DALLA CINA UNA BELLA SBERLA AI PETRODOLLARI OCCIDENTALI

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Mentre il pianeta guarda con trepidazione agli eventi sempre più pericolosi in Corea del Nord, in pochi hanno appreso che in casa del suo unico grande alleato, la Cina, si è svolto proprio nei giorni appena trascorsi un importante vertice tra Pechino e le altre economie del blocco dei Brics, termine con il quale si è fatto riferimento, specie negli anni passati, alle emergenti di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ma che ultimamente ha assunto sempre meno significato, dato il trend divergente al suo interno. I cinesi hanno annunciato il lancio imminente di un contratto futures sul petrolio denominato in yuan e convertibile in oro presso Shanghai e Hong Kong.

Una bomba ben più potente di quella sganciata da Pyongyang nel fine settimana, perché le conseguenze di questa novità sarebbero dirompenti. In pratica, il governo cinese ha offerto ai partner commerciali un’alternativa ai petrodollari: essere pagati in yuan e con la possibilità di convertire in oro a un tasso prestabilito tali ricavi. In questo modo, Pechino punta a spezzare il monopolio USA nel mondo delle commodities, la stragrande maggioranza delle quali è quotato in dollari. A quanti ancora, però, nutrono dubbi sull’opportunità di commerciare in valuta cinese, non del tutto convertibile e soggetta a misure restrittive da parte del governo, ha assicurato la piena convertibilità in oro, ovvero nel bene-rifugio per eccellenza.

Così facendo, le economie esportatrici potranno vendere petrolio e incassare sostanzialmente oro, ma bypassando i dollari. Una manna per stati come Iran e Venezuela, nel mirino degli USA con sanzioni internazionali imposte a quanti intrattengano relazioni commerciali con loro, anche se Teheran ha potuto vedersi sospendere tali misure dall’inizio dello scorso anno. Si capisce così meglio la strategia degli ultimi anni adottata dalla Cina, che ha smaniato per inserire lo yuan tra le valute a riserva del Fondo Monetario Internazionale, con la People’s Bank of China ad acquistare nel frattempo oro. (Leggi anche: FMI accoglie yuan tra sue riserve)

La fine dei petrodollari per mano cinese?

La Cina è il primo importatore di petrolio al mondo con la media di quasi 9 milioni di barili al giorno quest’anno, in rialzo dai 7,6 milioni del 2016. La Russia è il primo fornitore con circa 1,35 milioni di barili al giorno esportati, superando la stessa Arabia Saudita, che ha visto crescere quest’anno le sue esportazioni verso la Cina di appena l’1% contro il +11% di Mosca e avendo vista ridotta la propria quota di mercato nel 2016 al 15%, mentre al secondo posto si piazza l’Angola, con un balzo del 22% rispetto allo stesso anno.

Il mondo cambierebbe in un attimo, se davvero milioni di barili al giorno fossero scambiati in una valuta diversa dai dollari. Grazie all’alleanza tra USA e Arabia Saudita, stretta dall’amministrazione Nixon a inizio anni Settanta, gli americani hanno potuto godere negli ultimi decenni di una domanda relativamente alta di Treasuries, conseguenza della necessità delle economie importatrici di detenere riserve di assets in dollari per acquistare petrolio e altre materie prime. Grazie a questo sistema, i tassi d’interesse in America sono stabilmente bassi, alimentando i consumi privati e pubblici del popolo americano, i quali si attestano a livelli superiori alle sue possibilità, come segnalano gli ingenti deficit commerciali, fiscali e l’elevato indebitamento privato di famiglie e imprese. (Leggi anche: Cina accelera dedollarizzazione commercio mondiale)

Il ruolo dell’Arabia Saudita

Ora, il vero “game changer” sarebbe proprio l’Arabia Saudita, primo esportatore di greggio al mondo con circa 7,5 milioni di barili al giorno, che nel caso iniziasse ad accettare contratti in yuan, nei fatti estenderebbe l’influenza della valuta cinese a tutto l’OPEC di cui è leader e che produce oltre un terzo dell’oro nero del mondo. Domanda: perché mai Riad, reduce di contratti miliardari con gli USA per l’acquisto di armi, dovrebbe “tradire” lo storico alleato? Risposta: per il vile denaro.

Entro il 2018, i sauditi quoteranno in borsa il 5% di Aramco, la compagnia petrolifera statale, valutata in 2.000 miliardi di dollari. Dall’IPO, il regno spera di incassare non meno di 100 miliardi, ma trattandosi dell’operazione finanziaria più colossale di sempre, il successo non pare assicurato. E qui farebbe la differenza proprio la Cina, che disponendo di riserve valutarie per 3.000 miliardi di dollari, potrebbe decidere di investirne una frazione minima, diventando azionista della più importante compagnia estrattiva del pianeta. In cambio, Pechino chiederebbe a Riad di accettare anche contratti in yuan. (Leggi anche: Rivoluzione saudita passa per IPO Aramco)

La fine dello strapotere del dollaro

Da almeno 3 anni, Cina, Russia e India tentano di trovare un’alternativa ai pagamenti in dollari, sebbene una soluzione non sia facile. In primis, perché bisogna concordare una valuta diversa riconosciuta internazionalmente, cosa affatto semplice, anche per ragioni di prestigio e di supremazia politica in Asia. Secondariamente, nessuna valuta offre condizioni paragonabili a quelle del biglietto verde, il cui mercato valutario è molto liquido e beneficia della credibilità e della stabilità politica della super-potenza mondiale.

Eppure, staremmo per assistere alla fine del monopolio dei petrodollari. Ad alimentare involontariamente questo processo sono gli stessi USA, che estraendo sempre più greggio, grazie al “fracking”, hanno ridotto notevolmente la dipendenza dall’estero, importando oggi 8 milioni di barili al giorno, di cui meno di uno dall’Arabia Saudita. Dunque, il mercato di sbocco americano è sempre meno appetibile per il Medio Oriente, il quale fiuta, invece, le opportunità derivanti da giganti come Cina, Russia e India, le cui economie sono in crescita e necessitano, pertanto, sempre più di energia. E’ lì il futuro delle materie prime, è lì che bisogna guardare per sperare di non soccombere al raggiungimento della maturità nello sviluppo delle economie avanzate. La Cina ha appena avviato formalmente un percorso, che rappresenta un appuntamento con la storia non rinviabile all’infinito. Starebbero finendo per gli americani gli anni della ricchezza finanziata a colpi di petrolio contro dollari. Il dominio incontrastato della divisa a stelle e strisce è insidiato come mai dalla Seconda Guerra Mondiale.

Giuseppe Timpone per investireoggi.it

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