Zygmunt Bauman: l’interprete della contemporaneità

Vi presentiamo l'ebreo polacco che crede che la globalizzazione abbia fatto saltare le basi dell'essere uomini

Spiegare chi è Bauman non è un’impresa semplice. Ci troviamo dinanzi a colui che probabilmente più di ogni altro ha analizzato gli aspetti del vivere durante la nostra epoca storica, del vivere e della maggior parte delle sue sfaccettature. In chiave sociologica più che esistenzialista tout court. Un’analista della società, per trovare una definizione adeguata. Nato a Poznań, di orginie ebraica, il 19 Novembre 1985, vittima della repressione nazista, fu costretto ad abbandonare la Polonia e a dare vita ad una lunga peregrinazione conclusasi con l’arrivo presso Leeds, dove ottenne una cattedra nell’Università.

La sua riflessione principale parte dall’assunto che la globalizzazione sia il fenomeno cardine attorno al quale si è innestato una destrutturazione antropologica e societaria di enorme portata, tanto enorme da mandare in crisi le basi fondanti dell’essere uomini. Le ”solidità” umane, proprie dell’era moderna, infatti, vengono completamente ribaltate, nella contemporaneità, dalla possibilità sempre presente di una rimodellazione che destina, di fatto, secondo Bauman ed è proprio questo il punto focale della sua Weltaschauung, l’esistenza umana ad una dimensione “liquida”, modellabile, modificabile, quindi mai immutabile in nessuna delle sue caratteristiche.

Con un linguaggio spesso profetico, illuminate e spiazzante in termini di acutezza delle spiegazioni dei fenomeni a noi circostanti, egli opera un disvelazione assoluta dei mali del nostro tempo, ponendoci davanti ad una scelta radicale: perseguire la vita liquida o strutturarci difendendoci da essa. La caduta delle metanarrazioni, la morte della metafisica in sintesi, è parte in causa nella responsabilità dirette della crisi dell’uomo. Tesi, questa, ripresa e condivisa da quella di Lyotard. «Nella modernità liquida raramente una cosa mantiene la sua forma abbastanza a lungo da ispirare fiducia e da solidificarsi in affidabilità. Camminare è meglio che rimanere seduti, correre è meglio di camminare e fare surf è ancor meglio di correre», così Bauman lesse la crisi finanziaria nel 2009, accumunando la crisi dei mercati alla crisi di qualunque entità costruita su base liquida che per definizione non ha capacità durature di mantenersi stabile, rendendo però analogica e correlata la crisi delle coscienze segnata dalla mercificazione delle idee, in un quadro educativo pesantemente minato dall’assolutismo mercatista-informativo che fa sì che «l’arte del vivere in un mondo più che saturo di informazioni deve essere ancora acquisita. E ancor di più lo deve la ben più difficile arte di educare gli esseri umani a questa vita».

