UN DESTINO CHIAMATO EUROPA

Uno dei maggiori problemi della modernità è l’incapacità di avere un progetto di società che sia al passo con i tempi. Viviamo in un’epoca di rapide trasformazioni: ciò che oggi sembra moderno e avanzato nella realtà è già superato, è già un qualcosa di “vecchio”. La società corre, mentre noi restiamo a guardare e attendere gli eventi, reagendo sempre in modo disordinato e senza un precisa strada da percorrere. Tutti i partiti, i movimenti e le associazioni politiche oggi in campo sono forze reazionarie dal futuro incerto, sono contenitori vuoti che attendono dall’esterno ciò di cui hanno necessità per la loro stessa sopravvivenza. La “politica” si perde nella parte destruens, nelle polemiche sterili e nelle proteste, dimenticando il momento propositivo, la parte costruens. Si disfa il gomitolo, ma non si sa come riavvolgerlo.

In Italia oggi si è tornati a parlare di nazione come valore, come punto di riferimento per la salvezza di tutti i mali provocati dall’Euro. In epoca di globalizzazione, in cui i confini come li abbiamo sempre considerati sono sorpassati, anacronistici, finiti e falsi molti rispondono con un ritorno alla sovranità di tipo nazionale. Siamo nel terzo millennio dopo Cristo e necessariamente dobbiamo trovare nuove sintesi in relazione al nuovo sistema in cui viviamo; purtroppo, al contrario, le idee sono molto poche e tutte riferibili al modello del liberal-capitalismo.

Noi, tradizionalisti e patrioti crediamo che la strada del futuro sia segnata e siamo convinti che ogni cosa per conservarsi debba rinnovarsi: come hanno scritto Moller Van Den Bruck, Giulio Cesare Andrea Evola, Pino Rauti, Adriano Romualdi 1 e molti altri pensatori della destra politica, essere conservatori non significa dipendere da ciò che è stato ieri, ma vivere ciò che è eterno. La nascita dello stato nazione, l’idea di Nazione è stata elaborata dalla cultura romantica, sintesi dei valori di un popolo in antitesi ai valori di altri popoli europei, in contrapposizione alle nascenti idee figlie della rivoluzione francese, idee di egualitarismo e internazionalismo.

Pochi anni prima, con la rivoluzione industriale, nell’Europa post rivoluzionaria, e la democrazia a fine ‘700 si creano i due fronti contrapposti, uno della sovversione e l’altro della conservazione, il primo che fa riferimento alla Sinistra e il secondo alla Destra. Con il termine conservazione non vogliamo identificare soltanto il mantenimento di istituti e privilegi, ma soprattutto dei valori connessi ad un certo tipo di società che faceva riferimento ad un mondo che trascendeva la vita della materia. Se di conservazione di istituzioni bisogna parlare, si può fare riferimento piuttosto al mantenimento della strutturazione di un mondo dalle fondamenta spirituali, nei confronti dell’allora dilagante materialismo.

La rivoluzione industriale e la rivoluzione francese non sono da considerare come la distruzione di questo o quell’altro ordine sociale, ma come negazione di tutti quei valori che per secoli hanno retto ogni ordine Europeo. L’illuminismo era esplicito nei suoi propositi, un manifesto della sovversione in cui si esplicava che la religione è una “menzogna delle classi abbienti”, le tradizioni erano invenzioni dei governanti per mantenere il potere, le differenze sociali delle ingiustizie contro l’individuo. L’illuminismo, e tutto quello che né deriva, è l’antistoria. L’illuminismo negava e nega la tradizione, il passato, il sangue. Il romanticismo, nato in Germania, idealizzò le tradizioni, riscoprì la storia, percorse all’indietro tutte le strade lontane che davano senso al concetto di identificazione in un popolo. Da subito il romanticismo, comprese che l’industrializzazione selvaggia e la massificazione dei popoli avrebbe portato al disfacimento delle identità di appartenenza. La sua forza fu quella di trovare una nuova legittimazione nella cultura e nel sangue che prese il nome di nazione. Reinserì le forze borghesi che la rivoluzione aveva liberato in un nuovo concetto di solidarietà. Il romanticismo fu una grande rivoluzione per la conservazione di tutti quei valori che uomini come D’Alambert, Diderot, Voltaire volevano cancellare per sempre dalla storia. Riuscì a svuotare il veleno del liberalismo perché creò una responsabilità nello stato, che si fece nazione. In tutta Europa la nazione fu il “il contenitore” di tutti i valori che l’illuminismo aveva cercato di cancellare. Questi valori erano la tradizione contro il livellamento, lo stato nazionale contro l’universalismo, l’onore militare contro l’internazionale. Fu a metà dell’800 che coloro che erano i padroni della cultura in Europa salvarono i valori spirituali tramandati dal passato, che il materialismo, l’industrialismo e l’indifferenza delle masse stavano cercando di distruggere. Il mito della nazione si basava però su un presupposto, cioè che il mondo ruotasse intorno ad essa. Un mito a breve raggio, in cui si presumeva che la storia fosse in funzione delle nazioni e che ogni popolo confinante fosse un barbaro e cioè un popolo che parlava un’altra lingua e quindi un nemico.

