UN GRANDE IDENTITARIO: GUALTIERO CIOLA

Alla scoperta di autori nascosti

Uno dei  testi fondamentali della cultura padanista è senza dubbio “Noi Celti e Longobardi” di Gualtiero Ciola. Pubblicato nell’ormai lontano 1987 dalle edizioni Helvetia, questo libro fu indiscutibilmente una pietra miliare per tutta un’area indipendentista e identitaria, desiderosa di riscoprire la storia della propria “Heimat” locale, negata da una storiografia giacobina.

In particolare, in “Noi Celti e Longobardi” viene focalizzato l’interesse per le plurali radici indoeuropee delle “italie” di cui in un precedente articolo abbiamo parlato. Umbri, Latini, Liguri, Veneti, Celti e Germani, grazie agli studi di Ciola, non vengono trattati come relitti archeologici oggetto di settoriali studi scientifici, ma si pongono come un richiamo quasi simbolico a valori di libertà, giustizia, fedeltà alla parola data, coraggio, senso dell’onore e spirito di appartenenza. A partire da questo aspetto, che potremmo definire metapolitico, questo testo va letto e riteniamo possa contenere insegnamenti di comunitarismo.

Se indubbiamente, questa ricerca pionieristica, è stata una svolta di una riscoperta delle identità locali, sepolte da una “storia unitaria”, Gualtiero Ciola, fine pensatore indipendente del variegato mondo della destra radicale, forte degli insegnamenti di Julius Evola e soprattutto di Adriano Romualdi, è stato capace di proporre un concetto di patria antico quanto di grande attualità: la patria, essendo la terra degli antenati indoeuropei, non può che essere locale. Questo concetto trova interessanti parallelismi con pensatori Cattolici contro-rivoluzionari come Luigi Taparelli d’Azeglio, il comandante vandeano de Charette, sensibilità localiste presenti in Monaldo Leopardi o per finire nel Novecento, nell’ “Alfiere” di Silvio Vitale, in Pino Tosca e Tejada.

Per quanto il nostro fosse di fede pagana, parallelamente alla oggi rinata realtà neolegittimista, non manca un collimante richiamo morale a – per usare un termine sturziano – tutti gli uomini liberi e forti, che vogliono reagire ad una decadenza morale, recuperando antiche virtù, una antropologia – per dirla alla Mircea Eliade – da homo religiusos, un senso di appartenenza che scrollandosi le scorie del peggior malcostume italiano e della retorica patriotarda, guardi con coraggio a un Italia e a un’Europa dei popoli in linea con i grandi pensatori del pantheon leghista (si veda Le radici del federalismo di Stefano Bruno Galli), ma soprattutto con il federalismo comunitarista  di Alain De Benoist.

Non crediamo di esagerare nel vedere in Gualtiero Ciola un “talebano ante-litteram” e di vedere negli antenati indoeuropei molti elementi di antiche virtù, come riteniamo interessante il confronto con la scuola contro-rivoluzionaria Cattolica. Per questo, ricollegandoci ai precedenti articoli, potremmo dire che non c’è futuro senza una riscoperta del senso di appartenenza, senza collegarlo ad un senso di comunità  e a una sua corente visione del mondo e a un idea di stato. Nell’elaborazione culturale del Talebano sono stati giustamente trattati autori come Julius Evola, Attilio Mordini e Maurras. Noi aggiungeremo anche Romualdi, maestro di Ciola, e tutto il filone Cattolico anti-risorgimentale. Nella loro diversità, anche epocale, tal autori possono insegnare molti agli identitari di oggi in termini di senso di Patria e Comunità.

Roberto Priora

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