MIGRANTI: E SE AVESSERO RAGIONE I VESCOVI AFRICANI?

Non è che le navi ONG sono i nuovi negrieri?

È una verità spinosa, una realtà problematica nell’ambito delle nostre chiese ma ci sentiamo in dovere di metterla in luce: la maggior parte dei vescovi italiani, da un lato, e la maggior parte dei vescovi africani, dall’altro, dicono cose diverse sulle migrazioni. Gli uni parlano di accoglienza e di convivenza multietnica e multireligiosa, gli altri incoraggiano i giovani delle loro diocesi a non lasciare i paesi d’origine e a contribuire allo sviluppo e all’emancipazione delle loro terre.

Tra le dichiarazioni più significative dei presuli africani, si ricorda quella del cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, secondo il quale “l’immigrazione verso una destinazione sconosciuta non è la vera risposta” e “la situazione a cui vai incontro all’estero può essere peggiore di quella che stai affrontando qui… Almeno qui, non c’è l’inverno, puoi sempre dormire sotto un ponte. Non puoi invece dormire sotto un ponte là. Morirai di freddo” aveva dichiarato il porporato un paio di anni fa, intervistato da Fides.

Da parte sua, l’arcivescovo di Dakar, monsignor Benjamin Ndiaye, ha deplorato i “canali di immigrazione illegale”, affermando che “è meglio restare poveri nel proprio paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”. Il presule si è poi rivolto ai giovani senegalesi: “Cari ragazzi, tocca a noi costruire il nostro paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà al posto nostro”.

Un altro nigeriano, monsignor Joseph Bagobiri, vescovo di Kafachan, ha esortato il governo a spiegare i giovani che “c’è più speranza di vita in Nigeria di quanta pensino di trovarne in Europa o altrove. Il paese ha ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero ridursi a mendicanti andandosene alla ricerca di una ricchezza illusoria all’estero”.

Non saremo noi a rimarcare un vero o presunto dualismo tra gli episcopati, le cui posizioni, entro certi limiti, potrebbero anche essere complementari. Né tantomeno spetta a noi, prendere la parte degli uni o degli altri. È anche vero, tuttavia, che in una Chiesa sempre più globale e sinodale è importante che le gerarchie episcopali si confrontino per il bene dei rispettivi popoli. In particolare il punto di vista dei presuli africani andrebbe ascoltato e fatto conoscere quanto merita, tenuto conto che si tratta di chiese giovani, in espansione e non prive di entusiasmo.

Lo stesso papa Francesco ha particolarmente a cuore il destino dell’Africa, se si pensa che, in cinque concistori indetti nell’arco di cinque anni di pontificato, lui stesso ha nominato nove cardinali di questo continente. È inoltre significativo che il Santo Padre abbia scelto Bangui, la capitale della martoriata Repubblica Centrafricana, per aprire la prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia (29 novembre 2015).

Dell’episcopato africano è anche noto l’atteggiamento particolarmente netto a difesa dei valori non negoziabili. Molti vescovi hanno denunciato le colonizzazioni ideologiche ai danni dei propri paesi, con aiuti economici subordinati alla diffusione di contraccettivi, sterilizzazione e altre misure maltusiane di controllo demografico.

Fabrizio Fratus

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