INTERVISTE TALEBANE: EDUARDO ZARELLI

Recentemente l’onorevole Vincenzo Sofo ha sostenuto l’importanza di non lasciare il tema dell’ecologismo nelle mani del progressismo liberal ricordando che il tema dell’ambiente è quanto di più identitario e conservatore ci possa essere. Per meglio affrontare questo tema abbiamo pensato di confrontarci con Eduardo Zarelli pensatore comunitario e fondatore della casa editrice Arianna, protagonista di un’ elaborazione del pensiero ecologista in un’ottica non conforme.

Buongiorno Eduardo Zarelli grazie di aver accettato questa intervista. Lei sostiene che un vero ecologismo non può che essere alternativo al pensiero unico liberale e deve diventare una nuova rivoluzione conservatrice comunitaria. Vuole spiegare ai nostri lettori questo concetto e soprattutto sottolineare la differenza con quello mainstream?

L’assenza di pensiero è sempre caratterizzata nella sua mancata autonomia (auto-nomos) cioè quando si posiziona pregiudizialmente a seconda di quello che dicono o fanno gli altri, non di quello che caratterizza in sé la questione oggetto di riflessione. Il tema dell’ecologia, in tal senso, è davvero evidente nel gioco di specchi tra destra e sinistra. In ogni frangente della modernità vi sono state delle “destre” e delle “sinistre”, ma le diverse e variegate componenti di queste due “famiglie” si sono incrociate e contaminate nel divenire storico con passaggi rivoluzionari annessi, mentre all’oggi si presentano come simulacri tanto artificiosi quanto funzionali. Il venir meno di modelli alternativi al nostro presente e quindi di un pensiero critico persuasivo, fa sì che ci si contrapponga dialetticamente esclusivamente sui mezzi, non più sulle finalità, senso e significati. La questione del nostro tempo è quindi legata alla egemonia di un “pensiero unico”, di cui le nozioni di destra e sinistra sono parte in commedia che non hanno più alcun valore descrittivo e indicativo per una trasformazione reale dell’esistente. Solo l’originalità di nuove sintesi potrà cogliere sinteticamente ciò che si manifesta contraddittoriamente, declinando un mutamento di paradigma. Greta infatti sembra non saperlo, eppure c’è una minaccia peggiore sul nostro futuro che non riguarda l’ambiente, non proviene dall’inquinamento e dal riscaldamento globale: è in pericolo l’umanità che della natura è parte. Le piante, il clima e i mari sono inquinati, ma l’ambientalismo si sottrae sulla natura in sé, di cui la condizione umana che viene stravolta dalla tecnoscienza e dai suoi miraggi. Il transumano, il cyborg e la clonazione, i chip sottocutanei e la robotica, l’umanità geneticamente modificata, svelano la volontà del processo di civilizzazione di evadere dalla prigione dei nostri limiti, ripudiando la natura delle cose, in una trasformazione antropologica dalla fecondazione all’esistenza artificiale, per sfuggire alla condizione umana, all’invecchiamento e alla morte.

Tutto passa dal modo di intendere la “natura” in senso ontologico (il suo essere in quanto tale) e assiologico (il suo bene in funzione dei propri fini), rispetto all’usuale concetto di “ambiente”. La “natura” ha una complessità relazionata vivente che la eleva a un significato superiore alla semplice somma delle parti di cui spiega il nesso. La radice greca del termine phùsis indica la natura non come la somma delle cose naturali (flora, fauna, mondo organico ed inorganico) ma come il principio di manifestazione che ne determina la generazione ed il movimento. Il concetto inerente al termine ambiente, invece, è “ciò che sta attorno” (ambiens, andare attorno), intorno all’uomo, che delimita il campo dei fenomeni a ciò che gli serve, che può utilizzare. La natura ridotta ad ambiente intrattiene con la cultura un rapporto meramente funzionale, fino all’artificio nichilistico della tecnocrazia contemporanea, cui l’ambientalismo politico è subalterno, perché invece la natura evoca la manifestazione dell’essere dato, il creato, l’ordine naturale, il diritto naturale, la famiglia naturale, la procreazione naturale, il naturale invecchiamento, la morte naturale e perfino il soprannaturale. Ambiente invece è asettico, compatibile, adattabile.

