbarazzi, ma dal quale non si può assolutamente prescindere se si vuole comprendere, non tanto e non solo ciò che è realmente accaduto centocinquant’anni fa, ma soprattutto quello che sta succedendo oggi. È questo il motivo che ci ha spinto a pubblicare il libro Le due Rome. Questioni e avvenimenti a centocinquanta anni dalla breccia di Porta Pia. Il volume è a cura di Giovanni Turco e raccoglie saggi di diversi studiosi che vanno ad approfondire appunto i vari aspetti di questo fenomeno di portata universale. Sempre con un occhio attento all’attualità. Io ad esempio nel volume affronto il tema dell’opposizione cattolica. Il movimento dell’Opera dei Congressi ha rappresentato la più fiera e strutturata contestazione a un’Italia nata su presupposti sbagliati, contrari alla sua stessa natura, agli interessi, alle tradizioni e alla fede dei popoli.

Il nuovo Regno d’Italia si presenta fin da subito come uno stato laico, spesso spudoratamente anticlericale. I cattolici sono additati come i nemici della patria, c’è una frattura netta fra autorità civile e autorità religiosa, e addirittura fra identità civile e identità religiosa. Spodestando sovrani legittimi e cattolici per espandere a tutta la penisola la monarchia costituzionale sabauda si è minata la plurisecolare alleanza fra trono e altare. Leggi inique hanno cominciato a privare i cattolici della libertà, sono stati chiusi monasteri, aboliti antichi ordini religiosi, perseguitati sacerdoti. L’ideologia liberale che ha mosso questo attacco alla Chiesa, ha poi progressivamente svuotato la religione, ha intiepidito la fede degli italiani. Per molti cattolici, ancora all’inizio del Novecento, questo è il punto di partenza dal quale non si può prescindere. Non si possono portare avanti altre istanze, per quanto buone, per quanto cattoliche, senza risolvere prima questo problema: sarebbe un costruire senza fondamenta, un poggiarsi su sabbie mobili. È vero che certi temi possono apparire più urgenti, come ad esempio il socialismo che da fine Ottocento avanza inesorabile, ma non giova a nulla curare un sintomo lasciando la patologia che lo ha provocato libera di progredire. Il non expedit e la non partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana tra fine Ottocento e inizi Novecento è importantissima, è una dichiarazione di illegittimità, è una protesta senza eguali. E i cattolici paradossalmente in questo momento incidono sulla società e sulla politica stessa del paese in misura molto maggiore di quanto non potranno fare dopo, quando confluiranno nel conciliarismo e la democrazia cristiana li condurrà verso la normalizzazione.

L’autoisolamento scelto dai cattolici è elettorale, solamente elettorale, mentre conserva, anzi ribadisce, un chiaro significato politico. I cattolici non partecipano al voto, eppure sono presenti e attivi, ben determinati a incidere sulla società, a mantenere viva la fede nella regalità sociale di Cristo, e la speranza di poterla un giorno restaurare. Il vero isolamento dei cattolici dalla politica e dalla società, contrariamente a quanto si potrebbe superficialmente pensare, avverrà più tardi, quando torneranno al voto, quando prenderanno parte alle competizioni elettorali, con partiti che esplicitamente avranno preso le distanze dal cattolicesimo, andando a legittimare un sistema che di cattolico avrà sempre meno. All’inizio del Novecento è aspra la polemica tra i cattolici cosiddetti “intransigenti”, che appunto insistono sulla necessità di concentrarsi innanzitutto sulla questione romana, madre di tutti gli altri problemi, e i democristiani, disposti a scendere a compromessi con le nuove ideologie e il nuovo Stato per dedicarsi a problemi “più attuali e stringenti”.

Credo fermamente che la situazione odierna – con quei problemi “più attuali e stringenti” che, anziché essersi risolti, si sono esacerbati e moltiplicati – sia la prova inconfutabile che i cattolici “intransigenti” avevano ragione. Se si accetta e si legittima uno Stato e una società anticristiana, le altre battaglie diventano quasi inutili. Ribadisco, la straordinaria accelerazione di tutto ciò che c’è di più anticristiano a cui stiamo assistendo ne è la riprova. Non chiediamoci dunque: a che giova discutere di fatti di centocinquant’anni fa quando abbiamo tanti problemi oggi? Chiediamoci piuttosto: come risolvere i problemi di oggi senza sanare la ferita che li ha resi possibili?

