PER HOULLEBECQ SAREMO COME CERTI MARITI: SOTTOMESSI E FELICI

La caricatura distopica di Houllebecq sul nostro Occidente imbastardito e putrescente

Il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq è il martello doloroso che plasma l’oro battendolo sull’incudine. Il lettore, schiacciato tra la destra e la sinistra, tra chi è conservatore e chi vorrebbe aprirsi alle nuove realtà, grazie a questo libro eccezionale può beneficiare di una visione d’insieme della società attuale. E, se lo vorrà, potrà impegnarsi per forgiarsi come vuole, opponendosi alla logica della Sottomissione proposta dalla religione islamica e dal nichilismo della modernità. Brutale, geniale e folle, questo libro finisce per rivelarsi una mitragliata di analisi sociologiche che la società contemporanea fa finta di non vedere. È un libro avvincente ed emozionante: lo si divora in una sera ma mette in dubbio le certezze considerate eterne dall’uomo moderno figlio dell’Illuminismo.  Ad essere particolarmente interessante è, inoltre, l’orientamento politico dei personaggi, che sono un “concentrato” delle tre diverse posizioni ideoligiche di base: gli identitari, i tolleranti e gli Islamici.

In questo contesto fortemente politicizzato, Houellebecq descrive con talento e maestria lo squallore dell’era contemporanea e ne offre una sintesi. Ne illustra il suicidio e, nel lieto fine, ne ipotizza la sostituzione col mondo islamico. Tale tesi somiglia molto a quella dello storico Edward Gibbon, che, nel 1700, affermava che l’Impero romano era degenerato per via delle invasioni barbariche, causate a loro volta dalla perdita di senso civico da parte dei suoi sudditi. Secondo le sue tesi,  il pacifismo portato dal cristianesimo trasformò il popolo romano in un branco di uomini vili, mansueti e tolleranti che si lasciarono conquistare da altri popoli. Per ironia della sorte, questo libro è stato pubblicato proprio il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo, che già abbiamo dimenticato.

Atrocemente plausibile, logico e comprensibile, l’epilogo di “Sottomissione” costringe il lettore  a mettere in dubbio il concetto stesso di tolleranza: siamo sicuri che essa non ci porterà al suicidio ?

Un eccesso di tolleranza potrebbe portarci a credere che la serenità della religione islamica, i suoi valori e le sue tradizioni siano un antidoto contro il nichilismo più nauseante ed esasperato di cui siamo complici. Houellebecq, nell’ultima parte del testo,  cita persino Réné Guenon, per dimostrare che, già agli albori del secolo scorso, si avvertiva il declino della nostra era. Ma, nonostante gli appelli alla tradizione di molti intellettuali oramai passati, tali ammonimenti sono restati inascoltati. E ora, imprigionati in una società che finge di essere cristiana e che tollera le moschee nel suo territorio, dobbiamo subirne le conseguenze.

Di fatto, la trama è abbastanza semplice: François, un professore di 44 anni, assuefatto dall’onanismo su youporn, capisce che il matrimonio poligamo proposto dall’islam offre una vita sessuale più gratificante . Nel frattempo, la Francia accetta di sottostare ad un regime islamico e lui viene licenziato dall’università per cui lavorava. Solo convertendosi all’Islam potrà recuperare la sua cattedra.

L’essenza del romanzo è composta dalla brutale rappresentazione dei personaggi-stereotipo.  Houellebecq, descrivendo l’uomo moderno ed incarnandolo di volta in volta in un giovane tradizionalista e in un riccone opportunista convertitosi alla Sharia, vuol spronarci a prendere una posizione. Dalle pagine pervase di mal de vivre in cui è descritta la monotona vita del protagonista, il tipico anti-eroe un po’maudit che tutti potremmo essere, non si può che trarre l’invito…a non essere così. L’intento principale dell’autore è, come già detto, esortare il lettore ad assumere una posizione ideoligica ben chiara e definita.  Illustrando quali siano le conseguenze mondiali della totalità delle scelte dei singoli individui Houellebecq ci spinge a riflettere sul nostro agire quotidiano.

Ora vediamo insieme, in breve, i personaggi- simbolo in cui vi è la possibilità di identificarsi, sia nel libro che nella vita reale:

Le vicende del protagonista,  François, narrate in prima persona, sono estremamente decadenti e di cattivo gusto, seppur descritte con una bravura tale da farle apparire imprese eroiche. La mancanza di un nucleo famigliare solido portano il nostro anti-eroe a cadere in un tunnel di frustrazioni ed insoddisfazioni. Tra prostitute che non riescono ad essere il surrogato alla donna amata – una giovane ebrea che apprezza esser sodomizzata – e cibi take away scaldati nel microonde, la malsanità della globalizzazione e della libertà più assoluta è esposta in tutta la sua squallida normalità.

A  coté di questo personaggio triste ci sono quattro figure di rilievo: il giovane professore Godefroy Lempereur, identitario e tradizionalista, due anziani rassegnati alla storia ed il ricco Rediger, islamico.