La concezione dello stato nazionale negava quindi ogni presupposto per un’Europa come unità di sangue e cultura. Ci si era dimenticati, parlando di Roma e di classicità, che Greci e Latini erano scesi dal nord. Capitava che in Germania si esaltasse il Reich senza ricordare che proprio l’idea di Impero era stata trasmessa a Carlo Magno da Roma. Ci si era dimenticati di dire che i popoli che vivevano e vivono in Europa hanno lo stesso ceppo, con uno stesso senso d’appartenenza, stesse origini e stessa storia. La concezione nazionale aveva salvato il popolo europeo dall’ideologia Illuminista, ma aveva frantumato la storia in blocchi ostili che avrebbero portato a future guerre civili del popolo europeo. La prima grande guerra mondiale fu la rivoluzione dei nazionalismi, i giovani di tutte le nazioni si entusiasmarono e si dissolse il fascino dell’internazionale socialista.

In Italia una piccola minoranza rivoluzionaria sulla scia dei valori rappresentati dalla guerra conquistò e rivoluzionò lo stato dando origine al periodo dello stato fascista. La prima guerra mondiale fu anche la dispersione di quello che rimaneva del vecchio ordine europeo, finiva l’impero Austro-ungarico. Durante il periodo delle due guerre i fascismi cercarono di istituzionalizzare i nazionalismi, creando, sotto la loro guida ideologica, un senso d’appartenenza europea. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale il concetto di Nazione andava terminando, i paesi dovevano scegliere in che blocco transnazionale dovevano intervenire, quello anglosassone o il blocco europeo. Con la fine della guerra e la sconfitta del blocco europeo l’Europa è stata divisa in due blocchi nemici, uno dipendente e satellite degli U.S.A. e l’altro, a est, facente capo all’U.R.S.S. È stata la fine dei Nazionalismi Europei e la morte di una prospettiva di una Europa dei popoli, delle Patriae.

Una visione moderna, coraggiosa e lungimirante deve comprendere la mutata situazione del mondo e con la fine del vecchio nazionalismo ha il dovere di non rinchiudersi in una retorica visione nazionale, ma di lanciare il progetto di una “patria” continentale, l’Europa dei popoli composta da piccole patrie. Oggi la parola Nazione è rispolverata da coloro che l’hanno sempre combattuta: uomini che hanno sempre dato valore a posizioni egualitariste e internazionaliste, oggi non perdono occasione di parlarne e di elogiarne gli aspetti più banali, di riempirsi la bocca con qualcosa che storicamente non appartiene a loro e che, anzi, hanno combattuto con tutte le loro forze. La realtà è che inneggiano a qualcosa di vuoto, che è assente di significato, inutile. Parole come nazione appartengono a tempi passati in cui i nazionalismi europei si affrontavano sulle frontiere per rivendicare il loro territorio e la loro cultura. Oggi il nemico non è in Europa. Oggi il nemico è fuori dai suoi confini, è a occidente ed è un sistema economico capitalista antagonista che ha paura dell’Europa e della sua storia, della sua potenzialità economica, della sua cultura, della sua capacità di rinnovarsi e rigenerarsi. Il mondo che fino a quindici anni fa era diviso in due blocchi ben definiti e contrapposti è cambiato: i due schieramenti esistono in modo differente, da un lato chi vuole imporre un modello basato sullo sfruttamento e dall’altro chi cerca di “riscoprire” un’identità tradizionale.

Il modello occidentale a cui sino ad oggi siamo stati costretti vuole decidere dei destini del mondo senza considerare che vi sono altre culture, altre tradizioni, altre storie, vuole uniformare il restante mondo a sé in un’ottica etnocentrica e massificata, vuole imporre la regola del pensiero e del modello unico. È il ritorno dell’ideologia illuminista, della fede nella ragione come unica fonte di verità, dell’egualitarismo in cui gli uomini, uguali per natura, devono godere di stessi diritti e di uguali doveri di cittadini. Da questi presupposti nasce la volontà di un governo mondiale in cui siano cancellate le differenze culturali e di sangue in una concezione di determinismo storico per il quale un solo destino è possibile. I patrioti, coloro che si rifanno ad un senso di appartenenza e d tradizioni e che da sempre si oppongono a tale progetto, sono convinti che non sia la storia a fare l’uomo, ma viceversa, è l’uomo a “costruire” la storia negando quindi ogni tipo di determinismo storico. Un progetto per il futuro: “Europa delle Patrie” alleata della Russia con un occhio di riguardo verso il continente Africano, terra ricca di materie prime.

