La primavera araba, i suoi autunni e la solita rete

Dr. Gonzo alias Cristiano Tinazzi

In giro leggo tante, troppe stupidate sulla cosiddetta ‘Primavera araba’. Posizioni perlopiù ideologiche, pro o contro le rivoluzioni in atto, che partono tutte dallo stesso metodo di interpretazione: quello deduttivo. Che è il metodo fuorviante, se applicato ai fatti politici e storici. Perchè non si può partire da assunti universali e da quelli poi interpretare i fatti e la realtà intorno a noi. Così le rivoluzioni arabe o sono totalmente portatrici di democrazia o sono, nella miglior logica dei complottisti, un virus introdotto in Medioriente e nei paesi del Maghreb per estirpare i ‘dittatori’ e introdurre forzatamente la democrazia. Che gli arabi chiaramente non vorrebbero. Sapessi infatti com’è bello vivere sotto il terrore del Mukhabarat siriano o finire sotto le grinfie della polizia religiosa saudita o farsi anni di carcere per aver espresso critiche contro Ben Ali e Mubarak o Gheddafi…

Ecco, queste due interpretazioni, manichee e dogmatiche, sono entrambe scorrette. Perchè appunto partono da assunti universali che non possono essere applicabili sempre e comunque. Sono scorrette perchè banali e superficiali. E perchè basate su logiche anti o pro qualcosa. La democrazia è un bene. E’ come viene applicata che può essere passivo di un giudizio positivo o negativo. Con la favoletta che il mondo arabo non conosceva il concetto di democrazia perchè estraneo alla concezione politico-sociale dell’area, per decenni sono sopravvissuti sistemi autoritari nella regione. Foraggiati ora dal blocco comunista ora dall’Occidente . Sistemi che nella logica della liberazione dal colonialismo e nel fallito tentativo panarabista erano giustificabili, ma che nel corso dei decenni da ‘rivoluzionari’ si sono trasformati in potentati familiari conservatori dominati da una corruzione endemica. O sono sempre rimasti conservatori, come le dinastie monarchiche del Golfo

In rete, soprattutto, si leggono delle amenità allucinanti. Come al solito internet la fa da padrone nella diffusione di notizie non verificate e l’opinioni di chiunque diventa legge senza che sia stato fatto sull’argomento una seria analisi dei fatti supportata da dati. E spesso gli stessi fatti vengono piegati seguendo logiche deduttive.

Sono sempre stato contrario alle ‘guerre umanitarie’. Le trovo false e inutili. La democrazia non si esporta ‘Sulla punta del fucile‘ come viene titolato il bel libro giornalista americano David Rieff , ex convinto assertore dell’interventismo umanitario, poi feroce critico soprattutto dell’area intellettuale liberal, dalla quale proviene.

Nella guerra umanitaria si tende a pensare che le buone intenzioni di coloro che la
scatenano siano superiori a tutte le altre considerazioni. Per questo chi l’ha voluta si
rifiuta di chiamarla guerra, cioè qualcosa che implica inevitabilmente il massacro di
innocenti, anche quando questo massacro avviene per una giusta causa (e nonostante tutti i discorsi sulle armi “intelligenti”, la guerra dal cielo è particolarmente incline a
uccidere i civili).”

L’intervento Nato in Libia ad esempio, è stato tutto tranne che disinteressato. E’ stato a tutti evidente che alcune potenze occidentali hanno creato un cambio forzato di regime utilizzando il paravento della democrazia. Ma questa interpetazione dei fatti è valida solo per il caso libico, all’interno del quale poi è opportuno fare dei distinguo. La Libia non era un paradiso come molti vogliono far credere. In Libia, se paragonata a Tunisia ed Egitto, sembra di stare in un altro mondo. Un giudizio tranchant forse ma supportato dal fatto che non vi è quasi presenza di una classe intellettuale e di una società civile. E la colpa di questo di certo non era degli Stati Uniti ma di Gheddafi.

Nei miei viaggi ho adottato spessi metodi forse poco scientifici e personali per verificare ad un primo impatto soggettivo e ‘sensorio’ quanto un paese sia culturalmente avanzato oppure no. Una di queste è la diffusione di librerie e giornalai (e ovviamente di giornali). Il secondo è l’architettura. In alcuni paesi difficilmente vedrete qualcuno con un libro in mano o un giornale. Come difficilmente vedrete un’opera architettonica degna di tale nome. Uno di questi è la Libia. Ma ovviamente la mancanza di una ocietà civile, di un libreria o di un monumento non giustifica certamente un intervento armato. Determina però la capacità di recepire concetti quali appunto quello della democrazia o dei diritti umani e sociali. Ogni rivoluzione è preparata da un’avanguardia  intellettuale. Se manca, rimane un vuoto tra rivoluzione (e i suoi ideali) e popolo.

Quello che non sanno coloro che ideologicamente e a priori si scagliano sempre e comunque contro l’imperialismo statunitense e i suoi ‘agenti’, è che tutti gli uomini di Gheddafi, la stragrande maggioranza dei suoi più accaniti sostenitori, oggi è passata senza nessun problema con il nuovo governo. Molti, soprattutto funzionari ministeriali e membri dei comitati rivoluzionari, sono bloccati a Tunisi in attesa di una ‘mediazione’.

Così come invece fanno finta di non sapere i propugnatori della guerra umanitaria che un po’ di casini nel paese li hanno fatti, che difficilmente in un contesto clanico e tribale come quello libico, si potrà avere pace e stabilità a stretto giro di tempo.

Qui ritorniamo al dilemma principe del diritto internazionale, del diritto di autodeterminazione, del principio di non ingerenza , del concetto di estensione globale dei diritti e non soltanto dell’economia e di bellissimi altri concetti universali che però devono essere sempre piegati alla forza della politica.

E noi giornalisti? Cerchiamo almeno di raccontare i fatti. Per i propugnatori dell’una o dell’altra parte, tanto, sbaglieremo sempre e comunque.

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