ONG E MIGRANTI, LE PEDINE SULLO SCACCHIERE DEL MARE

Chi vince e chi perde

Sea Eye e Sea Watch 3: due nomi che abbiamo imparato a conoscere molto bene nelle ultime settimane; due ONG ‘occhi del mare’ che per giorni hanno colonizzato il dibattito pubblico e tutte le prime pagine; due protagoniste di un caso la cui parabola conclusiva è stata associata a più riprese e senza indugio ai sempre nuovi ‘primi’ scricchiolii nell’asse di governo.

Il braccio di ferro tra la maggioranza e le ONG è stato considerato senza esitazione come uno dei tanti di cui il passato recente è gravido, e, come tale, affrontato con una coloritura marcatamente moralistica, definendo la circostanza in termini ormai classici e indigesti come uno scontro senza mediazione tra buoni e cattivi, tra accoglienti ed impietosi. E, tuttavia, come in innumerevoli altri casi, se ci si prendesse il tempo per mettere tra parentesi la cecità prodotta dallo sdegno, ci si accorgerebbe che la situazione è decisamente più ambigua di come venga dipinta con sbrigativo nitore.

Infatti, le due ONG Sea Watch e Sea Eye sono navi battenti bandiera rispettivamente tedesca e olandese; i paesi d’appartenenza avrebbero dovuto dunque rappresentarne il primo punto di riferimento per l’attracco. Ma – si dirà – avendo a bordo quarantanove persone, tra le quali donne e bambini, sarebbe stato troppo rischioso intraprendere un viaggio così lungo e incerto. Peccato che le stesse ONG abbiano sostato quasi tre settimane, esposte al vento, alle temperature invernali ed ai sommovimenti marittimi, nel bel mezzo del Mediterraneo, in prossimità di Malta e delle coste italiane. Sea Watch e Sea Eye, d’altronde, non vigilavano le acque, perché troppo lontane dalle coste libiche per poter effettuare qualsiasi operazione di salvataggio; sapevano perfettamente che Malta vanta una tradizione tanto aperta nei confronti dei capitali esteri, quanto chiusa rispetto all’accoglienza di persone; erano, infine, più che consapevoli della chiusura dei porti italiani, che il nostro Paese ha sancito fin dall’insediamento del governo gialloblu.

Non vi è, dunque, apparentemente nessuna ragione pubblica per sostare così a lungo davanti alle coste italiane. Se, come sbandierato, il proposito fosse stato quello puramente umanitario di salvare quarantanove vite sottratte alla Guardia Costiera Libica, l’unica vera soluzione in buona fede sarebbe stata quella di fare ritorno ai porti nazionali di provenienza delle due imbarcazioni. Il viaggio, infatti, sarebbe stato prevedibilmente molto più breve di quanto lunga non sarebbe stata l’attesa per l’accoglienza da parte di Paesi dichiaratamente ostili all’operato delle ONG. Considerando che venti giorni di viaggio sono sufficienti per coprire distanze che consentirebbero di raggiungere l’America, la prima soluzione sarebbe stata prevedibilmente la più breve, sicura ed umanitariamente efficace.

Ma poiché nihil est sine ratione, occorre supporre che qualche motivazione più remota vi sia, e forse non eccessivamente velata. La presenza di un caso umanitario mediaticamente riecheggiato esercita, infatti, una forte pressione sul governo italiano, induce frizioni nella maggioranza (esasperandone alcune differenze di fondo, che devono essere rimarcate particolarmente con l’avvicinarsi delle elezioni europee) e induce infine la replica di casi come questo, lasciando intendere migranti, ONG e trafficanti che, con la dovuta insistenza, i porti sono ‘ancora un po’ aperti’.

In una simile condotta non vi è nessun vantaggio umanitario: l’UNHCR, Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha reso noto a fine anno che il numero di migranti morti cercando di attraversare il Mediterraneo è diminuito del 28% nel 2018 rispetto all’anno precedente; 2.262 contro 3.139. L’unico vantaggio, dunque, può esser quello di spingere alcuni esponenti della maggioranza più insofferenti alla linea dura sull’immigrazione a dissociarsi e prendere le distanze, rilanciando l’occasione per fomentare malumori in entrambi i partiti di governo.

Ancora una volta, dunque, i migranti vengono utilizzati come strumenti politici – come burattini per esercitare pressioni secondo interessi economici e geopolitici, come pedine sullo scacchiere impietoso del mare. Sea Eye e Sea Watch sono la cavità di occhi terzi, e mai disinteressati, che non guardano tanto alla Libia per soccorrerne i figli, quanto all’Italia per destabilizzarne il potere. La partita, almeno su questo versante, va chiusa a monte:  per questo, la chiusura dei porti è un requisito irrinunciabile.

 

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