Sīsī può dare di più (alias brandire una scimitarra in Egitto)

Malgrado gli sforzi dell’Argentina, la Grecia si è confermata la nazione più mongoloide dell’ultimo triennio. Sul palco opposto, quello dei paesi più sgamati, ha invece vinto l’Egitto (e non di poco). Senza sprecare più di una parentesi per il caso greco (uno stato con una centrale a carbone Fisher Price come sostentamento energetico, con un’industrializzazione degna di un paese centrafricano, con una popolazione che si ostina, attraverso democratiche elezioni, a rimanere assoggettata ad un’unione europea che concede prestiti a tassi da usura e commina multe pesantissime per ogni cacchiata) vale la pena spendere qualche capoverso sulle vere star della Primavera araba: l’Egitto e la sua classe dirigente militare.

Domani ricorrerà l’anniversario della Rivoluzione del Nilo, declinazione faraonica del più esteso fenomeno della suddetta Primavera araba, che ha caratterizzato il triennio di buona parte di Maghreb e Mashriq, ma che gli Egiziani hanno gestito in modo geniale. Ma cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione, diceva il Meandri (aka Gastone Moschin). Ed è in questo modo che la classe dirigente egiziana si è adoperata nell’affrontare la “rivolta”: assecondando Mubarak nella sua sanguinosa repressione delle proteste, focalizzando l’attenzione di media e comunità internazionale sull’allora presidente, facendogli mancare il suo appoggio nel bel mezzo della crisi, deponendolo, guidando il paese nella sua “transizione democratica” (abbiamo imparato anche questa nuova ed esotica espressione), per poi, però, rovesciare il governo democraticamente eletto e tornare al potere.

Tutto come prima. Certo, qualche chiazza di sangue in più sull’asfalto, facce nuove su vecchie poltrone, ma alla fine chi tiene in piedi la baracca è sempre lui: l’Esercito; stavolta nella persona del generale al-Sīsī.

Abd al-Fattāḥ Saʿīd Ḥusayn Khalīl al-Sīsī, ossia l’uomo che, intervistato da un quotidiano locale all’alba del referendum sulla costituzione, si lascia andare a rivelazioni che a noi occidentali sembrano ben bizzarre e confessa, tronfio, i suoi sogni, ad esempio uno in cui vedeva se stesso brandire una scimitarra insanguinata con incisa la professione di monoteismo islamica (Sura 21). I giornali di casa nostra hanno molto deriso queste sue affermazioni (Ma va che pirla se spera di infinocchiare un’intera nazione con le storielle dei suoi sogni profetici: anche vincendo, non durerà più di Morsi). Io, invece, lo rispetto moltissimo: da buoni giornalisti occidentali presuntuosi, non hanno considerato come, per la storia dell’Egitto (Genesi 40 e 41) e dell’Islam (Maometto sulle colline di al-Hira) quella onirica sia sempre stata la dimensione tipica dei grandi leader.

Quindi vento in poppa al generale, espressione di una classe dirigente che, con saggezza e lungimiranza, ha saputo salvare il paese da una vera e propria guerra (in stile Libia) e che ha ricacciato i Fratelli Musulmani nell’ombra dalla quale erano – con qualche aiutino made in USA – riemersi.

Perché alla fine è sempre un plotone di soldati a salvare la civiltà.

Walter Quadrini

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3 Commenti su Sīsī può dare di più (alias brandire una scimitarra in Egitto)

  1. Quando si chiamano i soldati per salvare o difendere una civiltà in realtà essi non fanno altro che montare la guardia al suo cadavere

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  2. HORACIO PARENTI // 24 gennaio 2014 alle 18:23 // Rispondi

    Que tiene que ver Argentina? Justamente el pais con la cultura media mas alto del mundo despues de Francia? Italia, esta muy lejos de Argentina. Posiblemente es el pais occidental mas ignorante: solo en Grecia y Portugal se lee menos.

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