In compenso la destra è sostanzialmente disinteressata alle conseguenze della razionalità economica sulla natura, anzi, per la verità, in quasi tutte le sue espressioni rivendica un prometeismo all’insegna di una malintesa “volontà di potenza”, che nella concretezza significa dare libero sfogo, volenti o nolenti, allo spirito selvaggio del capitalismo. La sinistra distrugge ciò che va preservato, la destra conserva quello che va distrutto. Insomma, la sinistra e la destra si superano nell’incomprensione della centralità epocale della questione ecologica, che si basa sulla constatazione della rottura del rapporto tra cultura e natura: un problema di civiltà già avvertito dal “pensiero della crisi” novecentesco, con la dicotomia tra Kultur e Civilisation, vita e meccanizzazione. Su questa linea di pensiero, l’ecologismo trascende necessariamente le categorie di destra e sinistra nella misura in cui – e questa sarebbe la sua caratteristica politica più originale – esso è allo stesso tempo intrinsecamente conservatore e profondamente rivoluzionario: intrinsecamente conservatore poiché intende prima di tutto preservare il patrimonio naturale, profondamente rivoluzionario in quanto implica un completo cambiamento di paradigma in rapporto al modello di civilizzazione dominante. L’ecologismo, per sua vocazione profonda, dovrebbe scaturire dalle contraddizioni nella vita quotidiana della gente, rianimando la dimensione pubblica della vita sociale, dedicandosi a ricomporre il legame sociale sotto l’aspetto della vita locale e dei principi di reciprocità e sussidiarietà comunitaria. Il tema ambientalista pone inoltre un dato di ribaltamento teleologico: se l’uomo è diventato insostenibile rispetto alla sopravvivenza del pianeta, la soluzione proposta non consta di allentare il principio dello sviluppo illimitato, dell’accumulazione di profitto o di ridurre la scala, ricomporre l’urbanesimo e riconnettersi con la natura tramite il localismo e la riterritorializzazione; no, se l’uomo è fattore di instabilità, allora è necessario togliere l’uomo dal quadro, ovvero far sì che non sia più l’essere umano il tèlos – la finalità – del sistema sociale, bensì lo diventi la riproduzione tecnologico-macchinica del sistema in quanto tale, con tanto di trasformazione antropologica indotta dall’artificio stesso. Questo è un elemento capitale, frutto dell’individualismo nichilistico occidentale che ha raggiunto una tale pervasività nei comportamenti da indurre a un vero e proprio odio di sé della condizione umana naturale. Gli ambientalisti vogliono preservare il contesto, senza conservare la ragione naturale e i valori che identificano la dignità della persona.

Quali riferimenti culturali consiglia per una formazione metapolitica di un sano ecologismo comunitario?

La risposta è conseguenziale a quanto sopra esposto, vale a dire l’ecologismo non è né di destra né di sinistra, oppure ulteriore alla “destra” e alla “sinistra”, quindi è contemporaneamente di destra è di sinistra, comunque critico del disincanto della modernità e della uniformità prodotta dalla globalizzazione. Se l’ecologismo è mero “ambientalismo”, è facilmente strumentalizzabile dal dettato progressista, dati gli umori della opinione pubblica in merito ai mutamenti climatici e – in generale – sulle evidenti contraddizioni della società industriale, che però si alimenta del materialismo pratico e dello stile di vita consumistico dominante, tanto che manifesta un indistinto sentimento filantropico-naturalistico del tutto funzionale nella rivendicazione di diritti funzionali alla società dei consumi.

L’ecologia nasce nella seconda metà del XIX secolo su basi positiviste, definendosi come la totalità della scienza delle relazioni dell’organismo con l’ambiente. Indipendentemente dall’evoluzione culturale del termine, il calco scientifico delle origini si perpetua nell’ambientalismo contemporaneo. L’osservato è distaccato dall’osservatore, l’uomo dualisticamente preserva sé stesso senza mutare l’approccio relazionale con la natura. Storicamente, la diffusione sociale e politica dell’ecologismo si avrà tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando le conseguenze dell’inquinamento si faranno esplicite con il consumismo di massa allargato all’intero occidente. L’autrice di riferimento fu Rachel Carson, con il “grido” della “primavera silenziosa” inerente alla morte dei suoni del vivente nei campi monoculturali dell’agricoltura industriale, irrorati di antiparassitari. Una vera svolta culturale e di consapevolezza esistenziale si avrà però tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta con la cosiddetta ecologia del profondo. È un riferimento generico, che accomuna pensatori eterogenei come Wendel Berry, Edward Goldsmith, Barry Commoner, Arne Naess, Gary Snyder. Costoro, con sensibilità diverse, hanno avuto il merito di sottolineare il “valore intrinseco” della natura, collocando l’uomo nella natura, criticando la civilizzazione tecno-scientifica dell’habitat.

