MELONI SINDACO?

Consigli (non richiesti) per evitare un Alemanno in gonnella

Non penso che Giorgia Meloni stia morendo dalla voglia di fare il sindaco di Roma. Ma ha ragione da vendere quando pone ai suoi alleati (?) alcune condizioni non negoziabili:

  1. nessuno, a cominciare da Silvio Berlusconi, si illuda di candidare Alfio Marchini senza prima consultare lei e i suoi Fratelli d’Italia, salvo poi ricevere da loro un comprensibile veto;
  2. nessuno si permetta d’immaginare che una eventuale rottura sulla candidatura romana non avrà conseguenze sugli equilibri nazionali e locali d’una coalizione di centrodestra che a quel punto si dissolverebbe prima ancora d’essere rimpannucciata;
  3. nessuno si sogni di gettare Meloni nella palude elettorale romana senza metterci la faccia, la massa critica e perfino i soldi, perché lo spettro di un Alemanno bis è sempre lì che incombe.

Giorgia Meloni si trova in una condizione singolare, a suo modo anche vantaggiosa ma gravida di incertezze. Un paradosso coessenziale alla natura politica di Roma fa sì che, nel mezzo del processo per la così detta Mafia Capitale, l’oscura nuvola morale incombente su una destra delegittimata e litigiosa non esclude un riallineamento favorevole dei pianeti. Complice il caso Ignazio Marino, senz’altro, ma più ancora le pulsioni autodistruttive del Partito democratico locale e i balbettii del Nazareno (le primarie rischiano di diventare un altro atto unico nel teatro dell’assurdo dem). Sulla carta, ma qui intendo la carta molto biodegradabile dei sondaggi, il nemico da battere per ascendere al Campidoglio è il Movimento 5 Stelle, di cui però non va sottovalutata l’inclinazione all’autofagia e a rappresentare suo malgrado – in un eventuale ballottaggio – il possibile spauracchio per un elettorato deluso, sì, ma anche più maturo e “politico” di quanto si creda. E ci stiamo così avvicinando al punto centrale.

Si sa che l’unico aspirante sindaco visibile oggi è Alfio Marchini, un self made Maverick simpaticamente piacione, quanto basta per piacere al Cav. ma troppo avulso e “figlio di” per sfondare nei cuori militanti del voto generalista di destra, che a Roma conta ancora qualcosa. Se Marchini venisse adottato da Forza Italia, ma sarebbe più corretto dire sostenuto da truppe di rincalzo ricevute con spocchia, verrebbe meno l’unità del centrodestra, con esiti più che penalizzanti. Se invece il fu PdL, con frattaglie moderate e liste civiche al seguito, convergessero su Meloni, si presenterebbe una scena inedita: fatta eccezione per gli irrilevanti delle estrema sinistra, se il PD optasse come sembra per un allogeno (un ex pm, un moralizzatore alla vaccinara, un altro alieno come Marino…), lei potrebbe essere l’unica proposta genuinamente politica fra tante offerte impolitiche o antipolitiche. Il che offrirebbe alla “Sorella d’Italia” opportunità quasi insperabili. A patto di giocarsela bene, naturalmente.

Ma che significa “giocarsela bene”?

Anzitutto archiviare con successo i tre punti di cui sopra. Dopodiché, Giorgia M. dovrebbe tenere a una certa distanza, senza per questo demonizzarla, l’ombra felpata di Matteo Salvini […]. In più, dirlo può sembrare banale ma non lo è, Meloni dovrebbe allargare l’offerta e farsi federatrice di mondi, lasciar presentire ouvertures spiazzanti perfino a sinistra, lì dove il suo essere di destra sociale tendenza Garbatella potrebbe rivelarsi un atout al secondo turno, se l’alternativa è un grillino alle prime armi. Insomma Meloni può caricare di senso la propria figura lasciando il clivage destra/sinistra nelle aule del tribunale di Roma alle prese con Buzzi e Gramazio Jr., sempre portandosi dietro il centrodestra tutto, ma in un disegno complessivo che somigli alla prova tecnica di un partito della nazione romana.

Alessandro Giuli per Il Foglio

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