Lunga vita alle serpe Suárez

Un giocatore che morde è sempre meglio di uno che si butta a terra

Dopo aver visto la partita di ieri, stamane non ho resistito a gettare qualche riflessione, e in prima persona (le responsabilità vanno assunte direttamente). Mi dispiace per i tanti tifosi italiani delusi – però, su, coraggio, gli orizzonti devono essere altri – ma a me Suárez sta molto simpatico.

Innanzitutto è un tipo di calciatore in via d’estinzione, tutto potenza e senso del gol, con un fisico non scultoreo e un modo di stare in campo che ricorda giocatori meravigliosi alla Boninsegna e alla Pulici. Lui partecipa poco al gioco ma, come una serpe velenosissima, è sempre in agguato. Lo diceva Deleuze a proposito dei gatti: “Non dormono mai davvero, non sono mai svegli davvero, sembrano disinteressati a tutto, ma sono sempre in agguato”. Ecco come sta in campo Suárez: in agguato.

Più che una serpe, effettivamente, sembra un animale da tana, quelli cattivi e roditori. Ha un volto che la dice lunga sulle sue origini non proprio aristocratiche: sicuramente quando era bambino e d’estate lo mandavano in qualche colonia estiva era quello che picchiava tutti e non chiedeva mai scusa. Con quella dentatura da infante trascurato dai genitori – è evidente che non l’hanno mai portato dal dentista a mettere l’apparecchio – e quello sguardo da tonto, da buono, è invece sempre pronto a sferrare un colpo sotto la cinta, come Maradona, come Tyson, o come Monzon che, in preda ai fumi della cocaina, gettò sua moglie dal balcone e poi, anni dopo, gettò se stesso contro un albero a 180 chilometri l’ora.

Ma Luisito è lontano da certe nefandezze, Louisito al massimo morde il compagno di banco – riecco il bambino vivace – e quando la maestra gli dice che quella cosa non va fatta lui, invece, medita subito come rifarla (ma senza essere beccato). Il morso di ieri a Chiellini sarebbe piaciuto molto a Carmelo Bene, che vedeva nel calcio solo l’atto – e non l’azione – del fuoriclasse. Un morso da serpe, da ramarro, da corba e da topo di fogna insieme, assestato sull’altro, unico giocatore, che ricorda tempi andati: chi non ha associato la faccia di Chiellini a quella di un soldato della Prima Guerra mondiale con il Piave che mormorava e i piedi che lasciavano la circolazione al gelo e al fango. Un topo del Carso che morde un soldato stanco. Con un’azione – pardon, atto – degno di un attore da telenovelas sudamericana: è andato incontro al buon soldato Chiellini e, fingendo una testata, lo ha morso sulla spalla. Per poi – ecco la telenovela – fingere di aver ricevuto una spallata lui, sui denti prominenti, per poi buttarsi a terra dolorante. Meraviglioso paraculo.

C’è qualcosa del thug, il fuorilegge di più basso livello, nel suo volto che contrasta lo sguardo bonario e sorridente di cui sopra. Insomma da Osvaldo Soriano a Diego Rivera, il marito di Frida Kahlo, avrebbero fatto le corse per immortalarlo con la loro arte, cristallizzandolo in quel limbo che vede tra i suoi occupanti personaggi non di primissimo livello tecnico – qualsiasi cosa si faccia, dall’arte al calcio – e con dubbia moralità, che però lasciano il segno, anche solo a pochi, ma lo lasciano. Il suo dover-essere campione, leale, onesto mandato a farsi fottere da pulsioni naturali che neanche Freud sarebbe stato capace di definire. Altro che Super-io, il nostro Louis non ha regola sociale che lo imprigioni (e nessuna che lo escluda), dunque non rischierà mai la nevrosi, tantomeno la psicosi. Lui, Louisito è psicotico già nel suo vestire la maglia da calcio, con sponsor che tenteranno di ingabbiarlo dentro contratti faraonici e dai quali lui cercherà, sempre, si svincolarsi. Perché la libertà non ha prezzo.

Gioca nel Liverpool, squadra dal grande blasone che ha visto tantissimi numeri 9 entrare nella storia del calcio. Forse Louisito non ci entrerà o forse sì, ma questo poco importa. Lui è un roditore assassino contro la moralità borghese, questo basta e avanza per farlo diventare “qualcosa” nel mondo finto e affettato del calcio moderno. Lui non vuole piacere, lui vuole ingannare e magari vincere imbrogliando. Glielo hanno insegnato nelle periferie: ciò che conta è vincere.

Luoisito non piacerà a tutti e forse non resterà nell’immaginario collettivo di troppo persone. Ma anche questo importa poco. Perché lui incarna la sua personalissima libertà. E perché, come diceva Baudelaire, “sappiamo che saremo capiti da un piccolo numero, ma questo ci basta”.

(di Luca Sommi, tratto da http://www.ifioridelmale.it)

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