AFRICA: RIPARTIRE DAL LAVORO

I modelli di aiuto allo sviluppo che ci piacciono

Karl Marx diceva che “il lavoro è l’essenza dell’uomo”: nel lavoro l’essere umano si emancipa dal bisogno, diventa libero e acquista dignità. Se ciò è vero, è incredibile quanto il discorso pubblico di carattere umanitario sul tema dell’Africa trascuri fatalmente questo aspetto. Si parla di diritto all’emigrazione, diritto alla perlustrazione dei mari, diritto all’accoglienza, ma mai di diritto al lavoro e all’autoemancipazione mediante esso.

Se, infatti, sono lodevoli le raccolte fondi che provvedono a garantire ai bambini africani un’istruzione, è d’altra parte necessario accompagnare il percorso educativo con la creazione concreta di opportunità lavorative, di occupazione effettiva. Invero, un natio africano che abbia la possibilità di studiare e conseguire una formazione organica, non potrà che riscontrare una fatale contraddizione tra l’aver appreso gli strumenti mediante i quali un individuo può contribuire materialmente alla propria comunità e non avere poi alcuna possibilità di farlo autenticamente.

È bene sottolineare l’avverbio ‘autenticamente’, dal momento che la realtà africana si presta in modo particolare a forme di lavoro solo apparenti, dietro le quali si nascondono realtà di sfruttamento e dumping sociale. Da un lato, infatti, il continente offre lo spazio ideale per la delocalizzazione di industrie che richiedono manodopera a bassissimo costo, senza tutele sociali e ambientali; dall’altro è particolarmente facile introdursi sul suolo africano per estrazioni minerarie, con grossi indotti ma circoscritti alle élite e senza nessuna redistribuzione della ricchezza. Infine, vi è l’Africa per turisti, che coinvolge un bacino di utenza assolutamente ristretto ed altolocato, senza nessun contributo sociale per le comunità, che ne restano completamente isolate.

Se queste minacce sono reali, d’altronde è profondamente sbagliato pensare all’Africa come ad un Paese semplicemente arcaico e produttivamente arrestato. In Paesi quali il Burkina Faso, il Mali o il Niger esistono svariate realtà di piccolo artigianato, nel quale vengono lavorati materiali come l’argento, il cuoio ed altri tessuti con maestria e buona disposizione all’innovazione, anche tecnologica.

Un altro importante settore produttivo è quello agricolo, per la tutela del quale sono già state avviate operazioni di contrasto ai processi di desertificazione, come nel recupero delle terre nel Sahel. Ai fini della produzione del settore primario, tramite i fondi per aiuti a distanza sono stati inviati trattori ed altri macchinari moderni predisposti per i particolari terreni del suolo africano, oltre a fornire una specifica ed adeguata istruzione per trattoristi e meccanici. Vi sono ovviamente degli handicap, quale la difficoltà nella manutenzione a causa dell’importazione di pezzi di ricambio dall’Europa, oltre ad un rapporto al ribasso tra scuole di formazione e manodopera. Tuttavia, vi è già qualche segnale: a Ouagadougou, ad esempio, è nata ormai da qualche anno un istituto di meccanica che insegna a riparare i trattori di ultima generazione, anziché lasciarli in avaria una volta guastati come accadeva non molti anni prima.

Questo terreno è fertile per lo sviluppo, e proprio in questa direzione possono e devono essere indirizzati i contributi esterni in aiuto degli africani. Un contributo economico a valle del processo migratorio ha semplicemente un effetto tampone, peraltro inefficace se non addirittura dannoso, in quanto non riesce ad evitare l’umiliazione derivante dall’impossibilità di dare il proprio contributo alla propria terra ed alla propria comunità; non riesce a sottrarre alla facile fascinazione di un’identità preconfezionata offerta dal fondamentalismo islamico, che riempie così di insoddisfatti le fila del proprio esercito terroristico; acuisce, infine, la frustrazione nel vedere illusorie possibilità di emancipazione solo in una vetrina di là dall’orizzonte, lontano da casa.

Alcune ONG, come Reach Italia, hanno compreso questo principio e hanno dato vita così ad una virtuosa attività di micro finanziamenti e supporto commerciale, sostenendo piccole imprese nelle loro fasi di sviluppo. Il recupero delle terre, l’officina meccanica, le strutture ospedaliere, le scuole e gli istituti infermieristici sono le vie che un Paese ancora lontano dalla terziarizzazione deve seguire, e deve essere aiutato a sviluppare, come unica vera soluzione di lungo termine all’emigrazione di massa, allo sradicamento indotto, ai processi di radicalizzazione e all’insicurezza sociale. Quanto sta facendo Reach Italia e altre organizzazioni è molto importante e soprattutto è grazie a migliaia di donatori privati, persone attente al bene comune.

Investimenti con concrete ripercussioni sociali e comunitarie sono, cioè, l’unico aiuto reale che si può e si deve rivolgere al continente africano, soprattutto a fronte dell’impennata demografica che interesserà i prossimi decenni. Per contro, tutto ciò che lenisce ma non cura, è solo un dannoso palliativo che dissimula la mendicanza con le vesti della carità; che priva gli uomini della libertà e della dignità che solo il lavoro può conferire loro.

Cristiano Vidali per affaritaliani.it

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