Il denaro, il potere, il consumo ergo sum, non hanno per Bauman, nessuna capacità di renderci felici e ancor di più: “Etichette, marchi e loghi sono i termini del linguaggio del riconoscimento”, svolgono, ergo, una funzione prettamente riconoscitiva del ruolo e della posizione sociale, all’interno di uno sviluppo relazionale che si svolge ” a basso impegno” e che non prefigura, così, la necessità di sforzi di chissà che vigore. Il consumo può donarci una felicità istantanea ma mai permanente. Sintetizzando allo stremo e basandoci sui pochi discorsi fatti precedentemente, proviamo ad analizzare uno se non il problema centrale dell’opera di Bauman, ossia quello dell’identità all’interno della società liquida: La disintegrazione delle comunità locali, vittima del prevalere di una società incapace di fermarsi e quindi del dominio del tempo sullo spazio e la rivoluzione dei trasporti hanno contribuito all’inclinazione dello Stato-Nazione, portatore sano dell’identità di un popolo e del suo destino, facendo sì che gli “ancoraggi sociali” legati alle questioni identitarie perdessero presa e gli individui entrassero in una spasmodica ricerca di un ”noi” attributivo di senso. A questo punto entrano in scena le cosìddette” Comunità guardaroba” ossia quei momenti aggregativi utilizzati dall’umanità per appendere la propria identità anche se non ci riguardano direttamente, ad esempio i grossi eventi sportivi, i matrimoni delle celebrità ecc.. Viene sviluppata una nuova gerarchia sociale, fondata sull’istantaneità e sulla precaria libertà di scelta che consente agli uomini di provare a giocare in un ruolo di posizionamento di se stessi all’interno dell’infinità volontà di guadagno ed è così che non esistendo più lo Stato quale garanzia ultima della propria collocazione, uomini e donne vengono ossessionati dallo spettro dell’esclusione. L’identità, per Bauman, dunque, crolla. Ma è in buona compagnia. Sì perchè in una società liquida persino l’amore e la religione vengono assorbiti dalla destrutturazione. Le relazioni amorose divengono di tipo consumistico, il ” per sempre” diviene il ” finchè dura”, la ricerca è sempre quella della felicità istantanea e viene meno qualsiasi idea progettuale che riguardi la coppia. Quello che viene ricercato sono delle gratificazioni immediate spesso di carattere sessuale che tendono a non togliere ” tempo”, appunto, allo sviluppo della propria possibilità sociale. Le relazioni vere e proprie vengono sostituite con i ” contatti”. Dio, dal canto suo, che è per Bauman non conoscibile da noi in quanto vastità dell’universo, è stato neutralizzato e sostituito dalla scienza e dalla tecnologia, anch’essi prodotti speculari alla mercificazione che ci consentono di sfuggire dalla narrazione teologica della storia del mondo che ci porrebbe davanti a nuove responsabilità.

La liquefazione delle classi sociali, inoltre, ha fatto sì che queste crollassero, venendo sostituite dai più modellabili ” ceti” , ove le identità vengono sviluppate mediante percorsi di carriera e non più dal ruolo produttivo svolto all’interno dell’organicità dello Stato. L’ Homo Consumens è immerso in questo momento in una vastità di paure, orrori e rischi dovuti alla definitiva venuta meno delle organizzazioni sociali ed al restringimento della ricchezza in mano a pochi, ponendoci dinanzi ad un vuoto abissale dal quale possiamo pensare di salvarci solo aggrapandoci alla nostra struttura etica e alla rifondazione di un aggregato comunitario in grado di rispondere ai bisogni tipici dell’essere umano. Questo un brevissimo sunto di qualche punto cruciale della riflessione del nostro, un insieme di immagini abbastanza desolanti che ci mette davanti tutta la nostra ” miserevole condizione” direbbe Montaigne. Eppure ci sono dei bagliori di luce, come in fondo ad ogni tunnel. La dimensione comunitaria sembra essere la risposta alla crisi dell’uomo contemporaneo. “Dobbiamo tentare l’impossibile”, dice Bauman. Lascio ai lettori,provoca il nostro , di decidere se la coercizione a cercare la felicità nella forma praticata nella nostra società dei consumatori liquido-moderna, renda felice chi vi è costretto.”

Egli non fornisce ricette salvifiche, si limita a sottolineare con brutale realismo la nostra situazione attuale, non sottraendoci dalla evidente dicotomia di scelte che comporta l’aver compreso a fondo la sua visione. Per chiudere con un’ennesima citazione, abbiamo scelto quella che, forse, è capace di procurarci maggiori aspettative sulla nostra reale capacità di venir fuori da tutto questo, dando per scontato che quanto scritto sino ad ora via abbia lasciato in bocca una buona dose di amarezza ma anche di voglia di riscatto. Pensiamo a quanto, ad esempio, il desiderio di sentimenti duraturi coinvolga tutti noi, nonostante il consumismo totalitario vorrebbe che ci venisse imposto il desiderio contrario. Comunque, tornando alla citazione, Bauman ci ricorda, senza troppi fronzoli che, comunque vada e comunque la si legga:

”La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida.”

di Francesco Boezi (tratto da http://www.lintellettualedissidente.it)

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1 Commento su Zygmunt Bauman: l’interprete della contemporaneità

