AQUARIUS: TUTTI I GIORNI BALLIAMO SU CORPI NEGRI CHE MUOIONO DI FREDDO

Per fortuna possiamo lavarci la coscienza retwittando Saviano

Oggi qualcuno si vergogna, qualcun altro invece prova gioia – penso stamattina, mentre percorrevo un noto cavalcavia d’una zona semicentrale di Milano. Sotto, a ridosso dello scalo ferroviario semi-inutilizzato, scorgo delle chiare tracce di vita: calzini e mutande appese alla bell-e-meglio tra le finestre sfondate dei numerosi antichi capannoni abbandonati da tempo immemore. Queste vecchie strutture, esempi di archeologia industriale (che in altre città d’Europa sarebbero stati oggetto d’interventi mirati) sono indubbiamente popolate da svariati Africani che le hanno “colonizzate” con silenziosa dignità, perlopiù nascosti allo sguardo dei cittadini. Lontani da case e da occhi indiscreti. Nulla a che vedere con i chiassosi e variopinti accampamenti rom, anche perché gli Africani sono maggiormente timorosi, non essendo in regola con i permessi di soggiorno. Protetti solo da massicce mura del primo Novecento (sprovviste di porte e finestre), intravedo una distesa di materassini e sacchi a pelo, per lo più liberi dai loro proprietari a quell’ora di certo impegnati nel loro inferno quotidiano di code, elemosina, lavoro in nero, spaccio e chissà cos’altro.

Eppure ciò che più cattura la mia attenzione è che il caseggiato sia completamente circondato da una specie di labirintica barriera semi-permanente (tipo quelle dei cantieri), che si snoda tutt’attorno senza apparente logica alcuna, separandolo dal resto dello scalo non per evitarne la vicinanza ai binari quasi dismessi, ma dall’enorme struttura a igloo che svetta in fondo. Là dentro si tiene periodicamente una famosa festa di musica elettronica milanese; una mega-discoteca all’aperto dove si alternano i dj più internazionalmente affermati a prezzi popolari.

Così mi chiedo quanti, tra le migliaia di giovani che la notte si ritrovano accalcati laggiù a ballare, sudati con il cocktail in mano e il cellulare nell’altra, facciano parte di coloro che oggi scrivono e condividono post indignati per il blocco dell’Aquarius in mare e se, tra loro, vi sia qualcuno consapevole che dietro quella barriera metallica, vi siano centinaia di persone che non dormono, sferzate dai loro decibel “sociali”. Perché è semplice lavarsi la coscienza, rifugiarsi nel mito della città accogliente per poi abbandonarli là dove non batte il sole; sbandierandogli in faccia tutta la nostra civilizzazione sotto forma di luci, bassi martellanti e sfoggio d’abiti a loro negati.

E poi, proseguendo a camminare, mi chiedo anche cosa abbiano altri da festeggiare perché, se si è arrivati a bloccare dei disperati su una nave[1] per ottenere una pur minima concessione dalla Spagna liberal-socialista (sic!), allora è ancora lunga la strada da fare (in qualsiasi direzione la si voglia percorrere). Nel frattempo però lo spread cala e Piazza Affari continua a essere la migliore in Europa; segno che il Mercato è razzista? Che preferisce un governo populista che mantenga le promesse elettorali?

Mi sa tanto, invece, che la risposta s’incarni perfettamente nella scultura di Cattelan – il famoso dito medio – che, però, dovrebbe essere rivolto dalla parte corretta: quella di tutti noi indiscriminatamente (di qua o al di là della recinzione).

Alvise Pozzi

[1] Consiglio di rivedersi un colossal di Otto Preminger assai datato ma sempre attuale: Exodus (1960).

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