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Et Ora Labora

di Barbara Leva

Se già gli ebrei ai tempi della schiavitù in Egitto avevano capito l’importanza del riposo infrasettimanale, dedicandolo a Dio sotto forma di shabbat (sabato, per noi diventato domenica), al fine di rendere più produttivo il lavoro, i monaci benedettini hanno introdotto la formuila ora et labora come indicatore principale della vita umana. Derivata dal paganesimo classico, che dedicava alla celebrazione delle feste un periodo all’incirca uguale al tempo dedicato al lavoro, il monito benedettino vuole indicare, alla pari dei precedenti storici, che il ritmo della vita deve essere scandito dal lavoro ossia dal labor – la fatica, E dalla preghiera. Gli obiettivi spirituali sono dunque il mezzo per dare un senso non solo alla fatica del lavoro ma anche al tempo libero: tempo libero non è infatti un vuoto tra un tempo dedicato alla fatica e un altro, ma un lasso di tempo da dedicare a se stessi – al proprio intimo, raffigurato dalla divinità.

Questo monito ha regolato la vita dell’uomo fino all’epoca industriale: il contadino e l’allevatore – lavori ritenuti ora degradanti, gli stessi svolti nei conventi – lavoravano seguendo i ritmi della natura, svegliandosi all’alba ma andando a dormire al tramonto, con il caldo certamente più che con la pioggia, ma sicuramente avendo garantito un ritmo, appunto, naturale, non finalizzato tanto al profitto ma basato sull’osservazione diretta dei frutti del loro lavoro. In questi frutti, negli alberi in fiore e nelle giumente partorienti, c’era quel dio che andava visitato le domeniche, a Natale, a Pasqua, durante la Settimana Santa, la festa di paese, giorni in cui poter indossare l’abito bello e mangiare bene, dopo aver intrattenuto rapporti sociali con la comunità.

Con la rivoluzione francese e industriale, l’ateismo ha prevalso; la morte delle religioni ha completato l’avvento della macchina, dell’alienazione umana. Dei ritmi dettati non dal sole, dalla terra e dalle acque ma da una scansione a ritmo di rulli meccanici. Il contadino è stato liberato dalla sua condizione feudale e si è ridotto ad automa meccanico oppure a minatore, talpa umana costretta a respirare fumi tossici; privato della salute e della fede. Il tempo libero è divenuto puro riposo – dove con questo termine si annoverano le palestre, le televisioni, i videogiochi. Il tempo dedicato alla fede e quindi alla comunità si è riempito di un vuoto solitario.

Quindi le lotte di classe, nate per liberare l’uomo dalla schiavitù della macchina e renderlo un benestante, ossia persona in grado di avere tutto quello che riesce a comprare, purché con denaro guadagnato secondo mezzi ritenuti degni della condizione intellettuale, l’unica considerata di valore – di contro a quell’animalità che lo vuole mangiatore di bacche. Animalità che però sussiste nei reparti cibo dei supermercati, dove fameliche persone si accaparrano prodotti della terra talmente cosparsi dai pesticidi da essere diventati, anche loro, prodotti industriali. E la liberazione dalla macchina, è servita a rendere più acute invidia sociale e stress da prestazioni, senza eliminare la macchina ma creandone ogni giorno di nuove. Mentre
davanti ai cancelli gli operai continuano non solo a scioperare, ma a vedersi eliminati, lentamente i diritti – allo stesso modo degli impiegati e degli stagisti, che si vedono costretti in un ufficio anonimo per sempre meno soldi e tempi innaturali e dunque disumani. Eppure i movimenti hippy, la decrescita, il mollo-tutto-e-mi-apro-un-agritusrismo, il cibo biologico e le ginnastiche dolci prendono sempre più piede, e anche l’abbandono delle automobili e delle palestre in favore di biciclette e parchi, si diffonde lentamente ma capillarmente nella società.

La base di questa società ancora leggermente umana sta forse iniziando a capire che il sedere è fatto per stare seduto, ma non 9 ore al giorno, che gli occhi servono a vedere, qualcosa di diverso da uno schema luminoso o da un tappeto scorrevole. Ma specialmente che il lavoro è fatto non solo per guadagnare soldi per comprare, ma per produrre – e cosa di più produttivo tra un campo di granturco e una banca dati?

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