Monologo di una prostituta

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Strada, macchine, hotel, parcheggi: questo è il mio mondo. Restare in attesa sul ciglio del mondo, in attesa di qualcuno che venga a prenderti, di un uomo che ti voglia scopare e possa pagarti. Alle sette di mattina sono già al mio posto pronta per lavorare. C’è uno spiazzo lungo la strada, una rientranza come un piazzola di sosta. Me ne sto lì, ho una sedia di plastica, una di quelle pieghevoli che si usano al mare. Basta indossare pantaloni corti che sembrano delle culottes, canottiere sottili, tacchi alti. Basta truccare bene il viso: rossetto, fard, ombretto. Basta pettinarsi i capelli, spruzzare un po’ di profumo, comprimere il seno per farlo sembrare più grande. Basta scoprire il collo, inclinare la testa, bagnarsi le labbra, ammiccare, accavallare le gambe. Basta attendere un istante quando si ferma un cliente, abbassando il finestrino dell’auto e guardandoti, giusto il tempo di fare la preziosa, alzarti a fatica dalla sedia come se fossi annoiata, avvicinarti a passi lenti. Basta mettere in chiaro la situazione: il prezzo, la prestazione, il pagamento in anticipo, quello che fai e non fai. Quello che fai perché in effetti fai tutto. Poi basta salire sull’auto e ancor prima di arrivare dove dovuto, lasciarsi toccare, ispezionare la merce, una mano che sale lungo le gambe, in mezzo alle gambe, oltre le gambe. Basta accettare l’ispezione del corpo e fare quello che ti viene chiesto anche se ancora non siete arrivati nell’albergo o in un posto isolato, anche se l’uomo sta ancora guidando ma si sbottona già i pantaloni, afferra la tua mano e se la mette nel punto dove ha il cervello. Poi, una volta arrivati, quando l’auto si ferma, basta fare quello che ti viene detto, spogliarti, spostarti, piegarti, girarti, offrirti. Basta attendere, il tempo necessario allo svuotamento dell’uomo, basta non pensare, non cercare spiegazioni o significati, non porti domande, non chiedere, non guardare. Basta prendere il fiato e andare in apnea, fingere di godere. Basta non avere paura, pensare al denaro, pensare a tua figlia che ti aspetta a casa. A quella figlia che chissà come e perché hai messo al mondo e che ora devi, ora vuoi mantenere e far essere felice. Basta che ti ripeti infinite volte durante l’amplesso che sei una donna e le donne questo devono fare, soddisfano gli uomini, accettano il loro volere senza battere ciglio. Perché le donne sono nate da una costola di Adamo, lo dice anche la Bibbia e allora, se lo dice la Bibbia perché non dovrebbe essere vero. Basta che ti abitui a ridurre il cliente al suo pene, ad un membro da ospitare per qualche minuto oppure ora, dipende. Basta che ignori il corpo, ignori l’essere, l’odore, l’aspetto, le parole. Basta che esegui gli ordini, esaudisci meccanicamente le richieste, che non fai la schizzinosa o la pudica. Basta che gemi quando lui ti vuole sentir gemere, o che lo picchi se lui vuole essere picchiato, che ti fai legare se ti viene richiesto o che fingi di essere tu l’uomo se è questo che il cliente vuole. Sai che devi farti pagare in anticipo e che devi nascondere subito i soldi. Sai che terminata la prestazione devi andartene il prima possibile, rivestendoti in fretta e possibilmente farti un lavaggio vaginale. Sai che devi resistere per giornate intere o per nottate intere. Sai che ogni giorno potresti, si spera, avere quattro o cinque clienti, quattro o cinque uomini diversi, con richieste diverse, consistenze diverse, storie diverse. A volte vorresti fermarti a parlare. Sì, talvolta ti piacerebbe leggere nella vita dei tuoi clienti, capire i loro occhi, leggere nella forza del loro bacino che spinge contro di te, capirne il perché. Ma sai che non è il tuo compito, che non è il compito di una puttana. E allora chiudi gli occhi, ingoi la saliva, spingi giù il magone, reprimi i conati di vomito e ti lanci, su di lui, sull’uomo, ti lasci scoprire, navigare, usare. Trovi forza pensando che tante altre come te fanno la stessa cosa, che alla fine è come tirarsi un dente, lo fai e passa la paura. È solo un momento, un momento più o meno lungo ma poi potrai tornare a respirare, almeno per un po’, almeno fino al prossimo cliente. Alla fine ci fai l’abitudine, ci fai il callo, come si suol dire. Impari a sopportare, a non farti turbare più di tanto, a non sentire le mani violente e rozze che ti scavano dentro,a non percepire labbra e lingua degli uomini sul tuo collo, sul tuo seno, sul tuo corpo. Capisci che basta davvero poco per andare avanti. Basta davvero poco: divenire insensibile, considerarsi alla stregua di una macchina, ridursi al solo corpo, uccidere temporaneamente il pensiero, accettare il destino, aprire le gambe, non guardare le stelle, non credere all’amore, capire che è solo un lavoro, non avere paura.

Basta pensare a tua figlia.

di Claudio Volpe

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