Lempereur è un bel ragazzo di 25 anni, entusiasta, pieno di vita ed energia. Ha speranza nell’avvenire ed è l’anti-nichilista per eccellenza. Appassionato del feroce poeta simbolista cattolico Léon Bloy, anch’egli si rivela essere un talento precoce della letteratura. Lempereur, col suo rifiutarsi di lavorare in un’università stretta nel giogo della Sharia, incarna i valori dalla religione, della tradizione, dell’arte e della morale europei. Compare nel romanzo prima che la socialdemocrazia francese manipolata dai partiti di sinistra sbarri la strada a Marine le Pen, cedendo la presidenza al musulmano Mohammed Ben Abbes. Lempereur, all’inizio, invita François nella propria villa e gli spiega come sarebbe possibile fare la rivoluzione per preservare i popoli europei.  Vorrebbe guidare una guerra civile contro gli islamici facendo arruolare tanti giovani della destra identitaria nell’esercito.  Le sue parole però non vengono ascoltate da nessuno. Quando in Francia si instaura il regime musulmano – le donne devono lasciare i posti lavoro, coprirsi, ecc.-lui semplicemente svanisce. Come Lempereur anche Myriam – l’ebrea – rifiuta di sottomettersi all’Islam, ma, anziché tentare di combatterlo, fugge in Israele.

La coppia di anziani rassegnati (un’ex agente segreto  DGSI sposato con una professoressa della Sorbonne) rappresentano coloro che accettano la politica senza opporsi. L’università della Sorbonne, adottando la Sharia, si vede costretta a licenziare la professoressa perchè donna. Lei , in nome della tolleranza ed in cambio di una bella pensione, accetta serenamente quest’ingiustizia e si adatta tranquillamente al nuovo regime traendone tranquillità e quiete casalinga. La coppia possiede una casa di vacanza vicino a Poitiers, nel villaggio Martel. È li che Carlo Martello nel 732 sconfisse definitivamente  l’orda musulmana, permettendo così l’instaurarsi del Cristianesimo in europa. A detta dei vecchi coniugi, è arrivata l’ora di cessare le guerre e allearsi con l’Islam.

Robert Rediger è il personaggio chiave della salvezza del protagonista, ma anche del declino del nostro Occidente. È un uomo colto nato in Olanda che nel 2013 ha deciso di convertirsi alla religione islamica per trarne vantaggi economici. Da quando si è instaurato il nuovo regime politico musulmano ha assunto la carica di rettore della nuova università islamica di Parigi. Rediger è un grande stimatore del nostro anti-eroe, e lo vorrebbe come professore alla Sorbonne islamica. Gli propone di convertirsi alla sharia in cambio di soldi, giovani mogli bellissime e di un posto di lavoro a tempo pieno  nella migliore università del mondo. Ed il protagonista, emblema del nichilismo e della rassegnazione, accetta per vivere felice e contento.

Dopo aver letto, in breve, queste tre diverse posizioni vi invito a rifletterci. Chi difende i valori della civiltà europea costruisce un futuro saldo, chi invece è a favore della tolleranza, della “libertà” e dell’interculturalità è complice della putrefazione della nostra era. La scrittrice francese  Christine Angot ha detto che “Sottomissione è  un romanzo che sporca chi lo legge. Non è un libro, ma un graffito. Merda a colui che lo leggerà”. Lei, tipica scrittrice moderna, tollerante e libertina, nei cui libri arriva persino ad elogiare l’incesto tra padre e figlia, è rimasta sfregiata dalla crudele analisi della realtà di Houellebecq. Sa che se tutti si comportassero come lei, sull’Occidente non resterebbe che stendere un velo nero di vergogna. La plastica dell’età moderna, tra l’incudine ed il martello, diventa briciole.

Liliane Tami

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2 Commenti su PER HOULLEBECQ SAREMO COME CERTI MARITI: SOTTOMESSI E FELICI

  1. non sono un intellettuale, non sono di destra o di sinistra, trovo non esista più, non sono una bigotta sono però una persona tollerante, sono una persona che tenta in tutti modi di capire le ragioni de “l’altro”, e anche quando non capisco fino in fondo cerco di trovare uno straccio di giustificazione per chi, magari, ha commesso errori anche di una certa gravità, ma da qui a sopportare tutto ciò che mi trovo costretta a tollerare ormai da diversi anni, il passo è veramente lungo….Personalmente, la storia descritta in questo sunto, lo trovo purtroppo , più che plausibile, magari avrò la fortuna di non assistervi, forse neppure mia figlia…. ma “questi” sono popoli con dei credo, con delle convinzioni talmente radicate, che temo non sia possibile, almeno per una società ormai in cancrena come la nostra, poterla sconfiggere in casa nostra

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  2. “C’è qualcosa di intollerabile nel concetto di tolleranza”.
    Penso che ogni concezione della tolleranza preveda delle limitazioni, nessun tollerante è veramente tollerante: basti pensare all’atteggiamento del tollerante nei confronti degli intolleranti stessi.
    Forse bisognerebbe rinunciare alla presunzione (e alla finzione) di concedere tutto perchè si è tolleranti e buoni, ma dichiarare esplicitamente che la vera tolleranza non esiste; una tolleranza con dei limiti, si.
    E persino dal cristianesimo del tardo Impero romano, il pacifismo assoluto del Cristianesimo delle origini non era più accettato: i tempi cambiano, porgere l’altra guancia non significa più resistere passivamente, ma assumere un atteggiamento duro mantenendo un animo amorevole. Significa combattere, seppur con ripugnanza e pena, ma combattere.

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