EUROPA SPREADATORIA

Quando la spallata arriva da fuori

Se un comune cittadino italiano si fosse addormentato nel 2011 e si fosse risvegliato oggi, leggendo i quotidiani di questi giorni potrebbe pensare che le lancette del tempo si siano bloccate. Oggi come allora, lo spread titaneggia sulle prime pagine di tutti i giornali; oggi come allora, esso costituisce un pretesto per redarguire severamente la condotta irresponsabile dei paesi ‘cicala’ e per imporre misure risolutive restrittive ed inflessibili; oggi come allora, è un’occasione per normalizzare le economie nazionali ‘indisciplinate’ con la medicina ordoliberista: stabilità innanzitutto, la vita degli esseri umani in seconda battuta.

Tuttavia, allora per riscattare l’Italia dalla crisi dello spread fu incaricato Mario Monti, alfiere bocconiano del neoliberismo che, con politiche “severe, ma giuste” (tagli alla spesa pubblica, compressione dei salari e riduzione delle misure sociali), avrebbe dovuto essere ricordato come salvatore della patria. Oggi, invece, al governo c’è una coalizione che rispetto a tale ortodossia mercatista – da almeno un ventennio subita talvolta, talaltra implementata attivamente – si schiera contro.

Gli antefatti dell’odierna crescita dello spread parrebbero essere:

  1. il piano di rilancio della crescita italiana ed europea redatto da Paolo Savona (“Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”, parole visibilmente eversive, prossime al nazional-bolscevismo), che dopo alcune settimane dev’essere finito sotto l’attenzione del gabinetto di Juncker;
  2. la faticosa redazione del DEF, la cui versione definitiva ed ufficiale, è bene ricordarlo, non è ancora stata resa nota.

Alle prime informazioni fuoriuscite sul DEF, i mercati avevano reagito senza particolari segni di squilibrio e lo spread non aveva manifestato oscillazioni preoccupanti. Senonché, alcune cordiali dichiarazioni hanno sensibilmente elevato il livello di allarme. Dombrovskis apre le danze con un monito gratuito: “l’Italia si attenga ai target di bilancio, riduzione di deficit e debito”; segue l’equilibrato Moscovici (quello dei “piccoli Mussolini”): “quando si è indebitati si è inchiodati e non si può agire, non ci sono più margini per i servizi pubblici”; infine, l’immancabile Juncker pontifica: “rigidi con l’Italia o è fine dell’euro. Non vorrei una crisi come in Grecia”.

Sarebbe impossibile, anche per coloro che fossero più vergognosamente in malafede, non riscontrare in simili dichiarazioni dei deliberati quanto ingiustificabili attacchi politici. Sebbene affermazioni come queste siano di per sé sufficienti a prendere definitivamente atto di quanto ipocrita sia la democraticità dell’Europa, va inoltre evidenziato come i presunti misfatti dell’Italia non siano le grida di battaglia pre-elettorali (sforamento del 3% del rapporto deficit/PIL, il famigerato piano B et similia), ma una misura, pienamente conforme ai parametri di Maastricht, che prevedrebbe un tutt’altro che scomposto 2,4% di deficit (cifra che, peraltro, Di Maio ha assicurato discendere di anno in anno).

Propagandare l’idea che le vicissitudini attuali e prossime siano la risultante pura e semplice di calcoli matematici, conti probabilistici, prospetti di solvibilità e valutazioni econometriche è semplicemente criminale. L’economia non è affatto un sistema oggettivo e prevedibile, ma il risultato combinato di credenze, aspettative e volizioni soggettive; pertanto, a confrontarsi non sono il dilettantismo politico e la neutrale scientificità degli economisti, ma due opinioni politiche, senza che la seconda goda di nessunissima legittimità in più sulla prima. Lo sbalzo dello spread non è quindi una reazione meccanica colpevolmente imprevista dal governo gialloblu, ma un attacco apposito e volontario ad una misura economica finalmente espansiva ed attenta maggiormente alla domanda rispetto all’offerta.

È solo il conseguente clima di allerta e sfiducia a spaventare gli operatori finanziari – i quali, tutt’altro che schizzinosi, si sono sempre adeguati ad ogni crisi. Essi, infatti, non prestano attenzione ad un decimale in più o in meno, ma ad un più generalizzato allarmismo che, temendo possa influenzare terzi, indirettamente disincentiva gli investimenti, generando una spirale che finisce con l’impoverire effettivamente un Paese. Ma a diffondere tale clima non è una manovra economica i cui effetti saranno apprezzabili solo tra molti mesi, quanto il coro di opinionisti, quotidiani, professori ed eurocrati pregiudizialmente starnazzanti. Se a costoro, poi, si allineano anche le voci trasversali di politici italiani da PD a Forza Italia (con Tajani che rimprovera al governo “proposte deboli” e incapacità di “convincere i mercati”), si palesa ancora una volta come i nemici del popolo italiano siano anche al suo stesso interno – e il sistema di alleanze non potrà non tener conto di simili prese di posizione in vista delle elezioni europee del maggio 2019. Ad oggi, la guerra tutta politica dello spread è solo una delle molte tappe che preludono allo scontro decisivo delle europee: quello, finalmente limpido, tra i liberal-liberisti carnefici dei popoli ed i loro autentici difensori.

Cristiano Vidali

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