4 NOVEMBRE, MA POI?

Cento anni sono passati dalla firma dell’armistizio a Villa Giusti: per alcuni una vittoria, per altri una sconfitta; certuni glorificano tuttora la nuova Europa forgiata nelle fiamme delle trincee, altri ancora compiangono la disfatta dei grandi Imperi, ultimi latori delle più arcaiche e profonde tradizioni continentali.

Al di là delle posizioni personali, oltre le processioni tricolori e i silenzi filoasburgici, si rende necessario denunciare il silenzio (o la paura) della politica e delle amministrazioni a ricordare il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati, non solo italiani, che sulle trincee hanno perso la vita in nome di logiche di cui forse neanche erano a conoscenza.

Nuovamente, l’ipocrisia tutta italiana, quella dei mai dimenticati giri di valzer, stavolta nei salotti buoni in diretta TV, mostra il suo lato peggiore: la ben nota legge dei morti di serie A e di serie B (per intenderci, la fiera della vanità che ogni anno, a fine aprile, imperversa per le strade di tutte le città) ha colpito anche quelli uomini, quei ragazzi, che, su fronti opposti, nel fango, hanno donato fino all’ultimo respiro per la difesa dei propri confini, contro uomini uguali a loro, ma con la divisa di diverso colore.

Nuovamente, si è persa l’occasione di fare la cosa giusta, per gli altri, non per sé.

Forse per la paura di essere additati come nazionalisti, sovranisti, fascisti e chi più ne ha più ne metta, forse per la sicura convinzione che solamente le pallottole con sopra incisa una svastica possono uccidere, mentre per tutte le altre si è sempre trattato di “danni collaterali”, l’anniversario del centenario dalla fine delle ostilità è passato, volutamente, in sordina.

Oltre queste colpevoli disattenzioni, resta il fatto che ben pochi di quei caduti, nemici al fronte e fratelli nella morte, hanno ricevuto un pensiero, una parola, un piccolo omaggio.

Di tante ossa, ormai polvere tra i secoli, ben poche hanno ricevuto il calore di un fiore, simbolo di quella umana pietà che, nell’era dei vacui “#metoo” e “#prayfor”, pare essere diventata più un accessorio da borsetta che solco tra la civiltà e la barbarie.

Si dice che coloro che dimenticano i morti dimenticano se stessi: un’ulteriore e grave conferma della crisi morale e spirituale che attanaglia, da anni, la nostra società. Un’ulteriore sfregio alla memoria di quanti hanno segnato la via prima di noi e, severi, ci attendono di là dal mare.

Andrea Tomasini

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