IL SÌ IMPEDIRÀ LA VALORIZZAZIONE DEI PATRIMONI CULTURALI IDENTITARI

Lo Stato centrale non si occuperà mai dei tanti piccoli tesori del nostro territorio. E la storia lo dimostra

Se viene approvato il referendum costituzionale su cui gli elettori si esprimeranno tra pochi giorni, la Lombardia rischia di perdere la propria eccellenza in settori come la sanità, le politiche attive del lavoro, la protezione civile e molto altro, con pesanti ripercussioni sui servizi al cittadino, parlare di beni culturali a qualcuno potrebbe sembrare ultroneo. Ma se pensiamo ai livelli di eccellenza raggiunti dalla nostra Regione anche nella cultura, che ne fanno un vero e proprio modello a livello nazionale e non solo, la preoccupazione è forte. Da un recente studio della Fondazione Symbola e Unioncamere emerge che il sistema culturale lombardo vale un quarto di quello nazionale. Negli ultimi anni la Lombardia, nonostante la crisi economica e i pesanti tagli dello Stato ai bilanci di Regione, Province e Comuni, oltre che ad altri soggetti (si pensi alle Camere di Commercio) ha ottenuto risultati eccellenti. Ha riaperto musei e teatri, ha visto un incremento costante di vendite dell’Abbonamento Musei (introdotto dalla Regione un anno fa) e ha salvato dall’oblio un lungo elenco di beni culturali.

La riapertura, dopo vent’anni di buio e di ragnatele, della Casa Museo Pogliaghi al Sacro Monte di Varese, del Mu.Sa (Museo di Salò), del MaGa (Museo Arte Gallarate), della Cripta del Santo Sepolcro a Milano, del Teatro Sociale di Sondrio, così come gli interventi sulla Galleria degli Antichi di Sabbioneta, sul Museo Archeologico di Cremona, sul Capitolium di Brescia o sui ‘Luoghi e vie della fede in provincia di Lecco’, sono solo alcuni esempi di beni culturali riportati al loro splendore grazie a un’intensa attività di valorizzazione messa in campo da Regione, enti locali, soggetti pubblici e privati. Valorizzazione che in caso di approvazione della riforma costituzionale tornerebbe in capo allo Stato. Mi domando se al Ministero dei Beni culturali e del Turismo ci sia cognizione, e ci si voglia prendere cura, ad esempio, dell’area archeologica di Belfort a Piuro, o di quella di Castelseprio, nel Varesotto, piuttosto che della miriade di chiese o musei etnografici, di cui il territorio lombardo è disseminato e che custodiscono l’essenza e il valore delle nostre comunità. Forse a Roma saprebbero occuparsi del Cenacolo o della Grande Brera, ma che ne sarebbe degli innumerevoli presidi culturali sparsi?

La storia dell’Italia e della Lombardia è quella dei campanili, dei territori e delle comunità, con le loro identità locali, linguistiche, i loro usi, costumi e saper fare. Con la voglia di aprirsi al mondo e di innovarsi, senza perdere la loro anima. Pretendere di livellare questo patrimonio inestimabile con la pialla di uno Stato centralista significa umiliare la nostra storia e soffocare il nostro futuro. Lo Stato non è in grado di prendersi cura dei territori e di assolvere nuovi compiti. Il ministero ha già fallito un anno fa con lo scippo alle Regioni della competenza in materia di tutela dei beni librari, mandando in tilt il sistema, mentre i territori stanno aspettando da mesi l’assegnazione dei fondi del bando della presidenza del Consiglio dei ministri ‘bellezza@governo.it’ destinati ai beni culturali locali. Se queste sono le premesse abbiamo tutto il diritto di essere allarmati. E abbiamo tutto il diritto di alzare la voce contro la prepotenza di un ‘impero’ che vuole schiacciare la sua periferia. La Lombardia non vuole essere periferia di nessuno, tantomeno di uno Stato centralista, fallimentare e odioso a chi crede nel valore delle autonomie. Ricordiamoci che la memoria e il futuro delle comunità stanno nei territori e non nei palazzi romani, dove attualmente si sta consumando sulla Carta costituzionale una vera e propria lotta di potere a scapito dei cittadini.

Cristina Cappellini (tratto da Il Giornale)

*assessore alle Culture, Identità e Autonomie di Regione Lombardia

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