La diversificazione monetaria russa: addio al monopolio del dollaro

Russia e Cina stanno per mandare in pensione il dollaro e tutti gli americani

Lo spirito assoluto hegeliano, propulsore dell’andamento della storia, compie secondo il filosofo tedesco lo stesso percorso del sole: nasce ad Est per poi affievolirsi ad Ovest. Una volta tramontato, nulla gli vieta di ricominciare il ciclo seguendo il medesimo iter. Il tramonto della civiltà occidentale è un processo che molti hanno professato, ma solo pochi hanno il coraggio di ammetterne la concretizzazione. L’economia, forse l’unica scienza sociale che può davvero considerarsi “scienza” dato il pragmatismo delle variabili utilizzate, sembra poter dare l’ultimo colpo di martello a quel castello di cristallo che la società occidentale ha rappresentato fino ad oggi.

Il tentativo del titanico fondo di investimento BlackRock di insediarsi nei consigli di amministrazione delle grandi aziende pubbliche internazionali, sembra il canto del cigno di un modello economico che vedeva negli Stati Uniti una sorta di “primo motore immobile”: con il diversificarsi della società internazionale a seguito della caduta dei blocchi oggi l’economia si fa altrove. Prima del 1991 (o del 1989, per chi volesse dare un epilogo più cinematografico all’Unione Sovietica) i due modelli economici perennemente in attrito, quello del libero mercato e quello dell’economia statalizzata, combattevano ad armi impari.

Di fatto, gli Stati satelliti erano privi di una economia autonoma. La bilancia commerciale cubana vedeva nell’URSS il maggiore acquirente di zucchero ed una pesante recessione, tutt’ora in atto, colpì la Corea del Nord negli anni 90′ a seguito della perdita degli aiuti sovietici. Gli americani invece riuscirono a rilanciare e contemporaneamente a subordinare le economie degli alleati europei abbandonando la politica del big stick affidandosi completamente alla dollar diplomacy. Il perpetuarsi delle politiche monetarie espansive della FED, soprattutto dopo l’abbandono del sistema aureo di Bretton Woods il 15 agosto 1971, drogava le economie occidentali. Lo status sociale del dollaro crebbe sempre di più ed il tutto veniva testimoniato dalle facce sbigottite dei tassisti negli scali romani nel vedersi pagato il conto in bigliettoni verdi, o addirittura dalla scelta di alcuni paesi, come l’Ecuador, di adottare il dollaro come valuta nazionale privandosi della prerogativa di una banca centrale nazionale.

Il mercato globale sta però cambiando ed il dollaro perde giorno dopo giorno la sua posizione di fulcro nel mercato valutario internazionale. Nonostante molte banche commerciali stiano iniziando ad avere una parte delle loro riserve in euro, non si può attribuire alla moneta unica il merito di questa inversione di rotta. Le motivazioni sono infatti prima di tutto politiche. Il ritorno ad una Russia potente dopo la posizione quasi filo-americana assunta dall’ex presidente Eltsin ha smosso lo status quo, portando gli Stati occidentali a concertare contro le politiche di Putin mirando all’isolamento economico dell’ex Repubblica Sovietica. Tralasciando però un piccolo particolare: la Russia non è sola.

Le economie orientali, capitanate dall’irrefrenabile Cina, hanno capito l’importanza del godere di una moneta riconosciuta a livello internazionale che non sia gestita da una banca centrale estera. Il mercato euroasiatico istituzionalizzato da un trattato che entrerà in vigore nel 2015 fra Russia, Bielorussia e Kazakistan comprenderà 170 milioni di persone. L’organizzazione di Shanghai per la cooperazione, entrata in vigore nel 2001, vede al suo interno sia il gigante geografico russo che il gigante economico cinese. A livello regionale i rapporti tendono quindi ad infittirsi verso est e contemporaneamente a raffreddarsi verso ovest. Stessa cosa a livello valutario.

L’accordo per la fornitura di gas fra la Gazprom e la cinese Cnpc ha un valore complessivo, spalmato in 30 anni, di 400 miliardi di dollari, ma le transazioni avverranno con le rispettive valute nazionali, il rublo ed il renminbi. Obama rimane ottimista, affermando davanti ai cadetti del West Point di esser riuscito ad isolare la Russia dopo i fatti della Crimea. I contratti commerciali delle maggiori imprese private russe, secondo un articolo apparso domenica sul Financial Times, hanno sempre più spesso al loro interno specificazioni sull’utilizzo di monete asiatiche come lo yuan. Sempre secondo la testata statunitense, incrementano sempre più i conti correnti aperti dalle stesse imprese negli Stati orientali.

Si fa avanti anche l’ipotesi di istituire (finalmente) agenzie di rating alternative alle famigerate Fitch, Moody’s, and Standard & Poor’s. Le valutazioni di quest’ultime infatti sono inevitabilmente distorte e peccano della neutralità che quel tipo di business dovrebbe possedere. Dovrebbe. L’ampliamento dei mercati, insomma, facendo perno su una certa autonomia economica degli Stati prima subordinati alla logica bipolare e su una sempre maggiore integrazione a livello regionale fra Stati una volta in attrito fra loro (Russia e Cina sopo la svolta di Nixon e Kissinger), sembra prevalere sulle politiche di isolamento degli Stati occidentali. Il tutto in piena risposta al trattato di libero scambio transatlantico. Il mondo non ha più paura di noi. Ed il dollaro è il primo a farne le spese.

(di Kirios Di Sante, tratto da http://www.lintellettualedissidente.it)

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