IN MORTE DI DON BASTIANO

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo mannò ffora a li popoli st’editto: Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, sori vassalli bbugiaroni, e zzitto. Io, fo ddritto lo storto e storto er ddritto”
Il sonetto “Li soprani der monno vecchio”, redatto nei primi decenni dell’800 dal poeta romano Gioacchino Belli, rappresentò  una  preziosa fonte di riferimento per gli straordinari e profetici aforismi di cui si resero protagonisti gli eccentrici e stravaganti personaggi dell’impareggiabile opera cinematografica “Il marchese del Grillo”. Tale capolavoro, diretto dal Maestro Mario Monicelli, ebbe la peculiarità  di far emergere, grazie alla spiccata goliardia del nobiluomo romano, le più imbarazzanti contraddizioni di una società corrotta, decadente e fortemente condizionata dai detentori del potere. Difatti, ai danni di ignari prelati, madri bigotte, cugine focose, briganti e mignotte, servendosi di un innato senso di compostezza e pacatezza nell’inscenare la burla (“Quanno se scherza bisogna esse’ seri!”), il Marchese del grillo,  riusciva  con estrema abilità a far emergere questioni morali legate all’insolenza dei potenti.
A completarne tale scenario, in realtà, vi fu un secondo personaggio che, ancor più svincolato dalle convenzioni sociali, che imbrigliavano lo stesso Marchese, si rese, in maniera ancor più profonda, protagonista di innegabili e profetiche verità, ovvero  Don Bastiano, interpretato da un magnifico Flavio Bucci.  Sospeso a divinis ,da Papa Pio VII, a seguito di un delitto d’onore , Don Bastiano, ridotto a capo di una banda di briganti riuscì, nel raro intento, di attirare a sé le antipatie sia delle precedenti forze reazionarie, quanto di quelle giacobine  che, in virtù delle campagne belliche napoleoniche,  occupavano momentaneamente ed  arbitrariamente lo Stato Pontificio. Un uomo che oggi facilmente definiremmo come “scomodo” agli occhi dell’ èlite dei buonisti benpensanti, orgogliosamente legato al proprio onore, al proprio credo ed alle proprie idee. Convinto di compiere il proprio dovere e capace di rispondere solo a ciò che risulti giusto, rifiutando così ogni forma di compromesso e richiamo al convenevole, anche innanzi alla certezza della sconfitta.
Epico, risulta essere, pertanto, il monologo finale di Don Bastiano, quando,  innanzi al patibolo ed incurante del boia, non perse l’occasione di ricordare alla piazza l’irrilevanza dell’opinione di quest’ultima  nelle intenzioni dei potenti.. e con voce ferma tuonò: “Voi, massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a inginocchiarvi, a chinare la testa davanti ai potenti! Adesso inginocchiatevi, e chinate la testa davanti a uno che la testa non l’ha chinata mai. E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo! “
Don Bastiano fu essenzialmente un ribelle. Pertanto, a costoro, come affermòErnst Jungernon gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni.. Oggigiorno, tale figura, rappresenta quanto di più lontano ed antitetico all’insano costrutto ideologico messo costantemente  in campo dalle forze liberal-progressiste, sempre più schiave del relativismo, immerse nel materialismo ed  avverse al “mondo delle idee”, così tanto amato e strenuamente difeso dal povero prete ribelle, che tutti credevano pazzo.
Ciao Flavio!

Giuseppe Fontana per stanza101.org

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