E’ MEGLIO FARE LA RIVOLUZIONE CHE SCRIVERNE

Stato e rivoluzione è il testo del trionfo del bolscevismo, interrotto dal suo autore perché “è meglio fare la rivoluzione che scriverne“. L’interesse storico è quindi forte: non si comprende il Novecento se non si comprende che cosa è accaduto in Russia nel novembre 1917. Ma nello scritto di Lenin – che affronta uno snodo concettuale assai importante per la strategia del movimento operaio russo: che fare dello Stato all’indomani della sua “conquista” da parte della classe oppressa? – egli sembra voler scomparire dietro i grandi teorici della rivoluzione, Marx ed EngelsUtopia: l’interprete pretende di non interpretare per lasciar parlare l’oggettività della dottrina autentica. Cionondimeno egli ci mette sempre del suo: le sue preferenze, le sue simpatie, le sue speranze, i suoi obiettivi polemici.

Ciò traspare chiaramente dalle parole del capo bolscevico, malgrado egli si sforzi di mostrare la “pura verità” della genuina visione marxista dello Stato. Dopo tanti anni e la caduta del muro d Berlino che cosa rimane? Se Stato e rivoluzione fosse niente più che un’esposizione (cosa di per sé già impossibile), ci si troverebbe ad avere a che fare semplicemente con un’ipotesi falsificata.

Tuttavia, proprio il crollo del comunismo e delle sue cattive speculazioni lascia intravedere la grandezza del soggetto cosmico-storico che vi stava dietro. La sua capacità di dialettizzare la teoria per incanalarla flessibilmente nelle “contraddizioni della storia” ne rivela alcuni tratti fondamentali: realismo, abnegazione, cinismo, spietatezza, abilità, intelligenza acutissima, passione.

Grazie a queste qualità il marxismo si è fatto leninismo ed è entrato nel crogiuolo della storia, risultandone alfine da un lato annientato come teoria dell’emancipazione proletaria e modello politico-economico di convivenza, dall’altro quasi purificato. Ritornano, infatti, nel capitalismo post moderno alcuni segni di quella purezza: la passione per gli apparati impersonali che traspongono sul piano istituzionale quella antropologica per la massa omogenea ed uguale; la peculiare chiusura degli orizzonti etici alla sfera del consumo; l’utopia macchinista che trascende i limiti del corporeo e del solido (l’intelligenza, tecnicamente riproducibile, in quanto proprietà emergente, grazie alla trasformazione della quantità in qualità); l’Inconcusso morale mai discutibile e sempre più cogente a fronte delle libertà in via di estinzione; la mai sopita speranza in un mondo di stordimento edonista … e così via.

Sono tutti elementi che provengono da quell’Ottobre e dalla mescolanza che da lì è iniziata della teoria e del mondo, una mescolanza che trova in Lenin il suo grande Demiurgo capace al tempo stesso di plasmare gli ingredienti e di far risaltare in purezza i sapori a lui più graditi. Stato e rivoluzione è quindi una ricetta che il cuoco ha modificato strada facendo, secondo la logica autenticamente marxiana della primato della prassi.

Sulla base delle sue indicazioni è stata confezionata una torta che ha dovuto raffreddarsi per settant’anni, perché fosse servita, con le adeguate decorazioni, sui nostri piatti.

Ecco perché nel commento all’opera leniniana, nato da un convegno milanese sulla Rivoluzione d’ottobre, Massimo Maraviglia, curatore del libro Lenin, Stato e rivoluzione (Oaks editrice, Milano 2020, euro 24,00) parla del comunismo come di un “destino mondiale”.

Ci siamo ancora dentro. Siamo ancora a tavola e se per caso non ci sentissimo troppo bene, proviamo a chiedere in cucina o guardiamo sul menù l’elenco degli allergeni.

Fabrizio Fratus per il gionaleOFF

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