L’ecologia profonda oltrepassa l’approccio scientifico meccanicistico, per raggiungere la consapevolezza del sé e della saggezza della manifestazione naturale. L’uomo, olisticamente, è inteso come parte di un tutto relazionale. L’implicazione di questo principio è che la natura va protetta di per sé, per il suo valore intrinseco, indipendentemente dall’utilità strumentale o intergenerazionale. Se arrechiamo danni alla natura, danneggiamo noi stessi. Il tipo di approccio alla realtà, che se ne ricava, è fondante: occorre agire sulle cause, invece che sugli effetti. Non c’è bisogno di fare nulla di nuovo, basta riattualizzare qualcosa di molto antico, di ancestrale: la comprensione della saggezza della Terra e degli equilibri relazionali ecosistemici, la consapevolezza del rapporto di simbiosi omeostatica del vivente. “Andare all’origine delle cose” significa, di conseguenza, decostruire il riduzionismo scientista, superando l’approccio parziale e riduzionista, immedesimandosi ontologicamente nella manifestazione dell’essere.

Le forme più radicali di tale approccio arrivano ad immaginare la preservazione della natura come sua inibizione all’uomo, riproponendo in forma complementare opposta il dualismo cartesiano, quasi che non esistesse alcun rapporto possibile con la natura, se non quello dello sfruttamento o della contemplazione ascetica. In realtà, il problema è praticare la via del giusto mezzo, all’insegna del riequilibrio olistico tra cultura e natura. Le stesse tematiche più oltranziste parlano dell’incontaminato come richiamo all’elementare psicologico e istintuale perduto dall’uomo civilizzato, come risorsa per la riconnessione con la comunità del vivente, più che di un solipsismo naturalistico. Il rispetto del vivente non implica l’eguaglianza indifferenziata tra uomo, mondo animale, mondo vegetale e mondo minerale, ma la consapevolezza della diversa ma relazionata manifestazione dell’essere. Un indistinto biocentrismo, non considerando alcun elemento di differenziazione all’interno del mondo vivente, ossia nel cosmo, tende – in effetti – a cancellare tutte le specificità umane per riversarsi in una nuova forma di universalismo astratto, che poi annulla la dimensione “politico-antropologica” dell’agire umano e la condizione storica del suo operare. Il semplice fatto che l’uomo sia in grado di porsi il problema delle sue responsabilità nei confronti della natura dimostra che egli occupa un posto particolare, e non indistinto, nel mondo vivente. Nessun’altra specie è in grado di porsi un tale problema. L’uomo se lo pone non tanto perché egli è il solo a mettere in pericolo la natura, quanto perché è il solo a cogliere le remote conseguenze delle proprie azioni grazie a una coscienza riflessa che costituisce in lui una “seconda natura” e la fonte della sua cultura sociale. Denunciare l’antropocentrismo, e con esso l’idea che la natura sia altro da una risorsa destinata all’utilitaristico desiderio umano, è necessario, ma ignorare le modalità specifiche della presenza umana nel mondo ci fa cadere nell’eccesso opposto.

La lettura metapolitica comunitarista dell’ecologismo declina in positivo la sua visione pluralistica e differenzialista che nasce per reazione all’omogeneizzazione totalitaria della modernità. La difesa delle identità culturali e della dignità della persona, aggredite dall’omogeneizzazione del materialismo pratico e dalla mercificazione utilitaristica fa tutt’uno con l’esortazione a modelli di sobrietà etica e sostenibilità economica. La forza del dettato dei nostri tempi si iscrive nell’apparente inerzia e irreversibilità dell’esistente, ma l’idea di un sistema economico autoregolato globale capace di rigenerarsi all’infinito cova la possibile inversione di tendenza, perché implica un meccanismo di accumulazione materiale e di espansione nello spazio che deve necessariamente urtare contro un limite, fosse anche planetario.

La legittimità democratico-partecipativa del potere corrisponde alla sovranità comunitaria in un territorio condiviso. La reciprocità interpersonale si alimenta nelle identità di gruppo, ove è preminente l’aspetto simbolico-empatico della relazione sociale. In questo contesto i rapporti tra gli individui sono regolati da forme generali di giustizia ispirate alla responsabilità e al bene comune, quindi alla sostenibilità ambientale.

Questo federalismo intercomunitario in un “grande spazio” continentale è una risposta credibile e concreta alla crisi di legittimità delle democrazie procedurali liberali occidentali, che invece si alimentano in una perversione degli interessi economici fino all’involuzione oligarchica, che va di pari passo con la onnipervasiva mercificazione del vivente. In tal senso, l’Europa che auspichiamo trova la sua negazione nell’attuale simulacro tecnocratico che la nega nella sua essenza politica e civiltà.

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