LA SOLITUDINE AI TEMPI DELLA MONETA

Cos'è un contatto umano a fronte di un freddo tintinnio?

Qui ne sait pas peupler sa solitude, ne sait pas non plus être seul dans une foule affairée, Charles Baudelaire

La solitudine non è una condizione fisica, ma uno stato psicologico; non si è mai davvero soli, ci si sente soli. Da Heidegger a Lévinas, buona parte del Novecento si è consumata in un acceso dibattito tra la tesi della solitudine come tratto strutturale, ‘ontologico’ della coscienza umana, rinchiusa nel proprio intrascendibile ed incomunicabile prospettivismo, e quella dell’intersoggettività come fondamento anteriore all’individualità medesima – e probabilmente non è un caso che proprio il Novecento abbia fatto da sfondo a questa disputa. Ma rispetto a questo piano, per così dire antropologico, ciò che della solitudine intendiamo qui isolare ed esaminare (per quanto sia possibile e legittimo fare ciò) è la sua componente socio-storica. Questo orizzonte consente di evitare di trattare la socialità e la solitudine quali ‘stati puri della mente’, quasi fossero condizioni universali ed astoriche identiche per tutti i luoghi e tutti i tempi, enfatizzando, al contrario, come esse emergano nella loro stessa essenza a partire da determinate condizioni materiali, relazionali e storiche. Non è il modo di comprendere la solitudine, ma il suo stesso essere a dipendere da specifiche pratiche sociali innestate su contesti economici particolari – ed è nel quadro di tali pratiche che ciascuno di noi, nel corso della propria vita, apprende e gestisce (potremmo dire ‘tollera’) la solitudine. È dunque nell’alveo del nostro tempo, abitato da un epidemico senso di inadeguatezza dell’essere umano, che la solitudine va affrontata, in relazione alle forme di mediazione che la producono. E qui entra in gioco il denaro.

In un sistema di mercato sviluppato, il denaro è uno strumento che dev’essere impiegato in modo solitario, senza legame con la sua origine o dal suo merito, ed il suo potere d’acquisto deve realizzarsi indipendentemente dal consenso altrui. Economicamente, ogni uomo è un’isola. I beni, nel loro anonimato, hanno a loro volta la sola determinazione qualitativa del prezzo e, quando integralmente pagato, devono essere ceduti, senza interferenze di giudizio personale sul suo uso futuro o sull’individuo che l’acquista, anche qualora potesse rifluire nell’illegalità. Nella transazione economica, l’altro in quanto persona è un accidente: ciò che conta è il trasferimento di merci e mezzi di pagamento, i cui attori sono interamente irrilevanti ed intercambiabili. Inoltre, l’attitudine spontanea della pratica monetaria alla capillarizzazione, e conseguentemente all’estensione diffusiva, tende a sostituire ed eliminare tutte le transazioni alternative, ad esempio quelle partecipative e di dono, che dipendono dal riconoscimento personalistico ed istituiscono la reciprocità. Al contrario, quando ogni atto è indipendente ed isolato, è l’individualismo metodologico la sola bussola del soggetto, le cui possibilità e decisioni sono autoreferenziali e seconde solo alla propria disponibilità materiale. A morire in questo processo non sono solo i favori e le concessioni pre-monetari che implicavano un giudizio delle parti, ma soprattutto ogni iniziativa che inaugurava rapporti comunitari, humus della strutturazione sociale, che divengono ora puri atti di compravendita.

Se la tendenza espansiva della moneta non è più solo un’inclinazione ma una realizzazione storica globale, come accade oggi in tutto il mondo civilizzato e in fase di esportazione in quello “in via di sviluppo”, le implicazioni sistematiche di tale processo sono tanto drammatiche quanto eloquenti. Una volta i panni si nettavano nei lavatoi lungo il fiume, oggi nella sicurezza di un’abitazione grazie alla lavatrice. Una volta ci si recava personalmente dai diretti produttori per chiedere dei loro prodotti, nella maggior parte dei casi artigianali; oggi un supermercato risparmia da solo mille dispersive fatiche in un’esaustiva quanto standardizzata offerta dei beni. Una volta il tarlo di un dubbio mobilitava alla ricerca di qualche sapiente, un anziano, un intellettuale o un bibliotecario, che potesse dirimerlo o reindirizzare ad altri testi o fonti che l’avrebbero fatto, inaugurando un rilancio della ricerca; oggi non c’è quesito che non conosca risposta lato sensu immediata se digitato su internet. E “per fortuna”, direbbero in molti. Ma se da un lato questi processi evolutivi possono apparire come progresso in termini di comfort, dall’altro essi concorrono altrettanto a sfibrare dalle fondamenta i processi di socializzazione che ciascuno dei suddetti contesti avrebbe comportato. Ogni iniziativa individuale che un tempo avrebbe inevitabilmente richiesto il ricorso ai favori dei membri della comunità e all’indebitamento morale con essi, può oggi comodamente esser sopperita con l’intervento di professionisti a pagamento, con i quali i rapporti si fanno occasionali e bruscamente meno dispersivi. E nel momento in cui è la socialità stessa a proporsi come esigenza inappagata, ecco fiorire senza indugio tutto un mondo di surrogati economici: dal personal trainer allo psicanalista o al recente car sharer, dall’insegnante a ore alla prostituta. Homo, sive pecunia: puri rapporti fra soggetti economici, da cui risulta la giustificazione dell’estromissione del senzatetto – senza denaro, dunque senza umanità.

Il denaro non è intrinsecamente l’apocalisse, ma una sua pericolosa scintilla. Quando la pratica monetaria non subisce vigorosi vincoli posti dall’esterno (e tanto più le istituzioni adibite a questo proposito si sovranazionalizzano, tanto più faticoso risulta farlo), la sua pervasività rispetto ai vincoli comunitari è così violenta da far avvizzire gradualmente ogni giustificazione sociale di una responsabile reciprocità personale, scivolando in un processo di sempre più acuta individualizzazione. Tale processo di desocializzazione e derealizzazione è attuato dalla moneta in quanto mezzo: ogni sovraffollamento di media crea un progressivo distacco dalle cose stesse, favorendo un passaggio solitario per vie che nemmeno il Signore contemplava fra le proprie infinite. Ogni media(tizza)zione del reale è una sua negazione, ogni attività che transustanzia la gratuità relazionale alla transazione economica è l’abbandono d’un brandello di umanità, tassello di una sistematica mal-educazione sentimentale della quale sempre meno ci si sente in imbarazzo. Eppure, forse, ci imbarazzeremmo ancora, se solo contassimo quanti dei nostri scambi quotidiani hanno per presupposto un pagamento. “Si è soli anche fra gli uomini”, rispose il serpente al Piccolo Principe nel deserto. Mai come oggi siamo viandanti solitari e inermi nel cuore di una sterminata, desertica umanità.

Cristiano Vidali

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