Alcuni decenni or sono Jean Thiriat elaborò la teoria geostorica dell’Eurasia. Il geopolitico belga era convinto che la strada da seguire fosse quella di unire le terre comprese tra Lisbona e Vladivostok in un’unica nazione, uno spazio continentale che prende ragione della sua esistenza dal momento della caduta dell’U.R.S.S. Tale nazione, nella prospettiva di Jean Thiriat, dovrà essere uno stato politico, un sistema aperto e in espansione che sia espressione di uomini liberi verso un futuro collettivo e condiviso. Noi partiamo da questa visione per proporre l’Europa delle Patrie in cui siano i popoli a decidere del loro futuro. Un grande territorio i cui tutti i popoli saranno padroni di decidere seguendo le loro tradizioni come la loro cultura millenaria. Vogliamo costruire un’Europa dei popoli federata ad una grande Russia. Da questo blocco, unito, ma separato nelle proprie specificità, tradizioni, culture e identità, auspichiamo che possa iniziare un percorso storico realizzabile e concreto. Il nostro è un atto di realismo politico di fronte all’unica potenza mondiale come gli Stati Uniti d’America che domina il mondo attuando terrorismo in territori sovrani, senza dimenticare che presto vi sarà una Cina a capo delle tante nazioni asiatiche in concorrenza agli stessi Usa. I due schieramenti stritoleranno le nazioni europee rendendole, per chi sarà più fortunato e capace di riorganizzarsi, piccoli satelliti a uso e consumo di una delle due potenze, mentre per le nazioni che non saranno in grado di riorganizzarsi sarà la fine, verranno spremute sino a trasformarsi in piccole nazioni da sfruttare.

Noi europei, non possiamo tollerare tale prospettiva, non possiamo stare fermi ad aspettare che i progetti di altri si compiano sul nostro territorio, sui nostri popoli, sulle nostre famiglie! Dobbiamo tornare a creare il nostro futuro realizzando concretamente il nostro destino. L’Europa si merita un destino europeo. L’Europa è una terra dalle grandi prospettive future e sicuramente uomini come Donald Rumsfeld, che hanno definito in modo dispregiativo la nostra terra come “vecchia Europa”, non hanno compreso che il nostro popolo sta prendendo coscienza che non esiste più un’indipendenza e un progresso possibile al di fuori da contesti continentali, se non si considerano i piccoli reazionari giacobini ancora ancorati al concetto di nazione. Lo stesso studioso delle società contemporanee, Ulrich Beck, in un suo famoso saggio sulla globalizzazione ha motivato la costituzione di patti federativi nazionali per la costituzione di trans-nazioni, una visione che identifica i cambiamenti in atto nella società a cui siamo giunti e che costruisca un mondo sicuro in un contesto multipolare. È proprio in questa prospettiva che dobbiamo muoverci, identificando il superamento delle logiche nazionali e sviluppando un nuovo concetto di patria in cui il senso di appartenenza, identità, Tradizioni, autoconsumo e comunitarismo siano il “motore” di un’autentica rivoluzione antiglobalizzazione. Ricordiamo che la nazione è l’anticamera della globalizzazione, se ieri nei territori nazionalizzati venne imposta la lingua nazionale, oggi, le stesse nazioni impongono la lingua inglese a scapito di quella nazionale. Se un popolo ha usi e costumi la nazione impone le sue regole con le leggi che sono al di sopra delle tradizioni di ogni popolo sottomesso. Se oggi i nazionalisti si lamentano che siamo in un agglomerato di nazioni va loro ricordato che sono stati i governi nazionali a votare tale agglomerato, quindi la stesso stato nazione. L’Europa è una grande madrepatria, si assuma le sue responsabilità di faro della civiltà occidentale e torni all’origini, al riconoscimento di popoli e delle diverse colture che ci hanno resto il continente faro del mondo assieme alla religione cristiana.

Fabrizio Fratus

1 Evola, Rauti e Romualdi hanno scritto diversi articoli e saggi per presentare la democrazia dello stato nazionale come passaggio in contrapposizione al mondo tradizionale e in antitesi con la visione di Impero. Spesso, per motivi di propaganda e soprattutto dopo la nascita della Destra Nazionale – fusione nel MSI da parte di Monarchici e nazionalisti- il concetto di nazione è divenuto sempre più presente.

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