IL COMUNISMO DA BOMBACCI A JAN PALACH A OGGIDÌ

La camicia rossa, sotto quella nera e la bandiera stelle e strisce sotto la camicia rossa

Ci furono milioni di italiani che, dopo quell’8 settembre, scoprirono improvvisamente di non essere mai stati realmente fascisti. Questione di prospettiva, logicamente.

Ci fu poi Nicola Bombacci, fondatore, insieme a Gramsci, tra gli altri, del Partito Comunista d’Italia. Bombacci fece il percorso inverso: si avvicinò al Duce, arrivando ad aderire alla Repubblica Sociale. Non era affatto un volta gabbana. Lasciò infatti il Partito, ma non l’idea, quella del socialismo e dell’emancipazione dei lavoratori, che trovò attuabile solo nella RSI con la socializzazione economica, la forma più realistica di sintesi tra capitale e lavoro, all’epoca. Celebre fu un suo discorso a Genova, nel marzo del 1945 ai suoi ex “compagni”, durante il quale affermò fieramente: “Sissignori, sono sempre lo stesso!”. Una lucida coerenza ed una presa di coscienza che gli costarono però che gli costò la vita: fu infatti rapito dai partigiani a Dongo, insieme a Benito Mussolini, e barbaramente appeso a testa in giù, insieme al Duce, su Piazzale Loreto.

Emblematica la bandiera americana che un vincitore sventolò davanti ai due corpi privi di vita: sventolò come uno straccio che voleva cancellare dalla storia lo scopo originario del fascismo, riducendolo ad un fenomeno razzista e spietato, condito da qualche marcetta militare e qualche palude bonificata.

Oggi è il 2019 e di nuovi Bombacci non se ne vedono, per coraggio e lungimiranza. Qualcuno si è illuso per un cinguettio di Fassina, relativo ad un invito a nazionalizzare le banche. Lo stesso Fassina ha messo le mani avanti specificandone l’ironia… “E non sia mai che io diventi lungimirante come Bombacci”, avrà pensato. Poco male, i tempi sono quelli che sono e, scavando a fondo, possiamo trovare la lucida testa di Marco Rizzo. Comunista convinto (convinto lui…), piace alla sinistra autentica in quanto fedele al principio della difesa dei lavoratori. Si svincola quindi da quella gauche caviar impegnata a venerare se stessa e la sua purezza di facciata con la superficiale difesa dei diritti civili, ossia l’abolizione delle differenze mediante la quale tutti un giorno potremo sentirci cittadini del mondo: un cambio di prospettiva anche sul sol dell’avvenire: l‘omologazione, si sa, è la via politica del capitale per trasformare l’uomo in consumatore. E non è un caso che quella sinistra nata dalle ceneri del comunismo, la gauche caviar, ossia la sinistra del capitale, negli ultimi anni ha sdoganato il ricordo delle vittime della violenza rossa. Così le foibe, Jan Palach e via dicendo, vengono oggi ricordati anche dai figli politici di quei carnefici, figliastri che, predicando paradossalmente ideologie opposte, rappresentano forse la più grande contraddizione storica dell’ultimo secolo.

Perché la violenza oggi è valida solo se fatta con altro nome e nel nome del peace & love, altrimenti, sempre nel nome del peace&love, è opportuno condannarla in toto, per ripulirsi l’immagine, ovviamente. Non cadiamo però nell’errore di paragonare la conversione politica di Bombacci a quella degli attuali antifascisti in assenza di fascismo: il primo mai tradì i valori che mossero la sua militanza. La vanità ideologica ha invece distolto l’attenzione dei secondi dalle reali problematiche sociali: Bombacci avrebbe perso meno tempo a rendersi bello al pubblico ricordando Jan Palach (del quale avrebbe però sicuramente nutrito stima e ammirazione), per occuparsi maggiormente dei lavoratori.

Nota bene: chi scrive ovviamente non vuole in alcun modo sminuire l’importanza del ricordo del sacrificio di Jan.

Lorenzo De Bernardi

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