Usare le opere d’arte per pagare le tasse. E la cultura, da investimento, diventa usura

L'ultima proposta del ministro Franceschini conferma la miopia culturale del governo Renzi

Il tipo di rapporto che intercorre tra lo Stato e i beni culturali è lo specchio della salute in cui versa un Paese in una particolare fase storica. Per salute non intendo semplicemente l’abbondanza economica o il progresso della scienza e della tecnica, ma considero in particolare i valori dello spirito, gli ideali nei quali un popolo si riconosce fondando su essi la propria identità.

L’idea dell’attuale ministro della Cultura Dario Franceschini di rispolverare una norma, già esistente ma mai applicata per scarsa praticità, che concede ai contribuenti la possibilità di pagare le tasse con la cessione di opere d’arte di diversa natura (antica, moderna, contemporanea, ecc), a prima vista può sembrare solo un modo alternativo di pagare le tasse, ma ad una più attenta analisi rivela tutti i difetti di uno Stato incapace di riconoscere il valore culturale delle opere d’arte, ridotte a merce di scambio. Se il denaro è un valore evanescente in balia delle speculazioni internazionali, il mercato dell’arte non ne è da meno, pilotato in particolare dalle aste, con il fine di aumentare la quotazione di un particolare artista o corrente artistica. Comprando le opere come fosse un collezionista d’arte, approfittando delle difficoltà economiche dei contribuenti, lo Stato si inserisce nel meccanismo della speculazione economica del mondo dell’arte, ma senza la possibilità di intervenire sul valore delle opere, decretato dal mercato, quindi esponendosi alle incertezze delle stesso. Lo Stato si mostra così nella sua totale mancanza di coscienza culturale: invece di commissionare opere da collocare nei luoghi pubblici agevolando il benessere della vita culturale del paese, le rastrella per accumularle nei magazzini come fossero oggetti senza alcun valore oltre quello monetario che, essendo frutto di speculazione, rischia di modificarsi rapidamente in senso negativo.

Il governo Renzi conferma le peggiori modalità del liberismo selvaggio anche nella gestione della cultura, che da produttrice di valori spirituali diviene merce inerte, con una metodologia autolesionista vista la carenza di musei d’arte moderna e contemporanea nei quali poter esporre le opere acquisite. Il rampante illusionismo in stile neo-yuppies delle soluzioni del governo si trasformano rapidamente in lugubri paludamenti per l’evidente incoerenza con le reali urgenze di questi anni. Il mercato dell’arte ha vissuto in una bolla speculativa grazie alla quale molti hanno guadagnato per poi ritrovarsi in mano il nulla, ma già da qualche anno la bolla è scoppiata e rispolverare le modalità accumulative dei decenni passati è una follia, per i privati e ancor più per lo Stato, che non può controllare le speculazioni del mercato e dispone già di un vasto patrimonio di opere non esposte al pubblico per mancanza di spazi espositivi adeguati.

L’arte è il motore spirituale della storia e il suo accostamento al “pagamento delle tasse” non fa altro che annichilirne il valore trascendente, già abbattuto dalla confusione postmoderna, gettando i beni culturali nel labirinto della burocrazia tributaria che, vista l’ambiguità e mancata semplificazione, non ispira nulla di buono.

Andrea Lacarpia

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