  1. Per quanto mi riguarda non sono un grande estimatore di Bauman; non per il fatto che afferma tesi che non condivido, anzi mi sembra un acuto fotografo del presente, ma per il fatto che in termini di individuazione delle cause che hanno determinato tale situazione è assai carente, e poi perchè a fronte di tutto il suo lungo lavoro ha partorito, in termini di sintesi risolutiva, non un topolino ma al massimo la cacchina di un topolino, come mostra il passo finale virgolettato che sarebbe senz’altro piaciuto a Oscar Wilde e a tutti i decadenti e i romantici della sua epoca. Inoltre lo trovo ai limiti dell’illeggibile perchè i suoi libri sono perlopiù dei collages di pensieri pensati da altri che lui si limita a connettere con brevi commenti, e per comprenderli nel giusto verso andrebbero contestualizzati nell’ambito più ampio del pensiero degli autori che cita.
    Ma entrando nel merito dell’articolo si può osservare che se Bauman afferma che la globalizzazione è stato il fenomeno cardine che ha destrutturato la società e messo in discussione lo stesso essere uomini allora significa che la sua acutezza di osservazione ne riceve un duro colpo, perchè tale fenomeno con tutte le sue manifestazioni è solamente una delle innumerevoli e ovvie conseguenze di un processo che ha origini ben precedenti e precise.
    Si tende spesso a parlare fel moderno occidente come una “civiltà” o una “cultura”, ma se si ha chiaro che cosa si intende con il corretto concetto di cultura (quello di civiltà è più moderno e un po’ diverso) in senso antropologico non si può che dedurne che quella occidentale moderna è al contrario una non-cultura.
    Una cultura è una struttura di pensiero che esprime la visione del mondo di una comunità, e viene manifestata attraverso le credenze, le istituzioni, i ruoli e le gerarchie, le manifestazioni simboliche, i riti, le consuetudini, la letteratura, l’arte e tutto ciò che è espressione di tale comunità, che in essa si riconosce e dalla quale trae senso per la propria vita collettiva e individuale. La cultura in sostanza è ciò che differenzia la comunità dalla società, o dalla massa, e che la caratterizza proprio perchè la unisce sviluppandosi organicamente dall’interno verso l’esterno mentre la società o la massa sono assemblaggi che al contrario si sviluppano meccanicamente in senso inverso, dall’esterno verso l’interno.
    Partendo da questo assunto quella occidentale è necessariamente una non-cultura, poichè essendo priva di un principio di unità è strutturata in modo tale da alimentare la divisione anzichè l’unione. I valori fondanti dell’occidente, sintetizzati dalla locuzione “civiltà moderna” ed espressi nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che esaltano l’individuo a scapito della comunità sull’onda di una letteratura e di un pensiero che ha posto al centro della propria riflessione una serie di strumenti (libertà, uguaglianza, democrazia, tolleranza, tecnica… e più recentemente anche vita) senza fornire alle persone alcun fine per il quale utilizzarli, lasciando che ognuno lo determinasse da sé, sono infatti “valori” che dividono, e la loro condivisione rende sì uniti i popoli dell’occidente, ma si tratta di una unità nella disintegrazione.
    In tale situazione ha necessariamente assunto un’importanza fondamentale l’ego di ognuno, ipertrofizzandosi a tal punto da rendere inferiore a questo qualsiasi altra istituzione o valore, al quale si devono piegare.
    In pochi decenni si è creata una società confusa e frammentata quali altre mai nella storia, e ogni residuo di quel che un tempo era una cultura, sia pur imperfetta, che si era sedimentata nei secoli, si è velocemente polverizzato, perchè si sa che un albero ci mette molti anni a crescere ma pochi secondi per essere distrutto.
    Il crollo del muro di Berlino con la successiva globalizzazione è coinciso con il crollo della diga virtuale che tratteneva al di qua della cortina di ferro questa nostra non-cultura, che si è così potuta velocemente espandere invadendo il resto del mondo e portando distruzione e polverizzazione ovunque.
    La globalizzazione non è stata quindi il fenomeno che di per sè ha “liquefatto” le solidità umane, ma solo l’occasione per una tragica, e forse decisiva, accelerazione di un processo che era in corso in occidente da un paio di secoli ed è esplosa come una metastasi invadendo rapidamente tutto il pianeta terra.

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