La Crescita sta per tornare (ma voi non la vedrete mai)

Per dirla alla Latouche: non c’è niente di peggio di una società della crescita che non cresce

“Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono. Un’altra cadde in un suolo roccioso dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma quando il sole si levò, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde fra le spine; le spine crebbero e la soffocarono, ed essa non fece frutto. Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno.” (Vangelo secondo Marco)

Per comprendere appieno il messaggio di questo post, può essere importante ricordare la parabola evangelica del seminatore. Inoltre, è opportuno che ci fissiamo bene nella testa alcuni concetti fondamentali:

  1. Diversamente dal titolo volutamente provocatorio, la Crescita (in maiuscolo, come tutte le religioni) per come l’abbiamo conosciuta in Europa dal Dopoguerra ad oggi, non tornerà. E’ finita. Ok? Chiaro? Cristallino? Dimenticatevela. Fine. Punto. Basta. Pace. Game over. Amen.
  2. A scanso di equivoci: la decrescita, intesa come riconcettualizzazione dell’esistenza basata sul rifiuto del dogma dell’accumulo ad ogni costo, non coincide con una crescita economica negativa. In altre parole: se il PIL si contrae, non significa che stiamo sperimentando la decrescita: quella, per intenderci, di Ivan Illich, di Nicholas Georgescu-Roegen o di Serge Latouche! Come argomenta puntualmente lo stesso Latouche,

    non c’è niente di peggio di una società della crescita che non cresce.

    Gli economisti classici che, per smontare i presupposti della decrescita, vi domandano provocatoriamente se l’attuale stato dell’economia vi piaccia e se sia quello a cui ambivate, sono in malafede: sanno infatti benissimo che la decrescita copre uno spettro dell’esperienza umana ben più vasto di quello della sola sfera economica. La decrescita coinvolge la sfera dell’etica, di cui l’economia non è che una parte.

  3. La decrescita è una concezione della vita che, guardando al benessere collettivo e alla salvaguardia dell’habitat che ci ospita, si pone in antitesi al dogma dell’accumulo incondizionato ad ogni costo che ha pervaso la nostra società da circa due secoli e mezzo. Con riferimento alla sfera economica, ed ispirandosi ai postulati bioeconomici che negano il comportamento (a) perfettamente razionale e (b) indefinitamente massimizzante degli esseri umani, la decrescita introduce categorie assolutamente nuove (sebbene antichissime) attraverso cui far necessariamente passare la soddisfazione delle persone: in parole più semplici, un essere umano sperimenterà una vita più piacevole non se ha di più, ma se è di più. Non se si affida cioè soltanto ai beni tangibili (limitanti e limitati per definizione), ma anche e soprattutto a quelli intangibili. La parabola degenerativa del modello economico neoliberista fondato sul capitalismo, invece, conduce inevitabilmente ad inaridire la componente relazionale della vita, trasformando le persone da esseri umani ad averi umani: più hai, più puoi ostentare, più sei ricco e più le tue quotazioni in questa vita saliranno. La delirante rincorsa all’accumulo di beni materiali, consentita e amplificata nell’intero corso del Dopoguerra da uno sviluppo tecnologico e industriale senza precedenti, ha introdotto, incoraggiato e legittimato uno stile di vita basato sulla competizione, sulla ricerca del successo individuale a discapito di quello comunitario e, in una parola, sul trionfo del soggetto desiderante a discapito del contesto desiderato. Di conseguenza, è scomparsa ogni forma:
  • di rispetto per il prossimo, concepito come un rivale nella rincorsa all’affermazione soggettiva;
  • di rispetto per la natura, poiché per la produzione e per il consumo compulsivi di merci e servizi non si bada a spese, sia in termini di saccheggio delle risorse ambientali disponibili che di inquinamento;
  • di rispetto per se stessi, avendo noi smarrito i fondamenti primordiali della nostra natura umana, sostituendo al soddisfacimento dei bisogni primari (nutrirsi, curarsi, riprodursi, istruirsi) la folle rincorsa a quel ventaglio di fab-bisogni con cui la mentalità consumistica ci ha sapientemente narcotizzati (affidandosi a strumenti infernali come la pubblicità, il credito, l’obsolescenza programmata e le mode).

Bene, fatte queste tre premesse, arrivo al ruolo della parabola del seminatore. Facciamo finta che i semi rappresentino il capitale finanziario e che i diversi terreni corrispondano alle varie aree geografiche del nostro pianeta. Gli investitori internazionali, tramite il mercato dei capitali, spostano quotidianamente inimmaginabili somme di denaro da un’area economica all’altra, cercando ovviamente di estrarre il massimo rendimento possibile da quei capitali, destinandoli cioè ai “terreni più fertili”, cioè alle economie con maggiori prospettive di ritorno economico. E, in base all’economia classica, il principale metro di misura della profittabilità di un investimento è la sua capacità di attivare un mercato. Cioè, di alimentare i consumi dove prima o ce n’erano meno, o non ce n’erano affatto.

Il resto è evidente: poiché l’Europa si trova ormai all’epilogo economico della sua storia millenaria, è ovvio che i grandi capitali si stiano spostando verso Est. Cioè, nelle zone del pianeta dove questi potranno fruttare e garantire i ritorni più elevati. Perché – non dimentichiamolo mai – il dogma di questa mentalità è l’accumulo infinito. Accumulo che l’Europa non può più garantire, avendo ormai irreversibilmente esaurito le sue risorse: da quelle naturali a quelle finanziarie, fino – soprattutto – a quelle… umane. Come è stato possibile questo? Semplicemente, mediante l’applicazione forsennata di quel modello socioeconomico neoliberista che, fondato sul capitalismo, nel lunghissimo periodo logora e disperde quelle risorse. Più o meno come un virus, che invade e logora l’organismo ospitante fino a ucciderlo, per poi trasferirsi su un nuovo ospite.

Conseguentemente, i grandi capitali hanno preso un biglietto di sola andata per l’Oriente, dove i “terreni” sono ancora fertili e ricettivi. Quindi, per quanto frau Merkel e i suoi impacciati epigoni europei si dannino l’anima nel tentativo di riportare un po’ di Crescita nel Vecchio (in)Continente, la verità è che dalle nostre parti quei terreni hanno esaurito il loro ciclo di vita e, con esso, il loro potenziale distruttivo.

L’alternativa – udite, udite! – esiste. Ma… non ce la raccontano! Non ce ne parlano i politici. Non è nei programmi della scuola dell’obbligo, né nei corsi universitari. E – quel che è peggio – non ce la insegnano i nostri genitori, ipnotizzati come sono dalle seduzioni del consumismo. L’alternativa al modello neoliberista capitalistico si chiama Bioeconomia, una SCIENZA formulata oltre 40 anni fa da Nicholas Georgescu-Roegen che, abbracciando olisticamente i princìpi della Biologia e della Fisica, definisce un modello di benessere socioeconomico che sia applicabile e realmente sostenibile. È una scienza su cui – grazie a LLHT e all’interesse già suscitato in alcuni di voi – sto facendo convergere moltissime energie. Mai come stavolta, vi dico: stay tuned!

Per gentile concessione di Andrea (Low Living High Thinking)

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