POPOLI E TEOLOGIA

Credo di non dire nulla di sorprendente affermando che oggi la Teologia non è di sicuro una delle discipline che goda di maggior credito. Normalmente, quando rivelo che studio proprio questa materia le reazioni oscillano tra chi mi chiede se “studio da prete”, chi ne approfitta per risolvere qualche quesito che si porta dietro dal catechismo e chi mi guarda come se mi occupassi di stregoneria.

Sono passati i tempi, in realtà non così lontani, in cui la Teologia era ritenuta una Laurea con un certo prestigio sociale: oggi per il grande pubblico è una materia che semplicemente non esiste, è per lo più una realtà di nicchia, un lascito del Medioevo assolutamente privo di fondamento scientifico.

La Teologia in Italia, poi, è confinata nei Seminari e nelle Facoltà Teologiche normalmente gestite dalle Diocesi, per cui l’unico impiego reale per chi affronti questi studi è il docente di Religione. Diverso è il caso della Mitteleuropa, dove invece Teologia è una normale facoltà delle Università Statali e non mancano studenti laici che vogliono approfondire questo campo di studi, magari pur non essendo personalmente credenti.

Lungi da me passare per esterofilo, ma il punto probabilmente è proprio questo: l’Italia, paese storicamente cattolico, si sente quasi in colpa per questo, percepisce un bisogno di laicismo a livello accademico come se volesse nascondere il proprio passato, ha un complesso di inferiorità che tende a relegare la religione tra la tradizione e le credenze popolari, negandole una validità di studi dal punto di vista laico.

Eppure, per quanto ci sia uno scollamento tra accademia e paese, ogni tanto appare sulla scena la tematica teologica: pensiamo alla questione della comunione ai divorziati (tema curiosamente ricorrente nel dibattito anche politico, vedi la recente uscita del sindaco di Milano Sala) o all’eterno dibattito sul celibato sacerdotale.

Mentre uomini di Chiesa si dedicano all’esegesi dei testi delle canzoni di Sanremo, la presentazione del Cantico dei Cantici nella medesima manifestazione viene affidata a un Benigni che, credendosi originale, dà una lettura da adolescente in crisi ormonale di uno dei testi più delicati e profondi del testo biblico. Oppure pensiamo a Mauro Biglino, sedicente studioso sostenitore della tesi secondo cui la Bibbia non parla di Dio ma di alieni e altre amenità simili, con un certo successo editoriale e, ovviamente, anche economico.

La teologia ufficiale è confinata in teche, ma il bisogno di sacro e di avvicinarsi al testo biblico esiste e, in mancanza di meglio, si manifesta anche così.

È come se ci fosse un mondo che cerca la religione, anche solo per interesse culturale, senza averne gli strumenti, e un altro mondo, molto più ristretto, che gli strumenti li ha ma è chiuso in un orizzonte piuttosto limitato e per nulla appetibile dall’esterno.

Il punto è proprio questo: la teologia non nasce per essere isolata in dibattiti specialistici: chiunque abbia una certa dimestichezza con gli studi storici sa che a partire dal tardo antico fino alla Rivoluzione Francese le questioni dottrinali e religiose erano al centro di contrasti anche a livello politico e sociale (si pensi all’Arianesimo o alla Riforma Protestante): perché? Perché erano “medievali” e quindi bigotti, dice il pensiero progressista, o forse semplicemente perché avevano intuito qualcosa che oggi sfugge? La Teologia risponde alla domanda su chi sia Dio, ma la risposta influenza di conseguenza la percezione delle realtà. L’idea che si ha del divino si riflette nella nostra visione del mondo, basti semplicemente vedere le differenze politiche che si sono generate in Europa tra stati cattolici e protestanti, o la spaccatura del Mediterraneo tra Cristiani e Islamici.

Come si può capire un popolo senza capire come sia il suo Dio e quindi il suo sguardo sul mondo? Non è un “esercizio confessionale” ma la migliore indagine su una civiltà, un’indagine sull’anima spirituale di un popolo.

In un certo senso, si potrebbe azzardare che siamo tutti, più o meno consciamente “portatori sani” di Teologia, in quanto espressione di una tradizione spirituale che fonda e influenza la nostra civiltà, per quanto noi possiamo averla dimenticata o ignorarla.

Concludo con una nota personale: quando parlo della mia tesi di dottorato la gente si aspetta che io affronti lo studio di pagine e pagine, forse anche dell’intera Bibbia. In realtà l’argomento consiste in soli tre paragrafi e ci vogliono tre anni per studiarli, perché Teologia è anche l’arte della pazienza, dell’indagine e dell’approfondimento. Tutte cose che difficilmente trovano spazio in una civiltà moderna che si fonda sulla velocità, il denaro e l’utile pratico. E la colpa di questo non è della Teologia.

Andrea Campiglio

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