Lei scrisse diversi anni fa un libro che considero importante – “Risorgimento. Le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia” – che aveva il pregio di rafforzare l’autentico senso di appartenenza alla terra dei padri rimuovendo e rielaborando determinate problematiche. Quali altri testi o realtà potrebbe indicare per recuperare gli autentici valori Tradizionali e patriottici nel contesto odierno?

Nel libro che lei ha citato, Risorgimento, le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia, ho cercato di mettere in luce proprio come l’Italia abbia paradossalmente perso la possibilità di essere un paese veramente forte e sovrano, una vera nazione, a causa del cosiddetto Risorgimento, di un’unificazione mal fatta e malcondotta. Al posto dell’unità promessa, il Risorgimento ha creato fratture, al posto dell’indipendenza una condizione di nuova sudditanza nei confronti dei registi e dei finanziatori stranieri del processo risorgimentale stesso. I popoli sono stati tenuti all’oscuro, scavalcati e sbeffeggiati con plebisciti farsa. La cultura e le tradizioni plurisecolari della penisola italica sono state sacrificate al processo di omologazione sabauda e centralista, l’economia gravemente danneggiata, gli oppositori messi a tacere con dure repressioni. Per questo ho osato immaginare un’Italia che ha bisogno di cure, un’Italia che nelle vesti di una signora sciupata, dal lettino di uno psicanalista decide finalmente di affrontare i traumi del suo passato, della sua “nascita”. Perché effettivamente le conseguenze di quella nascita forzata e sbagliata le paghiamo ancora, e soprattutto oggi. I problemi non si risolvono da soli, ciò che nasce male, se non viene corretto, non può che peggiorare. Se l’Italia è il paese più bello del mondo lo deve al tempo in cui era composta da Stati indipendenti, diversi tra loro e rispettosi delle diversità. Lo deve alle mille capitali sempre in concorrenza, lo deve a governanti legati ai rispettivi territori. Il centralismo non è mai stato nella natura italica, non può funzionare. L’unica via per il futuro, perché l’Italia possa recuperare la sua natura e la sua bellezza, è quella di riscoprire tradizioni e cultura, valorizzare l’immenso patrimonio degli antichi Stati che la componevano. Purtroppo questa strada è ancora tutta da percorrere. La prima Guerra mondiale, come ho messo in luce nel libro 28 giugno 1914. Ferdinando e Sofia, la morte dell’Europa, ha “globalizzato” i problemi nati col Risorgimento, estendendoli appunto a tutto il vecchio continente. Qualcuno aveva interesse a indebolire l’Europa, oggi purtroppo ne vediamo i risultati. L’unico modo per opporsi è tutelare e diffondere il più possibile quelle che sono sempre state le nostre vere ricchezze: le radici cristiane, tradizioni e costumi locali, arte e cultura. Le associazioni che, pur tra mille difficoltà, cercano di fare questo, non mancano – quello che semmai manca è un maggiore coordinamento. Ne conosco diverse e spesso le frequento per convegni e conferenze. Io stabilmente collaboro con l’Associazione culturale Terra e Identità che da vent’anni si occupa della storia e delle tradizioni dell’antico Ducato estense, pubblica libri e una rivista, Il Ducato. Il volume su Porta Pia è pubblicato appunto da Terra e Identità, in collaborazione con un’altra realtà, nata da poco ma con un programma di somma importanza: il Centro Studi Storici Cattolici, che si propone di andare a rileggere e spiegare tutte quelle pagine di storia che sono state mal interpretate o manomesse a danno del cattolicesimo e della Chiesa (per fare qualche semplice esempio: Inquisizione, crociate, guerre di religione…). Spesso i cattolici stessi, mancando di un’adeguata preparazione culturale, cadono in questi “tranelli”, finendo per autoinfangarsi. Il Centro Studi organizza il Convegno annuale “Errori da Correggere e miti da sfatare”, finora peraltro molto partecipato: quest’anno si terrà la III° edizione, il 28 novembre, tutta dedicata a Porta Pia e alle sue conseguenze sulla Chiesa e sulla società di oggi.

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